20/09/2019
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Tra buonisti e pietisti
Un excursus nell'etimologia

Purtroppo viviamo in tempi strani, dove pare che essere delle brave persone, con dei valori, sia un crimine inaccettabile.

Molti di voi lettori sarete stati tacciati di buonismo, a me è capitato.

Non vuoi che una persona venga fatta “marcire” in galera? Sei buonista.

Non vuoi far morire gente in mare? Sei buonista.

Non vuoi che si spari e si uccida? Sei buonista.

Mi sono interrogata spesso su cosa davvero significhi questa parola, e quale terribile offesa sia. Così ho fatto qualche ricerca e, alla fine, credo sia un complimento e non certo un'offesa come la intendono alcuni.

La parola “buonismo” è stata inventata dal professor Ernesto Galli Della Loggia, in un editoriale intitolato “L'ulivo di Prodi o Garibaldi”. L'articolo venne pubblicato nel 1995 sulla prima pagina del Corriere della sera.

Da allora è stata utilizzata dalle persone di ogni cultura e di ogni professione. Perché?

Perché, con questo termine, vediamo come una cosa buona e giusta, venga ribaltata fino a farla diventare il peggiore insulto. In pratica, se queste persone avessero qui di fronte Gesù, lo taccerebbero di essere il peggior buonista della storia.

Pare che, così, tutto quello che ci è stato insegnato dalla nostra religione, nonché dalla famiglia, sia un'ignominia!

Ma, ovviamente, non c'è nulla di nuovo sotto il sole: il precedente linguistico storico è stato il termine “pietismo”. E da chi mai sarà stato utilizzato? Nel 1938 veniva utilizzato contro chiunque esprimesse un parere a favore degli ebrei colpiti dalle leggi razziali.

Scrive Michele Serra: “il buonismo è un alibi insostituibile, perché serve a ridurre ogni moto di umanità o di gentilezza a un'impostura da ipocriti, e di conseguenza ad assolvere ogni moto di grettezza e di disumanità”.

In pratica quale è il meccanismo psicologico che si innesca? Si cerca di far vergognare chi è giusto, affibbiandogli una parola che rovesci le sue qualità, sminuendole e facendole apparire come un comportamento vergognoso.

E questo perché? Perché nessuno di noi ammetterebbe mai di essere una persona cattiva e che, oltretutto, usi questa cattiveria per ottenere dei consensi. Chi di noi avrebbe il coraggio, davanti ai propri figli, alla propria famiglia di dire: “Sai, sono una persona cattiva, che odia il prossimo. Che piuttosto che cercare di capire l'altro, ne evidenzio le differenze”.

Teniamocelo stretto questo neologismo, perché è quello che fa di noi la differenza. Sappiate che qualora qualcuno si senta in diritto di lanciarvi contro il suo anatema colpendovi con “sei un buonista”, è solo perché teme la vostra umanità.




Miriam Ballerini

Inserito martedì 14 maggio 2019


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