19/09/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Prima che tu sorridi, io ho sorriso
Concerto di poesia e musica per Aldo Capitini, con Anna Maria Farabbi e la Nuova Brigata Pretolana



Premessa

La magistrale testimonianza politica, spirituale, intellettuale, di Aldo Capitini mette concretamente a fuoco le dinamiche tragiche della nostra umanità, con dettagliata analisi. Tuttavia, e questa è la sua rivoluzione, propone radicali leve individuali e sociali, prassi, vie interiori e comportamentali, nel rovesciamento della propria postura interiore, fino a creare una corale orchestrazione dentro cui rifondarsi in qualità di valori: nella nonmenzogna, nonviolenza, nel bene tra amorevole accoglienza e solidarietà, orientamento, compresenza, omnicrazia.
Tutto il suo pensiero e la sua trama scrittoria confluisce e si modula nel suo canto: in una poesia originale, svincolata da modelli, lavorata evitando lirismi e melodiche letterarietà. Originale a tal punto, da dover soffrire di una vera e propria emarginazione letteraria fino ai nostri giorni.
Taccuino ritrovato, 1935/36, Atti della presenza aperta, 1943, Festa, Colloquio corale, 1956: sono i quattro cardini lirici che piantano nella nostra letteratura una poesia civile tra le più limpide e potenti.
Sappiamo quanto e come la nostra lingua italiana sia sorta dalla poesia civile di Dante. E quanto e come la sua forza eversiva, continuata anche sul proprio corpo da altri numerosi poeti, nel corso dei secoli, sia stata messa a margine e disinnescata.
Per questo e altro, per l’utilità, l’originalità, l’attualità, l’urgenza del suo pensiero, la bellezza,  io stessa poeta, capitiniana,  porto l’ opera di Aldo Capitini e, in particolare, la sua poesia ovunque: non solo su palcoscenici teatrali, biblioteche, librerie, manifestazioni letterarie ma, soprattutto, negli inferni della società dove gli ultimi, anche analfabeti, si aprono all’ascolto partecipato con una concentrazione di sopravvivenza. In comunità terapeutiche, nelle carceri davanti al plotone rassegnato di condannati fine pena mai, nelle stanze di ospedali, nell’alveare di ospizi dentro cui sofferenza e tempo hanno perso la parola, tra sordi profondi, dentro cui la parola non è mai nata.

Progetto

Considero la tradizione orale di ogni cultura seme vivo di quella stessa cultura, di cui siamo corresponsabili. Da anni, lavoro con artisti di strada, con il mio fiato ovunque, oltre che nelle vie di carta dell’editoria.
La coniugazione tra la Brigata Pretolana, storica orchestra popolare umbra, con la sua autorevolezza vivace e empatica, e la mia ricerca è stata un inevitabile approdo felicissimo nel nome di Aldo Capitini.
Una selezione attentissima di canti della resistenza (di cui allego ogni dettaglio e la relativa curatela) si alterna a un ventaglio mirato di versi, incisivi nella loro fosforescenza significativa, colti in tutta l’estensione creativa del maestro, da me organizzati. scelti e portati in voce.
Musica con musica, quindi: in un atto artistico corale di compresenza che davvero si porge da terra per decollare in volo, attraverso tutto e tutti.

Anna M. Farabbi

 

“Prima che tu sorridi, io ho sorriso”
concerto di poesia e musica per Aldo Capitini

canti e musica con la Nuova Brigata Pretolana 
letture di Anna Maria Farabbi
presentazione di Daniele Crotti

Fogli Volanti

1 Al suono di chitarra e mandolino - canto augurale

E’ una serenata augurale, di benvenuto, dedicata al pubblico, a tutti gli ascoltatori; dedicata a tutti i partecipanti e compartecipanti..

2 Addio mia bella addio -  canto risorgimentale

“Addio mia bella addio” è il canto più famoso tra quelli sorti nel 1848. Il titolo originale era “Addio del volontario all’innamorata”. Autore del testo fu il fiorentino Carlo Alberto Bosi. L’autore della musica è invece ignoto.
Venne pubblicato nel 1859, al tempo della II Guerra di Indipendenza.
Ricordate il canto finale del film del 1941 di Mario Soldati con Alida Valli (Luisa) e Massimo Serato (Franco)?  È “Addio mia bella addio”, appunto, un canto squisitamente risorgimentale.
Siamo sul lago Maggiore, all’Isola Bella, e scrive Fogazzaro in Piccolo mondo antico:
«… Una vecchia, che aveva tre figli fra quei soldati, gridava loro, tutta scarmigliata ma non piangente, che si ricordassero del Signore e della Madonna… I soldati molto pratici del prevost, la prigione militare, risero… e il battello partì. Grida, sventolar di fazzoletti e poi un CANTO, un CANTO POTENTE di cinquanta voci gagliarde:

Addio, mia bella, addio,
l’armata se ne va
… … …

I soldatini erano tutti ammucchiati a prora su cataste di sacchi e barili, quale seduto, quale sdraiato, quale in piedi, e cantavano a squarciagola con l’accompagnamento cupo delle ruote del vapore…».

Così come cantavano i giovani perugini (nel 1859) che andavano al nord per unirsi alle truppe sabaudie, lasciando Perugia priva di elementi validi per contrastare la sete di vendetta papalina.


3 Mamma mamma mamma dammi cento lire - canto sull’emigrazione

Questa canzone è l’adattamento al tema dell’emigrazione di una antica ballata, “La maledizione della madre”.
Il canto si riferisce alle emigrazioni dei contadini dell’Italia settentrionale verso l’America meridionale (II metà dell’ottocento).
In verità anche dall’Appennino umbro tante furono le emigrazioni in Europa e Oltreoceano. Sugli altopiani plestini tra Umbria e Marche molte memorie/poesie cantate in ottava rima (AB AB AB CC) si riferiscono a ciò. Si pensi a L’emigrato che torna e che parte oppure Lettera di un emigrato italiano alla famiglia (Antonio Toni, tra Nocera U. e Gualdo T. con “Quelli di Nocera”).
Per quanto riguarda Mamma mia dammi cento lire, raccolta anche sull’Appennino umbro tra Nocera U. e zone limitrofe (“Quelli di Nocera” in “Memorie cantate, ISUC, PG, a cura di D. R. Nardelli, G. Falistocco & E. Mirti, 2018), la Nuova Brigata Pretolana vi propone la sua versione, raccolta da L. Galeazzi nel sud del Lazio, e a Pretola arrivata e adottata.


4 O Dio del cielo - canto alpino della Grande Guerra

“O Dio del Cielo” (“Gran Dio del Cielo”) è un noto canto popolare, conosciuto soprattutto nella versione trentina all’interno dei canti di Montagna: il canto è infatti un canto degli Alpini, cantato specialmente durante la I Guerra Mondiale, quella lunghissima guerra di trincea che unì individui da ogni parte d’Italia, e che nei lunghi momenti d’attesa invitava i singoli a cantare i propri canti, per cacciare la malinconia, la tristezza, la paura, nella speranza continua che la guerra finisse, che arrivasse la pace, che si potesse tornare a casa (sani e salvi, ovviamente).  E questo fu uno dei tanti motivi che permisero la diffusione dei canti da una parte all’altra della nostra penisola.
Ma i moti di Torino dell’agosto 1917, mossi dalla richiesta di “Pane e pace”, durante i quali si ebbero momenti di solidarietà tra i dimostranti e le truppe, trovano la propria canzone in una trasformazione dell’accorata “Dio del cielo”, “Prendi il fucile/ e vattene alla frontiera./ Là c’è il nemico/ che alla frontiera aspetta.”, vengono trasformati in: ” Prendi il fucile/ e gettalo per terra,/ vogliam la pace/ e no non più la guerra./ Prendi lo zaino/ e gettalo per terra./ Siam fratelli/ non vogliam più la guerra”.
Questa versione socialista, antimilitarista, pacifista del canto fu ripresa nel corso della Seconda Guerra Mondiale e venne in tal modo cantata proprio dalla Brigata Pretolana,  di cui divenne una sorta di icona referenziale. Così oggi la Nuova Brigata.


5 Bella ciao - canto della resistenza

Controversa, complessa, enigmatica, discutibile e affascinante l’origine di questo canto.
Proviene probabilmente dalla fusione di due canti antecedenti:  “La bevanda sonnifera” e  “Fior di tomba II”  (C. Nigra). Questa è quanto meno una delle ipotesi.
Come tale venne assunto ad inno patriottico alla fine della guerra di liberazione, dopo la RESISTENZA, col proposito di unire tutte le brigate partigiane che combatterono contro il nazi-fascismo. Si potrebbe ufficializzare, forse, la sua versione che oggi spesso cantiamo, ai primissimi anni del II dopo guerra. Forse già nel 1946 allorché venne invece proclamato Inno d’Italia il vecchio Inno di Mameli (ovvero il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli e Michele Novaro) scritto un secolo prima, nel 1846 e cantato nel ’48 durante le 5 giornate di Milano e nel ’49 durante la Repubblica Romana (ove Mameli morì).
Ma, quando è nata realmente “Bella ciao”?
Probabilmente già verso la fine della Resistenza. Due importanti interviste (che ci riguardano da vicino!), tra le altre, lo dimostrerebbero. Eccole.


I testimonianza:

“È stato nel marzo-aprile 1945 che ho sentito per la prima volta Bella ciao. Da gruppi di partigiani emiliani che avevano passato la linea gotica e che erano stati inquadrati nel gruppo di combattimento Cremona, dove c’erano anche parecchi altri volontari provenienti all’Umbria, dalla Toscana, dalle Marche eccetera. E anch’io ero fante volontario del II battaglione, V compagnia del 22° reggimento di fanteria Cremona. Sulla linea gotica c’erano 4 divisioni italiane: la Cremona, la Friuli, la Legnano e la Folgore… E Bella ciao la sentimmo cantare prima dell’offensiva, quindi marzo o inizio d’aprile, da questi emiliani che avevano passato la gotica… Non ricordo però che cantandola battessero le mani. Anche perché, se non avevi in mano il fucile, avevi lo zaino e altre cose che non ti davano la libertà di movimento delle mani…”
                               
                                         (intervista di Cesare Bermani a Francesco Innamorati a PG il 30 gennaio 1998).
 
II testimonianza:

“ Bella ciao io l’ho sentita cantare al fronte di Alfonsine nel gennaio 1945. Erano gli anziani soprattutto, che poi venivano dalla Sardegna, quindi non è che venissero dalla resistenza. Noi invece eravamo stati partigiani e ci eravamo arruolati volontari. Io ero volontario nella divisione Cremona, 22° reggimento di fanteria, e stavamo sul Serio…. E quelli che tornavano dalle postazioni, che c’era il cambio di notte, cantavano questa canzone, che però, come tutte le canzoni militari non era “questo è l’amore del partigiano”… ma era “il bell’amore della Rosina”…
        
                                         (intervista di Cesare Bermani a Vinci Grossi a PG il 9 febbraio 1998).


6 Colgo la rosa – stornello a dispetto

Accanto a queste canzoni tristi si cantavano però anche canzoni allegre, canzoni popolari legate alla pace e all’amore, pur nei suoi contrasti a volte inevitabili.
Così gli stornelli.
Lo stornello è un tipo di canto di solito improvvisato molto semplice, d’argomento amoroso o satirico, affine alla filastrocca. È tipico dell’Italia Centrale.
Questo stornello è d’origine aretina: è un dispetto toscano, forma tipica di insultarsi di solito a vicenda (dalla Toscana alla Puglia passando per Roma e Lazio).
Deriverebbe dall’uso di cantare “a storno” (come lo storno appunto) e a rimbalzo di voce da un luogo ad un altro.
Lo stornello a dispetto (dalla Toscana alla Puglia) è una forma (tipicamente sarebbe romana) di insultarsi di solito a vicenda.


7 Canzone per la marcia della pace - canto del 1961
( di Franco Fortini e Fausto Amodei)

Fu improvvisata nel settembre 1961 da Franco Fortini e Fausto Amodei durante la marcia della pace Perugia-Assisi (“manifestazione popolare contro l’imperialismo, il razzismo, il colonialismo, lo sfruttamento”). Incisa da Maria Monti in “Le canzoni del NO (1966)”, la canzone provocò il sequestro dell’intero disco e Fortini subì un processo dal quale venne però assolto (da “Canzoni italiane di protesta – 1794/1974 – Dalla Rivoluzione Francese alla repressione cilena”, a cura di Giuseppe Vettori, paperbacks poeti/26, Newton Compton Editori, 1974).


8 Vieni dolce amore – serenata

Una breve contenuta serenata, e, come tutte le serenate, legate all’amore.  Ed evviva la FESTA! La FESTA, tema assai caro ad Aldo Capitini (siamo negli anni ’50 e ’60 del secondo dopoguerra).

9 Amore eterno baciami – stornello a rispetto

La guerra è finita, la vita riprende, la voglia di gioire è doverosa.
Eccovi allora un canto che è un invito alla speranza.
È uno stornello, uno stornello (o strambotto) a rispetto: scherzoso e spiritoso.
Scrisse G. Carducci al riguardo: “è chiamato a rispetto a cagione della riverenza o venerazione che i cantori dimostravano verso l’oggetto dell’amor loro”.
Comunque sia questo stornello lo si deve interpretare come un canto amoroso e di speranza.
La prima parte è, appunto, scherzosa e spiritosa. È in dialetto, quello pretolano.
La seconda parte è decisamente un invito all’amore e alla speranza. È in italiano.
Rappresenta un po’ l’atmosfera di allora, sempre del II dopoguerra: necessità di dimenticare quanto era successo, il bisogno di divertirsi dopo le lunghe e faticose giornate lavorative, la voglia di scherzare ma anche di partecipare le emozioni e credere in un mondo migliore.
È la realtà dei piccoli borghi lungo i nostri fiumi; si pensi, oltre a Pretola, tutti nostri Ponti, Torgiano, Brufa, S. Martino in Campo… e via dicendo…


10 Le ragazze pretolane – ballata pretolana

Terminiamo con una ballata: il canto più famoso e forse emblematico della (vecchia e nuova) Brigata Pretolana.
Il canto è da attribuire un po’ a tutti i componenti il gruppo, in particolare Ugo Pappafava e Remo Alunno. Questo nelle parole, mentre la musica potrebbe rifarsi a temi preesistenti ma di cui non sappiamo.
La guerra è ormai finita da alcuni anni. La vita riprende e le speranze sono tante.
Il testo riflette pertanto la spensieratezza, l’allegria, la voglia di vivere e di divertirsi, finalmente!
Le parole contenute in esso sono fotografie, sono raccontini, in parte surreali, in parte balordi, in parte realistici, che tracciano momenti di vita di paese. Ricordiamo che siamo negli anni ’50 – ’60 del secolo passato. Dobbiamo pertanto calarci con la memoria in quel periodo storico, a Pretola, così come nei piccoli borghi lungo il Tevere ed il Chiascio, come sopra accennato.


A cura di Daniele Crotti

ECOMUSEO DEL TEVERE
(Pretola, PERUGIA)




Inserito sabato 12 gennaio 2019


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