18/10/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Saccheggi con mani di velluto
L’ex carcere e l’occhio di Polifemo. Senza colpo ferire, la città viene sistematicamente vuotata, desertificata e lottizzata. Per governare la città bisogna conoscere a fondo il senso dei luoghi


Duemila anni or sono, un certo Caio Giulio Cesare Ottaviano Augusto fa assediare Perugia per mesi, con conseguente incendio, saccheggio e massacro.

Dai romani voliamo d’un balzo al Cinquecento: papa Paolo III Farnese, dopo la rivolta dei perugini contro le esose gabelle pontificie, fa radere al suolo l’intero quartiere sul colle Landone, praticamente mezza città, con palazzi, giardini, portali, chiese e tutto, allo scopo di umiliare e soffocare ogni legittima rimostranza del popolo.

Voliamo ancora, dal Cinquecento all’Ottocento: papa Pio IX spedisce contro Perugia truppe mercenarie, con licenza di assedio e saccheggio, per reprimere ogni minima richiesta di indipendenza.

Questi tre assedi, furono veri e propri sacchi a danno della nostra città, le cui conseguenze nefaste si protrassero per secoli.

E dopo? Che accadde? Non ci sono più stati assedi? Molti potrebbero pensarlo, ma non stanno esattamente così le cose, perché lance, spade, fucili e cannoni sono stati soppiantati da armi di gran lunga più subdole e a più vasta gittata: armi finanziarie! Dalle polveri e macerie degli assedi del passato, siamo passati a subire assedi e sacchi… di velluto.

Senza colpo ferire, la città viene sistematicamente vuotata, desertificata e lottizzata.

Oggi di sacchi di velluto pullula Perugia; uno per tutti: la cosiddetta “Nuova MONTELUCE” al posto del Policlinico, demolito senza troppi complimenti per lasciare il posto a un luogo fantasma.

Nessuno si è accorto che al Policlinico avevamo un “REMBRANDT” tridimensionale, cioè l’aula a gradoni a” forma di teatro” per le lezioni di anatomia del Dott. Tulp. Una trasformazione che ha totalmente ignorato il tema del “LUCUS” o bosco sacro.

Con gli ARCONI è stato commesso identico errore: è stato riempito un luogo archeologico con conglomerati cementizi, escrescenze vetrificate, che snaturano irreparabilmente la vocazione del monumento e l’opportunità di scoprire un aspetto saliente della città sotterranea.

PALAZZO GROSSI, ex scuola media “Giovanni Pascoli”, avrebbe dovuto diventare una innovativa TORRE per l’osservazione della città, in cui avrebbe dovuto dominare il tema della TRASPARENZA. Invece: box, angusti corridoi, e i cittadini sudditi, col cappello in mano, fuori della porta.

Ora a chi tocca? Avanti il prossimo esempio:

EX CARCERE di Piazza Partigiani. L’etimologia di carcere è “recinto”. Il recinto è delimitazione di una zona, entro la quale si può accedere solo con il passaporto.

Il progetto di una “Cittadella giudiziaria” nell’ex Carcere equivale a creare un’area circoscritta nella quale si può penetrare solo per alcune ore della giornata, o solo se si è abilitati a farlo.

I progetti vanno prodotti “PER Perugia” e non “SU Perugia”.

La visione con un solo OCCHIO risulta limitante. Vedere come vedeva POLIFEMO ci porta a parlare troppo, ma ci separa dalla vita sociale e di condivisione. Due occhi, invece, permettono la tridimensionalità del mondo circostante.

Il vero tema che deve ispirare il recupero dell’ex CARCERE è il tema dell’EVASIONE : uscire dai recinti. Evasione non intesa come fuga da un luogo di detenzione, ma come fuga dai vincoli che ci relegano entro i compromessi della politica spicciola.

Per GOVERNARE, bisogna CONOSCERE.

Ricordiamoci che una volta la CITTÀ era articolata alla seguente maniera: abitazioni, commercio di prossimità, artigianato di servizio, produzione di beni popolari, istruzione per i giovani, assistenza agli anziani (tema oggi totalmente sconosciuto ai più).

La città è nata per garantire la sicurezza. Creando recinti, aree interdette, si provocano scenari da “ARANCIA MECCANICA”.

Forzare specifiche funzionalità d’uso in contenitori incapaci di riceverle, significa tradire il principio di consequenzialità tra la funzione e la forma. Come al solito, ribaltando lo slogan, si rischia che la funzione prevalga sulla forma, “mandando a benedire” il nostro patrimonio e i nostri valori.

La GIUSTIZIA deve affacciarsi sulla PIAZZA, deve essere visibile e non trattata come “il gatto nto la balla”. Perché un TRIBUNALE si affaccia sulla piazza? Perché è PARTE VIVA della COMUNITÀ.

Decentrarlo equivale a imprigionarlo.

Pieno di giorno, vuoto di notte.



Mauro Monella

Inserito domenica 24 febbraio 2019


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