27/10/2020
direttore Renzo Zuccherini

Home >> Coronavirus: rivolte e morti in carcere

Coronavirus: rivolte e morti in carcere
Dietro queste rivolte non c’è la mafia, c’è piuttosto lo Stato che si era dimenticato dei suoi prigionieri, abbandonandoli al loro destino

“Se non hanno più pane, che mangino brioches.” Così sembra abbia risposto la regina Maria Antonietta ai tempi della Rivoluzione francese, alla notizia che il popolo affamato si stava rivoltando.

Ancora si sa poco dei morti durante le rivolte in carcere di questi giorni, persino il numero dei morti è incerto. Si sa però che è molto più facile per le forze dell’ordine sedare le manifestazioni in carcere che non fuori nelle piazze o nelle strade, perché "dentro" nessuno ti vede, non ci sono testimoni scomodi e per i rivoltosi non è per nulla facile scappare o allontanarsi. Se con i manifestanti al G8 di Genova del 2001 non è stato facile e hanno dovuto reprimerli davanti agli occhi di tutto il mondo, in carcere non ci sono occhi che vedono. A parte qualche giornalista che fa eccezione, sembra che ai mass media non interessi come e perché questi detenuti sono morti, perché sono stati traferiti moribondi in altri carceri (invece di portarli all’ospedale). Penso che a queste domande non avremo mai risposta, perché molti di loro non hanno una meravigliosa sorella come quella che ha avuto Stefano Cucchi, che ha lottato con tutte le sue forze per scoprire cosa era accaduto a suo fratello.

Per confondere l’opinione pubblica e giustificare l'incapacità del sistema carcerario di gestire l'emergenza, si sta facendo circolare la voce che dietro le rivolte ci sia stata la regia dalla mafia, dimenticando di dire che mai queste organizzazioni hanno partecipato a delle rivolte carcerarie e che, anzi, le hanno sempre ostacolate. Dietro queste rivolte non c’è la mafia, c’è piuttosto lo Stato che si era dimenticato dei suoi prigionieri, abbandonandoli al loro destino, alla disperazione, e la paura ha fatto tutto il resto. È stata solo una rivolta spontanea. Niente altro. Ma voi che avreste fatto? Avreste protestato pacificamente? In carcere non è facile farlo e molti detenuti non hanno gli strumenti per gestire una protesta pacifica. Non è mia intenzione sdoganare la violenza, ma cerco solo di capire perché e da dove viene, e soprattutto chi la provoca.

Quando sento che i reparti mobili antisommossa entrano per ristabilire l’ordine mi vengono in mente brutti ricordi, purtroppo dentro non ci sono giornalisti, telefonini e telecamere a testimoniare quello che accade quando succedono questi fatti. Ecco perché ho sempre scritto dei diari dal carcere:

“Il direttore e il commissario del carcere avevano deciso di agire e di trasferire i promotori della protesta e si rivolsero alla squadretta. Era una giornata fredda e nuvolosa. Neppure il tempo prometteva nulla di buono. Le guardie piombarono in sezione qualche ora prima dell’alba. Il corridoio era silenzioso e cupo. Ad un tratto dalle prime celle si sentì un grido d’allarme di un detenuto: “Arrivano”. E subito dopo si sentirono urla e insulti per tutto il carcere. Le guardie incominciarono con i detenuti delle prime celle, a rompere nasi e denti, imbrattando di sangue le mura delle loro stanze. I detenuti più deboli, i tossicodipendenti e gli anziani si rannicchiarono negli angoli delle loro celle a piangere e a singhiozzare. Io, per attutire i colpi delle manganellate, che di sicuro mi sarebbero arrivati, mi ero messo addosso tre pigiami, due paia di pantaloni e diverse maglie e maglioni, con sopra due tute, e avevo indossato le scarpe più pesanti, ma le presi lo stesso di santa ragione.”

“Nel 1992 ero arrivato all’isola dell’Asinara con l'elicottero dei carabinieri. Appena sceso mi presero in consegna le guardie. Subito dopo mi scaraventarono in una gabbia allestita provvisoriamente al centro del capo sportivo, davanti alla famigerata sezione Fornelli. Eravamo schiacciati come sardine. Ad un tratto le guardie si schierarono a destra e a sinistra. Lasciarono libero un corridoio nel mezzo che portava dritto dentro il carcere. Le guardie avevano scudi in plexiglass e manganelli nelle mani.  Immaginai subito cosa sarebbe successo. Lanciai un’occhiata al percorso che dovevano fare. E subito pensai che sarebbe stato difficile non prendere qualche manganellata in testa. I primi detenuti uscirono. Furono subito bersagliati di manganellate.

Io correvo piegato in due con le braccia alzate per cercare di ripararmi dai colpi di manganello. Ma non servì a molto. Toccò a me. Cercavo di proteggermi la testa, ma le manganellate arrivarono proprio lì."

 

Disegni di Valerio Chiola tratti dal libro fumetto di Susanna Marietti “Antigone 25 anni di storia italiana visti da dietro le sbarre”, Round Robin editrice.



Carmelo Musumeci


Inserito domenica 15 marzo 2020


Redazione "La Tramontana"- e-mail info@latramontanaperugia.it
Sei la visitatrice / il visitatore n: 5352073