16/10/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Perugia e i vuoti a perdere
La SCIENZA della CITTÀ è fatta di regole: fintanto che è esistito il rispetto delle giuste regole, si sono sviluppati spazi umani vitali, utili e positivi

Un tempo si usava giocare a carte.
Chi ben conosce il gioco delle carte (Briscola, tressette, scopone eccetera) sa che le regole del gioco sono fondamentali. Per vincere la partita oltre alle regole, occorre avere buona memoria.
Se si improvvisa, e non si ha memoria, si perde. Il tavolo verde non perdona: il giocatore inetto, incapace e smemorato altro non si guadagna che le contumelie degli avversari e del compagno di squadra.

Tutto ciò, REGOLE, MEMORIA e CONOSCENZA, possono valere anche per il GOVERNO della CITTÀ .
Perché mai? Perché la SCIENZA della CITTÀ è fatta di regole: fintanto che è esistito il rispetto delle giuste regole, si sono sviluppati spazi umani vitali, utili e positivi.

A titolo di esempio basta vedere i quartieri di Monteluce, Elce, Via Pellas e dintorni.

Fu sempre ben chiaro lo stretto legame tra urbanistica e cultura, come tra ALFA e OMEGA.

A PERUGIA esiste un grande PATRIMONIO EDILIZIO PUBBLICO, prevalentemente sotto utilizzato, addirittura inutilizzato o in perenne ristrutturazione: si considerino l’ex convento di San Bernardo, il complesso di Sant’Agostino, il Turreno, il Lilli, San Francesco al Prato, il mercato coperto, le ex carceri giudiziarie ecc. Da non escludere i ricchi possedimenti ecclesiastici. Tutti scrigni d’arte con potenziale inespresso, e strategici per la vita della città.

È dovere dell’ AMMINISTRAZIONE creare le condizioni per operare con OCCHIO e CERVELLO, nei modi corretti, individuando e discutendo le scelte per ottenere risultati rispettosi dell’IDENTITÀ URBANA.

Purtroppo la realtà è ben diversa: l’impreparazione genera improvvisazione, come qualche volta per il gioco delle carte.

GOVERNARE richiede tempo, calma e soprattutto cognizione di causa, e non piuttosto la cieca fretta per sottostare alle ottusità burocratiche di progetti pensati solo per accaparrare i finanziamenti pubblici: tutta politica del fare senza pensare.
Questo modo di agire, soffoca, spegne, uccide la creatività della progettazione contaminando le scelte per il FUTURO.

Vittima recente di questo svilente metodo è rappresentato dagli ARCONI del PINCETTO, della cui maldestra manipolazione non c’è nulla di cui vantarsi. Andrebbero liberati dagli osceni gabbiotti recentemente conficcati, a dispetto dell’antica e pregiata struttura muraria che, anziché occultata, sarebbe dovuta rimanere ben visibile.

Ci si accorge dopo dell’errore: calata la carta sbagliata, si cerca subito la giustificazione. Ci si interroga sul bello e il brutto, sul moderno che contamina l’antico, e poi ci sono le riflessioni filosofico-cervellotiche che sottolineano che “la sovrascrittura è più importante del testo”.
Più che di un fantomatico “ASSESSORATO al CENTRO STORICO“, ciò di cui ha bisogno PERUGIA è un’urbanistica vera, autentica, quella che pensa, studia e propone ed è associata alla cultura. Sì, perché quella che prevale oggi è l’URBANISTICA RAGIONIERISTICA, cioè un ufficio dove si decide l’immobiliarizzazione del territorio, deturpante ed opprimente.

Nel governo della città le partite si perdono quando: i progetti rincorrono i singoli interessi. Il BUON GOVERNO pensa, studia e indirizza per tempo, con PROFILO ALTO, nel vantaggio collettivo.

O REGOLE o TRUCCHI.

Quando si disattendono le buone regole, entra in gioco il baro, “ESPERTO TERGIVERSISTA” che punta a risultati quantitativi e non qualitativi.
Ce n’è un esempio figurativo particolarmente calzante.
Avete presente Il dipinto “I BARI” di Caravaggio?
In quell’epoca il baro incallito era riconoscibile, con le sue bieche caratteristiche. Oggi si è ormai scaltrito, competendo perfino con la natura, nelle infallibili forme di mimetismo. Si è perfezionato superando di gran lunga un fenomenale INSETTO come lo STECCO, capace di assumere le sembianze del rametto su cui poggia.
Il baro si mimetizza per calcolati scopi di profitto personale e di categoria, e può riporre fiducia incondizionata su un folto drappello di taciti e fedeli collaboratori, campioni nell’arte dello “GNORRISMO“ e dello SCILINGUAGNOLO, quella di chi fa finta di ignorare e intanto avalla, asseconda e fa terreno solido.
Sa mantenersi nella giusta vaghezza e, se le circostanze lo richiedono, è impareggiabile nel trasformarsi in scaricabarile.

Ad incentivare l’andamento deviante della partita truccata c’è la selva oscura delle normative balzane, astruse ed estranee ai comuni mortali:
chi delibera le regole e i progetti, poi scompare senza lasciare traccia, lasciando che gli scempi edilizi commessi vengano spacciati per riqualificanti. Ma quale riqualificazione? Semmai ci sarebbe da qualificare.

Si usa sfoggiare la frase: “la bellezza salverà il mondo”. Ma la bellezza è relativa, spesso fuorviante e di ambigua interpretazione; bisognerebbe invece affidarsi alla cultura, quella che si può tramandare e che si traduce in BENESSERE, quello vero in grado di farci sentire parte dentro e fuori, di ogni insieme architettonico e paesaggistico.

Invece di trasformare l’ex carcere in “CITTADELLA GIUDIZIARIA“, sovvertendo la legge dei numeri, perché non lo facciamo diventare un luogo pullulante di attività di arte, artigianato, museo, esposizioni, ricettività turistica, studio e residenza da zero a 110 anni ?
Pigiare una funzione complessa come quella della Giustizia in una forma che non può fisicamente riceverla, equivale a TRAVASARE una DAMIGIANA in un BOTTIGLIONE.
Perché è questo in pratica che si vorrebbe fare.
Si sente dire di una paventata installazione dei “grandi magazzini RINASCENTE“ all’interno dell’attuale, novecentesco, PALAZZO delle POSTE.
Vogliamo proprio accettare questa ennesima zeppatura forzata ai danni della vita cittadina? Quanto sarebbe più proficua una “CASA della GIUSTIZIA” APERTA, ILLUMINATA e POPOLARE ?



Mauro Monella


Inserito domenica 6 ottobre 2019


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