10/12/2019
direttore Renzo Zuccherini

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Chi siete? cosa fate? Che portate? Un fiorino!
Lo storico Casello del Dazio in Porta S. Angelo. La vendita di questo immobile rappresenterebbe per la collettività non un guadagno ma la perdita di un elemento caratterizzante del nostro patrimonio culturale e urbanistico


Per lunghi secoli, ogni arco cittadino era dotato di relativa porta. Col tempo venne abbandonata la consuetudine dell’uso metodico e quotidiano delle porte. Fu allora, intorno all’Ottocento, che Perugia si dotò, come gran parte delle città capoluogo, di una cinta daziaria che suggellava il passaggio dalla campagna alla città. Il passaggio dallo spazio vasto, bucolico e agreste allo spazio circoscritto della città murata suscitava sorpresa ed emozione.
I varchi della cinta daziaria erano ben caratterizzati: una architettura discreta, dignitosa, ben disegnata, sorvegliata da manipoli di intransigenti esattori, quelli che ponevano il quesito di rito:

“CHI SIETE?
COSA FATE?
COSA PORTATE?
UN FIORINO!“.

Era la via consentita per persone, mezzi e merci, inseriti nell’ adeguato sistema mercantile, calibrato sulla base delle effettive necessità, e non esagerato e consumistico come quello odierno.
Di varchi a Perugia ce n’erano diversi: a Porta Pesa, a Piazza Partigiani, in via Annibale Vecchi, in Porta S. Angelo.

I primi due furono abbattuti; di quello in via Vecchi il manufatto sopravvissuto è stato riadattato a pizzeria; quello di Corso Garibaldi, sotto il Cassero, si trova transennato, abbandonato e in totale fatiscenza.

Il Casello del Dazio di corso Garibaldi, merita particolare attenzione affinché lo si riporti in vita.

Un piccolo edificio, è vero, ma facente parte di un contesto importante, perché evoca il passaggio tra fuori e dentro, tra campagna e città. E’ inserito in un circondario comprendente:
A) gli antichi lavatoi, adibiti a pubblico lavaggio dei panni
B) il possente Cassero, efficace osservatorio dotato anticamente di porta a “ghigliottina”
C) San Matteo degli Armeni, attualmente adibito a biblioteca prospiciente il convento francescano di Monteripido
D) il tracciato dell’acquedotto.

Tutta questa ricchezza storica e culturale va custodita gelosamente; bisogna evitare di compiere lo stesso errore commesso con l’alienazione e il riadattamento dell’ex diurno di via del Fagiano diventato una “gargottara” che pregiudica ogni uso collettivo.

Invece di vendere il Casello del Dazio ad un privato che lo trasformerebbe in una abitazione complicata da concepire, potrebbe essere una buona idea quella di trasformarlo in un luogo di cultura: piccolo museo, esposizioni itineranti, mostre, micro eventi eccetera.

La vendita di questo immobile rappresenterebbe per la collettività non un guadagno ma la perdita di un elemento caratterizzante del nostro patrimonio culturale e urbanistico, un impoverimento per tutta la città.

Se poi sulle aree incolte davanti a San Matteo (formidabile terrazza panoramica sul monte Tezio, la valle del Rio e il Tevere) si avverassero le condizioni per realizzare “il giardino delle rimembranze”, allora tutto ciò, San Matteo, Cassero, giardino delle rimembranze, ex lavatoi, Casello del dazio varrebbe per Perugia come vincere una cinquina al lotto, un risultato incantevole, rilassante ed educativo insieme.

Questo progetto non è un’utopia ma perché si avveri richiede lo sforzo congiunto tra chi si occupa di Cultura e chi di Urbanistica.

L’appello è rivolto agli Assessori alla Cultura e all’ Urbanistica che freschi di nomina sono desiderosi di contribuire alla tutela, al godimento e allo studio delle strutture storiche cittadine. Non ci resta che augurare loro un buon lavoro.

Cari Assessori ... mettiamoci al lavoro.



Mauro Monella

Inserito mercoledì 30 ottobre 2019


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