29/02/2020
direttore Renzo Zuccherini

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Il miraggio delle piccole patrie
Autonomia differenziata e unità


Il valore della prossimità delle autonomie locali, nel rispondere più prontamente ai bisogni delle popolazioni, va riconosciuto. La prossimità tende a rendere più rapida l'azione di governo e incrementa la democrazia, avvicinando i cittadini al potere pubblico. E' questa una premessa indispensabile per dichiarare la nostra apertura ai bisogni dei territori, negando però in radice che l'autonomia differenziata così come viene rivendicata corrisponda a tale esigenza di democratizzazione ed efficienza del potere pubblico. Essa nasce invece sotto la spinta di ambizioni competitive indotte dai processi di globalizzazione e dalle sue crisi - che negli ultimi decenni hanno indebolito i poteri dello stato centrale - tendenti a sottrarsi dai vincoli di solidarietà e dagli obblighi di distribuzione della ricchezza con gli altri territori. Il riconoscimento e la promozione delle autonomie locali, sanciti dalla Costituzione, non trovano riscontro nei percorsi di differenziazione intrapresi che, invece, per come sono delineati minerebbero l’unità e la coesione sociale del Paese.

Ridurre l’Italia a un assemblaggio di staterelli semi-indipendenti, non ha nulla a che fare con l'accrescimento della democrazia, e in un panorama globale dominato da giganti (Stati Uniti, Cina, India, Russia), che dovrebbe spingere a rafforzare il ruolo dell’Europa, la pretesa di rinchiudersi in minuscole fortezze regionali non può che risultare alla lunga perdente per tutti.

Le Regioni italiane vivono le difficoltà derivanti dalla riforma del Titolo V approvata nel 2001, l’indeterminatezza data dall’assenza delle necessarie norme nazionali di principio e le contraddizioni di un decentramento di competenze in un contesto di centralismo finanziario, aggravate dalla crisi economica dell’ultimo decennio. Ma queste problematiche non possono trovare risposta in soluzioni circoscritte a livello regionale: per l’ambiente, il lavoro, infrastrutture strategiche o strutture portanti della identità storica e culturale del paese come la scuola devono, invece, essere individuate soluzioni comuni che rendano ogni territorio promotore di sviluppo ed effettivamente favoriscano l’unità della Repubblica prescritta dalla Costituzione.

L’esplosione delle diseguaglianze

Le pretese autonomistiche differenziate, fondate sulla maggiore capacità fiscale, sono inaccettabili alla luce della nostra Costituzione, che riconosce al cittadino, e non ai territori, la titolarità dei diritti fondamentali. Disegnare condizioni privilegiate per singole aree regionali accrescerebbe obiettivamente le disuguaglianze già in atto, e sottrarrebbe lo stato centrale alla responsabilità di attuare politiche pubbliche di riequilibrio territoriale, di contrasto alla divaricazione crescente dei redditi e di tutela di eguali diritti. Ipotizzare una organizzazione del welfare favorendo questa o quella regione equivale, di fatto, a dissolvere i vincoli che tengono unito il paese, minacciando l’unità nazionale. Ne è pensabile sottrarre, in nome di una presunta specialità, alcune regioni a disposizioni nazionali che fissano norme di tutela che devono valere per tutti i cittadini a prescindere dal luogo di residenza.
Non è da sottovalutare, inoltre, il rischio di un neo-centralismo regionale derivante dalla maggiore autonomia che minerebbe la capacità d'iniziativa (anche nelle regioni del Nord) dei comuni, che costituiscono il cuore effettivo della democrazia amministrativa. Il welfare deve essere pubblico e universale quindi è impensabile vincolarne l’efficacia alla capacità contributiva di un dato territorio mentre diventa prioritario estenderne la validità individuando le risorse necessarie attraverso la leva fiscale statale, sulla base di un meccanismo perequativo che incida sui grandi patrimoni e le ricchezze accumulate ovunque esse siano.

“UN VIAGGIO DAL SUD AL NORD”

Date queste premesse, i soggetti che sottoscrivono tale documento, intendono promuovere una vasta azione di mobilitazione popolare. “Un viaggio dal Sud al Nord” che incontri tramite un percorso itinerante, in vari centri delle regioni, le popolazioni locali.
Questo percorso dovrebbe partire da Roma e percorrere le varie regioni, partendo da quelle del Sud e organizzando una risalita verso Nord, concludendo il viaggio a Milano, nel cuore dell'Italia che si vorrebbe secessionista e in uno dei comuni più antichi d'Italia, con una manifestazione rappresentativa.
Le modalità degli incontri con le popolazioni, che non possono ovviamente essere definite in anticipo nei loro dettagli, prevedono la partecipazione dei rappresentanti di tutte le organizzazioni che sottoscrivono tale documento. Ma naturalmente un ruolo importante dovranno avere anche i cittadini, le associazioni locali.
Gli incontri dovrebbero avere al centro il tema dell'autonomia differenziata, ma costituire anche occasione per una riflessione politica più larga. E potrebbero muoversi secondo due assi fondamentali, uno di critica e un altro di proposta e di prospettiva. Occorrerebbe innanzitutto ricordare che le stesse richieste per l'autonomia differenziata, pur nella diversità delle proposte presentate, aprono un contenzioso potenzialmente senza fine sulle potestà da assegnare a ciascuna singola regione – che avanzerebbero, a gara, sempre nuove pretese - logorando lo stato centrale e indebolendo le sue capacità contrattuali con l'Ue.

Peraltro non va nascosto che il rapporto con le Regioni che hanno chiesto l’autonomia differenziata, avviato col governo Gentiloni, è stato fortemente sostenuto dal governo Conte-Salvini-Di Maio, alla luce della piena consonanza delle richieste lombardo-venete con la linea politica della Lega; noi auspichiamo che l’attuale governo non condivida allo stesso modo le proposte delle Regioni del nord.
Occorrerà invece denunciare che la redistribuzione delle risorse pubbliche sulla base della cosiddetta “spesa storica” ha danneggiato gravemente, negli ultimi anni, sia le regioni del Sud e sia le zone più deboli del Nord. In virtù di tale criterio è avvenuto, ad esempio, che i centri dotati di zero asili nido, per ritardi o inadempienze, hanno ricevuto dallo stato, ogni anno, zero contributi.

Chi ne aveva 100, ne ha incassato invece per cento. Le diseguaglianze storiche sono state cristallizzate, anziché rimosse con un intervento perequativo da parte del potere pubblico. E' il “mondo alla rovescia” dei neoliberisti.

Per di più, da quanto emerge dall’ultimo rapporto Svimez, la forbice sud-nord si è ulteriormente allargata, con un calo del Pil dello 0.2% a fronte di una crescita dello 0.3% a settentrione, con un fenomeno migratorio in forte aumento – circa due milioni di persone hanno lasciato il Mezzogiorno dal 2000 ad oggi -, con un abbandono degli studi da parte del 18.8% dei ragazzi rispetto all’11.7% al nord. Crisi e spopolamento: tutto ciò pone a tema con la massima urgenza una politica di nuovo sviluppo per il Mezzogiorno.
Chi è più indietro deve essere punito e chi è più avanti premiato. Un cascame della dogmatica competitiva applicata ai territori con conseguenze devastanti. Occorre invece che lo Stato redistribuisca le risorse secondo i bisogni reali delle popolazioni, e non sulla base di presunti meriti o demeriti, con criteri oggettivi e soprattutto perequativi, che sanino disuguaglianze e ingiustizie
storiche e garantiscano la piena esigibilità dei diritti civili e sociali fondamentali a tutti i cittadini in
ogni territorio.
Bisogna mettere in evidenza, inoltre, come queste stesse logiche di “rigore di bilancio” ed “austerità” abbiano inciso negli anni proprio sull’attività dei Comuni condannandone migliaia, in particolare nel Mezzogiorno dove spesso si registra anche un lunga tradizione di mala gestio della cosa pubblica, a dichiarare dissesto o pre-dissesto. Questa condizione ha inciso enormemente sulla qualità della vita dei cittadini– tasse locali al massimo consentito e servizi ridotti al lumicino – ma anche sulla dimensione democratica, svilendo il dibattito politico locale ridotto ormai a mera discussione su pratiche amministrative di rientro del debito.
Il secondo asse riguarda la necessità di rivendicare con forza, dopo anni di teorizzazione neoliberista e di restrizioni da austerità, il ruolo del potere pubblico come agente investitore. Senza un rinnovato e forte impegno finanziario dello Stato in istruzione, ricerca, sanità, pubblica amministrazione, infrastrutturazione territoriale e ambiente, gli squilibri e le disuguaglianze che lacerano il Paese - siano tra Nord e Sud, tra aree urbane e aree interne o all’interno delle stesse città metropolitane -, non saranno superate.
Un’azione politica che intenda valorizzare la prossimità, promuovere la partecipazione attiva dei cittadini e rispondere ai bisogni delle comunità, piuttosto che immaginare nuove “nazioni” regionali dovrebbe individuare un percorso di risanamento della dimensione democratica e di rifinanziamento dei servizi di welfare locali – anche investendo in rigenerazione urbana e sviluppo sostenibile – superando le restrizioni del patto di stabilità.
Dunque ci assumiamo un compito di informazione e di chiarimento tra le persone e al tempo stesso vogliamo renderle protagoniste di una azione politica, in cui tornino ad avere voce, escano dalla rassegnazione, e possano rivendicare con più energia i propri diritti.

Piero Bevilacqua (Osservatorio del Sud)
Rossana Dettori (Segreteria confederale Cgil)
Filippo Sestito (Presidenza Nazionale Arci)
Massimo Villone (Presidenza Coordinamento Democrazia Costituzionale)
Gianfranco Viesti (Università di Bari)
Enzo Scandurra (Università la Sapienza Roma)
Roberto Morea (Transform! Italia)
Loredana Marino (Laboratorio Sud)
Simona Maggiorelli (Left)


FLC CGIL aderisce alla "Staffetta per l’Unità della Repubblica e dei diritti" per il ritiro di ogni progetto di Autonomia differenziata
Dal 9 al 14 dicembre volantinaggi, incontri pubblici, sit-in, lezioni in piazza

FLC CGIL nazionale partecipa, dal 9 al 14 dicembre, alla “Staffetta per l’unità della Repubblica e dei diritti uguali per tutti” promossa dal Comitato nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia Differenziata. Una settimana di mobilitazione per ribadire il nostro NO a qualunque progetto di autonomia differenziata.

Tutte le materie investite da questo provvedimento per il quale lo scorso 8 Novembre il ministro per gli affari regionali Boccia ha presentato una bozza di Legge Quadro “per l’attribuzione alle Regioni di forme e condizioni particolari di autonomia”, sono di vitale importanza per la garanzia dell’uguaglianza dei diritti nel nostro Paese, così come prevista dalla nostra Costituzione e tra esse, i progetti di regionalizzazione in materia di scuola e istruzione mettono in discussione un diritto, quello all’Istruzione, che rappresenta il cardine della coesione nazionale.

La nostra organizzazione, fin dal principio contro questo progetto disgregatore sarà in prima linea nel sostenere tutte le iniziative previste in questa settimana di mobilitazione.

Di seguito e al rinvio, il testo dell’appello

Più che mai, ritiro di qualunque Autonomia differenziata. NO alla Legge quadro! Una Legge quadro che apre la porta alla disarticolazione della Repubblica

Più che mai, ritiro di qualunque Autonomia differenziata

NO alla Legge quadro!

L’8 novembre il ministro Boccia ha presentato una bozza di Legge Quadro “per l’attribuzione alle Regioni di forme e condizioni particolari di autonomia”, ai sensi dell’articolo 116 terzo comma della Costituzione.

Siamo dunque di fronte ad un primo passo concreto verso il riconoscimento dell’Autonomia differenziata alle Regioni che ne hanno fatto o ne potranno fare richiesta.

Per noi che ci situiamo in modo netto nel campo del rifiuto di qualunque Autonomia differenziata si tratta indubbiamente di una direzione inaccettabile.

Vogliamo tuttavia analizzare la Legge quadro partendo dalle argomentazioni di chi sostiene che un’Autonomia differenziata “equa”, “solidale”, “cooperativa” sia possibile.

1) La Legge quadro, se approvata, costringerebbe le Regioni che chiedono più Autonomia ad agire entro un quadro definito e chiaro?

La risposta è No. Gli atti legislativi della nostra Repubblica sono ordinati secondo una scala gerarchica, il più elevato dei quali – la Costituzione – vincola tutti gli altri. La Legge quadro è una legge ordinaria o di grado “inferiore” rispetto alla Legge prevista dall’art. 116 Cost. che è di natura speciale e rinforzata dalla previsione delle intese con le Regioni interessate e della maggioranza assoluta del voto parlamentare. Come scrive il Massimo Villone “essa rimane in principio modificabile da una legge successiva recante intesa con una Regione, ex art. 116. Quindi la Legge quadro non è idonea a vincolare alcunché, nel metodo e nel merito”. Per resistere all’abrogazione da parte di una legge successiva, la legge attuativa del terzo comma dell’art. 116 dovrebbe pertanto essere  di rango costituzionale.

2) La Legge-quadro sancisce tuttavia, almeno, che l’Autonomia differenziata possa applicarsi solo dopo la definizione dei LEP, omogenei per tutto il Paese?

Anche in questo caso la risposta è no. Infatti, dopo aver stabilito il principio dell’obiettivo della perequazione infrastrutturale e stabilito che i futuri riparti delle risorse debbano tenere in conto detti obiettivi, la legge quadro vanifica l’originario intento perequativo, stabilendo che se “entro 12 mesi dall’approvazione dell’intesa non siano determinati i LEP,  gli obiettivi di servizio e i fabbisogni standard e sino alla loro determinazione, le nuove funzioni sono COMUNQUE attribuite alle Regioni dal 1° gennaio dell’esercizio successivo” e le risorse continueranno a essere attribuite con il criterio della spesa storica, ossia senza interventi di perequazione. Con la conseguenza che i fabbisogni standard dei diritti sociali fondamentali delle aree “con minore capacità fiscale per abitante”, e i relativi costi, continueranno a essere ignorati, in palese violazione dell’art. 119, comma 3, della Costituzione.

3) La Legge quadro prevede però che questi LEP uniformi su tutto il Paese possano essere definiti, se non entro un anno, almeno successivamente…

Apparentemente può sembrare così, ma in realtà la stessa Legge definisce condizioni impossibili affinché questo avvenga. In essa si legge infatti che “la determinazione dei LEP, nonché i successivi riparti, avvengono nei limiti delle risorse a carattere permanente iscritte nel bilancio dello Stato a legislazione vigente”. Analizziamo bene. Questo limite di bilancio pone per la realizzazione dei LEP una sola alternativa: o si taglieranno i fondi per le Regioni del Nord, abbassando drasticamente i servizi e aprendo la strada alla loro privatizzazione; oppure si lascerà il Sud sostanzialmente nella condizione attuale, spostando al massimo fondi del tutto insufficienti alla perequazione. Non solo: poiché i “limiti di bilancio” sono ogni anno più stretti, tutte le Regioni verranno penalizzate. In conclusione: o i LEP non vedranno mai la luce oppure saranno di livello bassissimo.

4) La Legge quadro preserva qualche materia dalla regionalizzazione, per esempio l’istruzione, come era stato “garantito” dal ministro Fioramonti?

No, nessuna materia viene esclusa dalla possibile Autonomia differenziata.

5) La Legge quadro mette al riparo dalla distruzione dei contratti nazionali, dalla concorrenza al ribasso delle legislazioni del lavoro, dal dumping sociale?

No. Al contrario, è evidente che l’attribuzione di maggiori competenze alle Regioni aprirà la strada a legislazioni concorrenti al ribasso per attrarre manodopera.

6) La Legge quadro mette al riparo dall’aumento delle tasse per i cittadini?

Assolutamente No. Al contrario, in essa si legge chiaramente che “ai fini del coordinamento della finanza pubblica, previsione della facoltà dello Stato di stabilire (…) misure a carico della Regione, a garanzia dell’equità nel concorso al risanamento della finanza pubblica”. Tutte le Regioni dovranno dunque scegliere tra il tagliare servizi e prestazioni pubbliche o istituire nuove tasse, che comunque potranno essere varate per pagare il cosiddetto “debito” e rispettare il Patto di stabilità e i vincoli dell’UE.

7) La Legge quadro mette al riparo dalle privatizzazioni o almeno le limita?

No, anzi le promuove attraverso la cosiddetta “sussidiarietà”, principio piegato negli ultimi 20 anni fino a prevedere che un servizio possa essere gestito indifferentemente da un privato o da un ente pubblico. E’ evidente che la possibile difesa dei servizi pubblici risulterà molto più difficile quando i cittadini saranno divisi tra le Regioni.

Questi sono i fatti. Chi può pensare, sulla base di essi, che l’Autonomia differenziata che si prefigura con questa legge “salvaguardi il principio di coesione nazionale e di solidarietà”, come era scritto nel programma di governo?

Al contrario, questa Legge apre la porta alla disarticolazione completa dello Stato, alla  non esigibilità dei diritti universali, sociali e politici, su tutto il territorio nazionale e rappresenta un pericolo per tutti i cittadini, per tutti i lavoratori.

Se infatti è vero, come abbiamo sempre affermato, che l’Autonomia differenziata colpirebbe in modo particolare il sud del Paese, è altrettanto evidente che essa porterebbe un colpo a tutti i cittadini, poiché i tagli alla spesa pubblica, le privatizzazioni, la disarticolazione dell’istruzione, della sanità, delle politiche ambientali, delle infrastrutture, l’attacco ai contratti nazionali troverebbero un’accelerazione. Uno dei motivi principali dell’Autonomia differenziata risiede proprio in questo: far esplodere la legislazione nazionale, le condizioni di lavoro, l’accesso ai servizi per poter frantumare la resistenza unita della maggioranza della popolazione e mettere gli uni contro gli altri per far passare i peggiori attacchi, configurando – peraltro – una vera e propria riforma istituzionale sotto mentite spoglie: un’autonomia eversiva, dunque.

I cittadini hanno diritto prima di tutto ad avere indietro ciò che è stato sottratto attraverso i tagli e il meccanismo della spesa storica. Non è possibile che si spendano almeno 80 milioni al giorno per spese militari, quando le persone a rischio povertà o esclusione sociale crescono in tutto il Paese e in particolare nel sud Italia, dove, nel 2018, sono il 43% mentre la differenza tra il fabbisogno totale e la capacità fiscale di tutti i comuni italiani, nel 2016, era di 8 mld di euro circa.

Non è accettabile che per ben il 55% dei comuni italiani il fabbisogno di asili nido sia 0.

Se il fondo perequativo non è sufficiente, si ricorra ad altri finanziamenti, trovandoli dove ci sono.

Sono dunque i fatti che confermano la giustezza della nostra posizione, riaffermata il 29 settembre: “Qualunque progetto che apra la porta alla sostituzione delle normative nazionali con generici “principi”, LEP, intese e quindi leggi regionali, mina alle fondamenta l’unità del Paese e apre la porta ad ulteriori “scivolamenti”, prima di tutto e in modo drammatico al Sud, ma in ultima analisi dappertutto, tanto più nel contesto di riduzione della spesa pubblica e di privatizzazioni che viviamo”.

In questi mesi diverse voci si sono levate in modo critico sul tema dell’Autonomia differenziata. L’unità di queste voci sulla rivendicazione precisa del “ritiro di qualunque Autonomia differenziata” può costringere il governo a fermare il processo pericolosissimo che si cela dietro gli slogan.

E’ questo l’appello che dunque rilanciamo a tutti, gruppi, associazioni, partiti, sindacati: uniamoci sulla parola d’ordine precisa del “ritiro”, prima di tutto di questa Legge quadro micidiale e quindi di tutto il processo in corso. Questa è l’unica strada che non lascia spazio alle conseguenze gravissime che una qualunque Autonomia differenziata porterebbe con sé (non ultima, l’apertura di un contenzioso infinito Stato-Regioni che potrebbe portare velocemente su un piano politico inquietante, oltre che su quello giuridico).

Da parte nostra, rilanciamo l’azione decisa nella riunione nazionale del 9 novembre a Roma:

- “Staffetta per l’unità della Repubblica e per l’uguaglianza dei diritti” nella settimana dal 9 al 14 dicembre, con volantinaggi, incontri pubblici, sit-in, lezioni in piazza organizzati dai Comitati di scopo
- Presidi contemporanei a inizio gennaio
- Delegazione al Presidente del Consiglio e al ministro Boccia

Ripartiamo dalla “Staffetta per l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti”, costruiamola in tutte le città!
 

http://www.flcgil.it/attualita/politica-societa/flc-cgil-aderisce-alla-staffetta-per-l-unita-della-repubblica-e-dei-diritti-per-il-ritiro-di-ogni-progetto-di-autonomia-differenziata.flc




Inserito giovedì 12 dicembre 2019


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