22/05/2019
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L'altro Sessantotto di Aldo Capitini
Uno dei luoghi comuni delle opinioni su Capitini è che il 1968 sia stato sostanzialmente l’anno della sua morte e che il suo ruolo nel “sessantotto” sia stato irrilevante e marginale. Non è stato così


   Sulle complesse relazioni tra storia e memoria la riflessione è costante e plurale: la storia si scrive sempre dal presente, e la memoria è un terreno scivoloso. Nel caso di Aldo Capitini è ancora da restituire con la dovuta attenzione la complessità storica della sua esperienza, in cui far confluire anche i punti di vista contraddittori, e spesso unilaterali e parziali, della memoria di chi ne è stato testimone diretto. Sono stato un testimone diretto e i miei punti di vista sono cambiati nel corso della vita; giovanissimo collaboratore di Capitini negli anni Sessanta, solo negli ultimi decenni ne ho riscoperto la centralità nella mia formazione e nel mio presente. Poiché i morti non muoiono e i maestri insegnano oltre i limiti fisici della loro esistenza, sto lavorando con lui nella ricostruzione doverosa della sua biografia, della sua storia. Uno dei luoghi comuni delle opinioni su Capitini è che il 1968 sia stato sostanzialmente l’anno della sua morte e che il suo ruolo nel “sessantotto” sia stato irrilevante e marginale. Non è stato così.
   Per Capitini la stagione di lotte sociali del ’68-‘69 è iniziata molto prima, in anni fondamentali di preparazione a cui ha contribuito attivamente sui terreni dell’onda lunga dell’antifascismo liberalsocialista (dalla cospirazione degli anni Trenta alla denuncia della restaurazione nel dopoguerra), di un pacifismo come rifiuto delle guerre e delle loro cause capitalistiche e imperialistiche, dell’analisi delle dinamiche strutturali e culturali dei poteri oligarchici, della promozione di una rivoluzione nonviolenta “per la democrazia diretta”, della critica dell’ideologia cattolica per una «riforma religiosa» in un paese che storicamente ha conosciuto soltanto la Controriforma tridentina. Teorico e organizzatore di esperienze di autorganizzazione sociale “dal basso”, fin dall’immediato dopoguerra ha tenacemente proposto una visione politica libertaria e socialista (massimo socialismo e massima libertà) come “aggiunta” critica al marxismo e superamento delle sue involuzioni economicistiche, stataliste e staliniste.
   Nel 1963 definisce una piattaforma programmatica, Per una corrente rivoluzionaria nonviolenta, per sviluppare movimenti sociali nella prospettiva dell’«omnicrazia»; il primo punto: «La situazione politica italiana presenta un vuoto rivoluzionario: i partiti stanno o su posizioni conservatrici o su posizioni riformistiche, prive di tensione e di forza educatrice e propulsiva nelle moltitudini. Così si va perdendo anche l’esatta prospettiva che pone come finalità decisiva della lotta politica il superamento del capitalismo, dell’imperialismo, dell’autoritarismo. Vi sono tuttavia delle minoranze che vedono chiaro, ma tali minoranze devono giungere ad un’azione organica nella situazione italiana, per cui, da una società dominata da pochi, si passi ad una società di tutti nel campo del potere, della economia, della libertà, della cultura». Nei quattordici punti successivi viene delineato un programma di transizione a una società socialista, costruendo strumenti di controllo dal basso e di democrazia diretta. Quando Capitini parla di «minoranze che vedono chiaro» non si riferisce soltanto ai gruppi nonviolenti che, dopo la Marcia Perugia-Assisi «per la pace e la fratellanza dei popoli» del 1961, sta promuovendo attraverso il Movimento nonviolento per la pace e la Consulta per la pace (Comuni, associazioni, gruppi locali), ma soprattutto al clima politico della società italiana che si sta riaprendo “dal basso”: le giornate antifasciste del luglio ’60, la rivolta degli operai Fiat nel 1962 a Torino, l’operaismo dei «Quaderni Rossi» di Raniero Panzieri, con cui Capitini è in rapporto dal 1956, le esperienze di lotta sociale nonviolenta condotte da Danilo Dolci in Sicilia dal 1955, la campagna antimilitarista per l’obiezione di coscienza, iniziata con Pietro Pinna nel 1949, la difesa della scuola pubblica dalle ingerenze cattoliche condotta attraverso l’Associazione per la difesa e lo sviluppo della scuola pubblica italiana di cui è attivissimo animatore dal 1959, l’attenzione a quanto si muove nell’area del dissenso cattolico (dagli spretati come Ferdinando Tartaglia all’esperienza di Lorenzo Milani a Barbiana).
   Sulla linea della piattaforma Per una corrente rivoluzionaria nonviolenta, nel 1964 fonda e dirige i periodici mensili «Azione nonviolenta» e «Il potere è di tutti» che si aggiungono alla pubblicazione (dal 1951) delle «Lettere di religione». In «Azione nonviolenta» sono approfonditi i temi più specifici del movimento nonviolento, i suoi collegamenti internazionali, le sue iniziative locali; «Il potere è di tutti» è centrato sui temi della democrazia dal basso e della trasformazione politica e culturale della società; nelle «Lettere di religione» sono approfondite le tematiche filosofico-religiose, con una sempre maggiore centralità della fondamentale teoria della «compresenza». Capitini diffonde i suoi periodici sui canali del suo ampio sistema di relazioni, per informare e organizzare iniziative «dal basso», rivolgendosi a «tutti». Nella prima pagina di ogni numero de «Il potere è di tutti», sopra la testata, un’esplicita dichiarazione delle funzioni del giornale: «Questo periodico si propone di stimolare la partecipazione di tutta la popolazione ai problemi della vita pubblica, politici, amministrativi, economici, culturali e sociali, e di aiutare la formazione ed il funzionamento di tutti quegli organismi democratici necessari a concretare questa partecipazione: in primo luogo i Centri di orientamento sociale (C.O.S.)». E in ogni numero insiste con le sue «Istruzioni per costituire i Centri di orientamento sociale» sperimentati nel 1944-1948 a Perugia, in Umbria e in altre regioni, e di quell’esperienza, di cui ha tracciato un ampio bilancio critico in Nuova socialità e riforma religiosa (Torino, Einaudi, 1950) (1), ripropone le “buone pratiche” nella nuova realtà degli anni Sessanta.
   Nel 1965, superate le tenaci resistenze di un ambiente universitario ostile, ottiene il trasferimento dall’Università di Cagliari ed è ordinario di Pedagogia e Filosofia morale al Magistero di Perugia. La fine del faticoso pendolarismo con Cagliari, dove ha comunque sviluppato un’intensa attività educativa e politica, ricca di relazioni importanti (in primo luogo con Ernesto De Martino), gli permette di dedicare più energia e tempo al lavoro di organizzazione della “rivoluzione nonviolenta” attraverso il suo sistema di relazioni, i suoi periodici, le circolari, gli incontri, gli articoli sui quotidiani a livello nazionale.
   Negli anni 1966-1968, sempre più attento ai movimenti studenteschi di «contestazione» che si vanno sviluppando in numerose Università italiane, apre «Il potere è di tutti» alle proposte programmatiche che escono dalle occupazioni delle Università di Torino, Pisa, Trento, Firenze, Roma, le discute, avanza a sua volta proposte di metodo; la sua «aggiunta religiosa all’opposizione» dei partiti della sinistra negli anni Cinquanta diventa confronto attivo con i movimenti degli studenti, sui temi della violenza/nonviolenza, dei metodi delle decisioni assembleari, delle dinamiche di potere nella società e negli stessi movimenti. I temi e le proposte delle tesi di Pisa contro la scuola di classe, di Trento (l’«Università negativa»), di Firenze per una diversa organizzazione delle attività di studio (seminari, controcorsi ecc.) sono discussi puntualmente da Capitini: mette in guardia contro un generico antiparlamentarismo, ricorda che l’Università è soprattutto un luogo di ricerca e produzione culturale aperto a ogni indirizzo, contro ogni chiusura ideologica, e insiste sulla necessità di armonizzare le attività del movimento studentesco (assemblee ecc.) con le attività di studio. Il 28 aprile 1968 organizza a Perugia un incontro nazionale di varie realtà del movimento degli studenti, e ne pubblica i risultati ne «Il potere è di tutti». In un editoriale del numero 1-2 (gennaio-febbraio 1968) ha polemizzato
con quei docenti (non solo di destra) che disertano le Università occupate invece di costruire nuove relazioni con gli studenti, e ha indicato nell’assemblea lo strumento fondamentale per lo sviluppo del movimento studentesco: «[…] Gli studenti hanno ragione ad esigere che cominci a vivere sul serio in tutte le Università il principio delle assemblee frequentemente periodiche, con delega frequentemente rinnovabile ai loro rappresentanti e anche possibilità della loro revoca […]; e hanno ragione di voler conoscere, vedere e controllare tutto. Ma il principio della maggioranza, se diventa “deliberativo”, deve avere limiti precisi, altrimenti diventa “tirannia” della maggioranza, che è cosa pessima e dannosa agli stessi innovatori, che di solito sono acute minoranze. E i limiti, per le Università, sono di tre tipi: la libertà, il sapere, la società di tutti […]».
   Nel 1966 ha pubblicato tre volumi: La compresenza dei morti e dei viventi (Milano, Il Saggiatore) (2) , Antifascismo tra i giovani (Trapani, Célèbes) (3) e Severità religiosa per il Concilio (Bari, De Donato). La compresenza dei morti e dei viventi è il suo libro più complesso e straordinariamente ricco di piste di ricerca, sempre rigorosamente aperte, sull’unica vera religione di Capitini; la «compresenza» come visione filosofica e politica della cooperazione di tutti, viventi e morti, nel presente e nel passato, alla creazione della libertà dell’esistenza umana dai condizionamenti sociali e dalla paura della morte. In Antifascismo tra i giovani ha consegnato ai giovani degli anni Sessanta l’esperienza della cospirazione antifascista dei giovani degli anni Trenta-Quaranta. In Severità religiosa per il Concilio ha proseguito la critica del confessionalismo cattolico iniziata negli anni Trenta: nonostante le aperture del pontificato di Giovanni XXIII, l’apparato dottrinario fondamentale dell’istituzione ecclesiastica è sempre quello controriformistico.
   Nel 1967 ha pubblicato da Feltrinelli un manuale dell’azione diretta nonviolenta, Le tecniche della nonviolenza (la prima copia l’ha inviata a Joan Baez); nello stesso periodo ha discusso, su «Azione nonviolenta» e «Il potere è di tutti», l’alternativa “guerra no, guerriglia sì”, l’ampia diffusione di posizioni “guevariste“ nel movimento degli studenti, da interlocutore che vuol «far pensare» i giovani sui vicoli ciechi della controviolenza e sull’alternativa di una rivoluzione in profondità delle coscienze all’interno di processi sociali di radicale trasformazione dei rapporti di potere. Nello stesso periodo ha partecipato alle assemblee per la chiusura del manicomio di Perugia, e ha pubblicato l’opera pedagogica Educazione aperta (2 voll., Firenze, La Nuova Italia, 1967-1968) in cui confluiscono tutti i temi della sua visione del mondo, dalla compresenza alla riforma religiosa, dall’«omnicrazia» all’arte della relazione interpersonale.
   Nell’estate del 1968, mentre si aggravano i sintomi della malattia per cui sarà operato nell’autunno, elabora una sintesi della sua proposta politica di omnicrazia. Il testo sarà pubblicato postumo nel 1969 (Firenze, La Nuova Italia) con il titolo Il potere di tutti (4); al centro, la questione della democrazia diretta, sviluppo radicale del controllo dal basso. Nello stesso periodo legge con grande interesse L’uomo a una dimensione di Marcuse. Nella sua ultima lettera (24 settembre 1968) a Danilo Dolci (5), il «libero religioso e rivoluzionario nonviolento» (la sintesi è di Walter Binni, per l’epigrafe sulla tomba dell’amico e maestro) scrive: «I giovani del convegno a cui non ho potuto partecipare per via della malattia, non hanno considerato molto la mia proposta di presentarci alle elezioni regionali con una lista di “rivoluzione nonviolenta per la democrazia diretta”, non tanto per essere eletti, quanto per far conoscere la nostra posizione specialmente tra i giovani». 
   Alla fine di settembre entra nella clinica di Perugia dove morirà il 19 ottobre. In clinica continua a lavorare. Il 6 ottobre, alla vigilia dell’operazione chirurgica, scrive la sua ultima “lettera di religione”, La forza preziosa dei piccoli gruppi, dedicata al movimento politico che si sta sviluppando in Italia; ne denuncia limiti e ambiguità, il generico attivismo, il pericolo di chiudere il movimento studentesco in logiche di ricambio della classe dirigente che lascino intatti i rapporti di potere tra i pochi e i “tutti”. Le ambiguità e i pericoli sono tanto più forti nella “regione rossa” dell’Umbria e in particolare a Perugia, dove l’agenda del ’68 è stata dettata, soprattutto nell’Università, dalla forte presenza delle organizzazioni neofasciste che ha costretto il movimento su un terreno arretrato di reazioni alle aggressioni, e dove gli esiti principali di una “rivoluzione” mancata saranno la cooptazione di alcuni quadri politici negli apparati dei partiti di sinistra e la resistenza culturale e politica dei gruppi della “nuova sinistra” extraparlamentare. Molto diversa e contro ogni forma di “chiusura” dei movimenti in partiti e gruppi ristretti è la visione “omnicratica” che Capitini ha sistematicamente riproposto, per una “rivoluzione nonviolenta” di cui sia protagonista la base popolare di una piramide sociale da rovesciare attraverso un esteso lavoro politico di inchiesta, collegamenti, organizzazione di esperienze “dal basso”.
   Siamo stati in molti a non capire, nel ’68. Eppure, a distanza di cinquant’anni da quella stagione su cui si sarebbe abbattuta, dal 12 dicembre 1969, la «strategia della tensione», costringendo i movimenti sociali nella spirale violenza/controviolenza degli anni Settanta, la visione lunga di Capitini appare oggi più che mai attuale e ricca di indicazioni teoriche e pratiche. Semplicemente, i risultati della sua appassionata e rigorosa ricerca di una libertà necessaria e di un socialismo possibile vanno studiati, ripensati, e soprattutto attuati in nuovi processi di socialità politica e culturale, tenacemente “dal basso”. 

Lanfranco Binni

1  Mai più ristampato dopo la prima edizione, il volume è oggi riedito nella collana «Opere di Aldo Capitini», Firenze, Il Ponte Editore, 2018.
2  Oggi riedito nella collana «Opere di Aldo Capitini» cit., 2018.
3  Mai più ristampato dopo la prima edizione, oggi riedito nella collana «Opere di Aldo Capitini» cit., 2018.
4  I testi di Omnicrazia e dello scritto autobiografico Attraverso due terzi del secolo (agosto 1968) sono stati ripubblicati nel 2016, a cura di L. Binni e M. Rossi, Firenze, Il Ponte Editore, nel volume di A. Capitini, Attraverso due terzi del secolo. Omnicrazia: il potere di tutti.
5  Aldo Capitini-Danilo Dolci, Lettere 1952-1968, a cura di Giuseppe Barone e Sandro Mazzi, Roma, Carocci, 2008.

(da l'altrapagina, novembre 2018, inserto dedicato ad Aldo Capitini)



Lanfranco Binni

Inserito sabato 12 gennaio 2019


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