25/05/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Capitini e il Sessantotto, tra storia e memoria
Cinquanta anni dopo la sua scomparsa, conviene ricordare soprattutto la nostra mancanza. Siamo mancati e nei suoi confronti continuiamo a mancare

Gli anniversari riattivano la culla della memoria o finiscono nella tomba della storia? Forse dipende anche dalla scelta della data – se quella della nascita o quella della morte – perché infine è diverso festeggiare la venuta al mondo di Aldo Capitini o rimpiangere la sua scomparsa, anche se nessuno sembra dar peso o senso a questa differenza, tutti presi come siamo dalla cifra tonda e solenne dei Cento o appena dei Cinquanta anni “dopo”. Quest’anno poi il Cinquantenario è addirittura appetitoso per via del Sessantotto e dei troppi reduci e pochi combattenti che si sono messi a raccontare (e pubblicare) il loro “c’ero anch’io”.
Aldo Capitini è morto nel 1968, ma gli studenti che “c’erano” al suo funerale si possono contare sulle dita di una mano ma infine poche dita di poche altre mani erano sufficienti a far la conta di tutti i presenti all’accompagno del compresente Aldo, salutato da Walter Binni e ringraziato da Pietro Pinna in quella uggiosa mattina di ottobre davanti al cimitero di Perugia. La coincidenza temporale fa riflettere, perché era già morto anche il Sessantotto, anche se ancora non lo sapevamo e ancora oggi non lo vogliamo sapere. Ancora oggi infatti si racconta quell’anno a partire dagli anni seguenti, pur di farlo passare alla storia a dispetto della memoria. In realtà già a settembre – almeno a Perugia, con la contestazione del film sul Vietnam (I berretti verdi) – il movimento era già arrivato al suo irreversibile mutamento, e gli studenti avevano già cambiato nome e diventati “militanti” una parola guerriera che Aldo non ha mai usato e meno ancora amato. Capitini invece amava gli studenti e proprio a loro aveva dedicato uno dei suoi ultimi scritti, una “lettera” sul funzionamento dell’assemblea e la funzione della contestazione: una lettera “non prevenuta” a una massa di giovani che pure amavano leggere e rileggere un’altra lettera, quella che don Milani aveva scritto alla famosa professoressa. Capitini aveva già commentato e discusso anche quella Lettera, con la stima e l’ammirazione dovuta ma sempre “discutendo” e “aggiungendo”, come ha fatto per tutta la vita.
(Tra parentesi, basterebbe rileggere il suo “Discuto la religione di Pio XII” oppure “Aggiunta religiosa all’opposizione” per capire cosa sono per Aldo la discussione e l’aggiunta, da dove vengono come metodo e cosa cercano come fine: la Religione, che è sempre stata la questione e la vocazione che l’ha distinto ma l’ha anche emarginato, per via del clericalismo ma anche del laicismo e materialismo della sua - e della nostra - epoca). Fuori parentesi, basta dire come e perché funzionano, sia il Discutere cioè confrontare il pensiero anziché “dialogare” (diventato sinonimo di concordare), che l’Aggiungere cioè allargare la visione e arricchire l’azione, anziché “criticare” (diventato sinonimo di polemizzare).

A guardar bene e ricordare meglio, anche nelle primitive assemblee studentesche del Sessantotto si discuteva sempre e si aggiungeva molto, prima di denunciare o rifiutare. Contava di più il confronto e poi il conforto di condivisi ideali, che non la passione e poi l’immersione nei conflitti reali. Certo, il calore delle occupazioni e il clamore dei cortei di quell’anno di coraggiose rivolte hanno fatto “effetto”, ma non conviene dimenticare la “causa” per cui ci si batteva: i principi dell’antiautoritarismo e del diritto allo studio, i valori della libertà di ricerca e di parola, i metodi della democrazia assembleare che hanno avuto più spazio e più senso delle celebrate lotte continue, peraltro fatte più di incontri fra tutti che di scontri con qualcuno. E forse vale la pena di precisare che i mille volantini e i cento documenti che ancora fanno testo, erano solo la necessaria pubblicità di un faticoso commercio di riunioni e commissioni di studio, di improvvisati contro-corsi e di estenuanti dibattiti che hanno coinvolto e convinto tutte le teste degli studenti e hanno davvero “fatto scuola”. Poi – cioè negli anni successivi – la tattica ha preso il sopravvento, la strategia ha preso tutto il vento di un cambiamento da realizzare e di un movimento da accelerare e l’ideologia ha ordinato ma anche imprigionato sia l’inventiva che l’iniziativa.
Ma questa è un’altra storia, anzi è la Storia delle scelte e dei fatti, che finiscono sempre per oscurare la Memoria dei dubbi e degli atti e perfino dei sentimenti di un anno fatidico (davvero nel senso del Fato).

Aldo Capitini è morto nel 1968 e non è di quelli che “hanno lottato con noi”: ha fatto di meglio lottando “per noi”, anzi per Tutti i Tu della “Compresenza dei morti e dei viventi”, mentre noi studenti ci siamo limitati a chiedere “tutto e subito”. La contestazione si è presto vestita da provocazione e recitato da rivoluzione, ottenendo in cambio la Visibilità e la Repressione, due eccitanti prove dell’esistenza e della resistenza ma non necessariamente della violenza di cui tanto si parla e si mente. E’ la storia invece (o forse solo la cronaca) quella che violenta la memoria quando esalta o condanna la battaglia di Valle Giulia, archiviando come ingenui e inefficaci i sit-it gioiosi e sacrificali che l’hanno preceduta, e che erano il vero modo e perfino la nuova moda del movimento “internazionale” degli studenti. Perché infine va detto: è stato il pacifismo (e non il comunismo) ad averlo partorito e nutrito e infine educato a una sfida passiva e orgogliosa, a una presuntuosa disobbedienza civile e perfino infantile (e dunque certamente “estremista”) di cui si è perso il ricordo e di cui si è forse perfino provata vergogna.
E’ facile oggi ammettere che aveva ragione e soprattutto aveva speranza Capitini di cui si è stati studenti ignari ed eredi ingrati per troppo tempo. La nonviolenza è stata la sua fede per tutta la vita e contro tutta la storia: voleva si scrivesse come una sola parola, perché la si doveva intendere come un’azione e completarla con i corollari della non-menzogna e della non-collaborazione. Tre comandamenti che in modo inconsapevole – ma non incosciente – funzionavano ieri e funzionano ancora per tutti i giovani che provano disgusto per la prepotenza e l’ipocrisia e il compromesso. Aldo Capitini credeva nei giovani e soprattutto nei “fanciulli” di quell’età che è davvero critica ma insieme etica, in cui avviene l’ordinario miracolo della “sorpresa della coscienza” che si aggiunge e discute la realtà in cui si vive e in cui si soffre. Quella realtà che – dice Capitini – non merita di durare e che non si può accettare “così com’è”.
E il sentimento della non-accettazione prosegue anche quando la Realtà si traduce e riduce in Società, ed  è altrettanto naturale che – in un secondo momento e magari in un primitivo movimento studentesco – avvenga una “presa di coscienza” politica, e la discussione diventi contestazione e l’aggiunta diventi l’urgenza di vivere in un modo e mondo migliore, foss’anche un’utopia.

Ma Capitini “non era un politico – ricorda Norberto Bobbio – ma un uomo d’azione”. Non voleva utopie a cui rinviare il futuro ma operava nel presente, per aiutare quel moto da luogo – “dal basso” ma “verso l’alto” dei valori  – che rischia di appiattirsi in stato in luogo nella falsa democrazia ovvero nell’attuale demagogia. Capitini vola alto e non si fa tentare dall’elogio del basso: Capitini predicava e lavorava per l’Omnicrazia, che è sì rispetto per tutti e abbraccio degli ultimi, ma nello sforzo comune di educarsi, elevarsi, liberarsi in una parola “aprirsi”, giacché è l’Apertura la sua parola guida e la sua proposta più alta. Ribadita e rimodulata come aggettivo qualificativo di ogni suo scritto e atto, l’apertura è un insieme di “virtute e conoscenza” (direbbe il Poeta), ma è meglio dire che è incontro e ascesa, incontro di Tutti e con Tutti, e ascesa verso una Realtà liberata di là da conquistare, ma anche subito da prefigurare e perfino anticipare in tutti quei momenti e/o sentimenti che si sentono e si chiamano “Festa”.
Detta così (e per di più detta male da me), sembra la più utopica delle visioni, ma è invece un’esperienza che è capitato a tutti di provare, e non solo di trovare negli scritti di un poeta o di un profeta. Già, perché Aldo Capitini voleva essere un poeta ma infine è stato soltanto un “profeta”, che non è una figura mitica o magica, fra l’eroe disarmato e l’indovino inascoltato, ma semplicemente il lavoro e anche il destino di colui che (alla lettera, e con tante sue lettere) dice prima degli altri e a favore di tutti.

Sono passati Cinquant’anni dal Sessantotto e dalla morte di Aldo Capitini. La Storia ci dice che troppi ponti sono crollati sopra l’acqua che pure era viva e sembrava pura: il suo racconto scorre veloce ma il suo raccolto è fasullo, passando dal terrorismo degli anni Settanta all’edonismo degli anni Ottanta alla paura che fa Novanta e poi Duemila “e non più mille” come se fossimo alla fine del mondo. Ma forse – come molti dicono – siamo soltanto alla fine della Storia, e allora non ci resta che la Memoria per ritrovare il suo e il nostro senso: una memoria che non deve considerare Capitini (o perfino il Sessantotto) come un patrimonio da custodire, ma come un matrimonio da consacrare con quei valori di Giustizia e Bontà e Verità e Bellezza (Aldo i valori li mette in quest’ordine) che vivono nell’intimo della coscienza di ognuno e attendono non di essere scoperti ma “aperti”.
Cinquanta anni dopo la sua scomparsa, conviene ricordare soprattutto la nostra mancanza. Siamo mancati e nei suoi confronti continuiamo a mancare. Quando avremo finito di piangerlo e piangerci addosso, potremo tornare a festeggiare il suo vero anniversario che è quello del suo natale, proprio due giorni prima del Natale maiuscolo. Magari il prossimo anno, giacché anche “centovent’anni dopo” fa cifra tonda e intanto allude al romanzo dell’andata in pensione di tutti noi vecchi moschettieri.

da “l'altrapagina” di novembre 2018, inserto dedicato ad Aldo Capitini

 



Piergiorgio Giacchè

Inserito venerdì 4 gennaio 2019


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