09/04/2020
direttore Renzo Zuccherini

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Coronavirus: No, questa non è una guerra ed io non sono un soldato
La guerra significa crudeltà, assassini, violenze, impunità, polarizzazione sociale, tortura, disumanizzazione di coloro che si considerano nemici. Utilizzare il simbolismo della guerra non fa altro che rinforzare la guerra come istituzione: no, non siamo in guerra. Nessuna guerra difende la pace




traduzione di Giorgio Bolletta per circolo culturale "primomaggio"


In molti casi, queste situazioni di crisi su larga scala sono sfruttate per introdurre norme e  politiche economiche che aumentano le diseguaglianze, arricchiscono le élite e affondano maggiormente le persone più precarie. E tutto ciò può essere molto difficile da cambiare una volta che sia passata tale situazione.

Quando una sta cominciando ad avere l’orticaria prodotta, in questi ultimi giorni, dal linguaggio bellico dei mezzi di comunicazione e del governo, all’improvviso si sente: “Oggi, da calendario, è venerdì, ma in questi tempi di guerra o di crisi, tutti i giorni sono lunedì”, “In questa guerra irregolare e strana ci è toccato di vivere o lottare tutti come soldati” ed altre  amenità che preferisco non dover riascoltare o riprodurre.

E credo che sia il momento di dire, sottolineare che: no, questa non è una guerra. La guerra è orientata a provocare danni materiali ad altre persone, significa crudeltà, assassini, violenze, impunità, polarizzazione sociale, tortura,  disumanizzazione di coloro che si considerano nemici,  utilizzazione del corpo femminile come campo di battaglia, fuga, sfollamenti  sia interni che  esterni, i quali, di sicuro, al momento non appaiono sui mezzi di comunicazione. Le guerre significano  morti,  non per una malattia che non riusciamo a controllare,  ma perché altre persone le hanno pianificate e portate a termine.

Io non sono un soldato, mi rifiuto di esserlo e chiedo che non trattiate la popolazione civile come militare. Come si sa, linguaggio e pensiero vanno di pari passo, le metafore sono più che figure retoriche, ci rivelano atteggiamenti  e posizioni ideologiche che vale la pena di esaminare da un punto di vista critico. Il linguaggio  che ascoltiamo e che utilizziamo aiuta a rinforzare la nostra visione del mondo.

Utilizzare il  simbolismo della guerra non fa altro che rinforzare la guerra come istituzione

Siamo di fronte ad una “emergenza di salute pubblica internazionale”, secondo la Oms, all’interno di una crisi sistemica ecosociale più ampia.  In questo contesto, l’utilizzazione del simbolismo della guerra non fa altro che rafforzare la guerra come istituzione. Sebbene la manifestazione esplicita della guerra si produca, fortunatamente, solo ogni tanto ed in luoghi  diversi, gli elementi centrali che giustificano l’istituzione come tale, sono vivi e si trasmettono di generazione in generazione. È molto probabile che non sapremmo che fare di fronte ad un incendio  o ad un’inondazione, tuttavia nel momento in cui il nostro gruppo entra in guerra, tutti trovano rapidamente il loro spazio, tutti sono preparati nelle loro manifestazioni fisiche, sociali, emozionali e psichiche. Attraverso i racconti, giochi infantili, film, serie e videogiochi crediamo di sapere cosa sia la guerra.

La crisi del Covid-19 è tremenda, 257.000 casi confermati come positivi al momento di scrivere l’articolo e 10.000 persone morte a livello  mondiale: Im Spagna 20.140 positivi e 1041 persone morte . Però, conviene ricordare le cifre della Siria  che in nove anni di guerra, secondo quanto dice  l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani,  vede già 348.000 persone morte, di queste 116.000 civili, e da conto dello sradicamento di metà della popolazione : 5, 7 milioni di persone rifugiate in esilio e più di sei milioni di sfollati interni a causa dei combattimenti.  E quelle di un paese come la Colombia che, dopo l’accordo di Pace tra il Governo Nazionale e le Farc-Ep, al 20 febbraio del 2020, conta 817 persone, líder sociali e difensori dei Diritti Umani assassinate, a quanto riporta Indepaz. Persone morte, assassinate da altre persone organizzate politicamente.  Si ritiene ragionevole sottolineare che il governo spagnolo destina, approssimativamente, al Ministero della Difesa il doppio dei fondi (8.5 miliardi di Euro nel 2019)   di quelli  per il Ministero della Salute (4,292 miliardi di Euro nel 2019).

La guerra, come spiegano bene Ramón Fermández Durán e Luis González Reyes nel libro La Espiral de la energia, “è un conflitto armato portato avanti in modo collettivo da due unità politiche distinte dopo una precedente preparazione. In essa, un elemento fondamentale è il principio della “sostituzione sociale”; cioè ,   il male fatto ad un individuo del gruppo colpisce l’insieme del gruppo e si può porvi rimedio legittimamente attraverso un atto di violenza conto qualunque individuo dell’altro gruppo. Come si può osservare nella situazione attuale non esistono due unità politiche distinte né  il principio di “ sostituzione sociale”, esiste un virus che non dovremmo umanizzare per parlare di lui, perché, evidentemente, il suo funzionamento non  ci si assomiglia.

Si richiede alla società che è in guerra che prenda posizione  e che si adatti al meccanismo sociale, economico e militare della guerra

In guerra. l’uso delle violenza è legittimato incoraggiato socialmente. Stiamo parlando  di un uso della violenza contro il “nemico”, anche se esiste un  forte controllo sociale interno. Si pretende dalla società che è in guerra che prenda posizione  e che si adatti al meccanismo sociale, economico e militare della guerra. E coloro che non seguono questo ordine sociale, subiscono persecuzioni, emarginazione … ci trasformiamo in eroi, vittime ed anche traditori. Nella nostra situazione attuale, vediamo molti video, testi, notizie, che criticano, in molti casi con acredine e mancanza di rispetto quelli che non obbediscono ciecamente alle  misure imposte. I media ci mostrano immagini di “persone irrazionali” che lo fanno senza alcun  motivo, apparentemente senza che gli importi di mettere a rischio  la nostra vita, con bottiglie, in bar clandestini, incontri furtivi…

Non ci vengono mostrate persone ragionevoli con cui potremmo  entrare in empatia: famiglie che vanno in campagna e senza incontrarsi con nessuno passeggiano perché vedono come li stanno colpendo psicologicamente o perché la loro casa è molto piccola; persone che conseguono  cibo , combustibile, in forme alternative alla monetizzazione  (raccogliere legna, o andare nell’orto a raccogliere verdure o piantarle, non è previsto nel decreto); a quelli che vanno in bici al lavoro perché sembra loro più sano che utilizzare il trasporto pubblico o privato individualmente, perché hanno meno contatti e contaminano meno; amiche che vanno a portare aiuto ad altre perché hanno perduto una persona cara e non sono popolazione a rischio; famiglie non canoniche (famiglie nucleari monogame) che necessitano di aiuto o vogliono restare unite; persone che escono dalle loro case perché non si sentono sicure o perché hanno dipendenze…

Lasciarci prendere la mano dall’istituzione della guerra, può portare a giustificare l’uso di tecnologie invasive  di vigilanza e controllo sociale

Lasciarsi prendere la mano dall’immaginario della guerra in un  momento come questo attuale può portare ad una polarizzazione sociale in cui solo concepiamo persone buone e cattive, senza vedere, né  fare uno sforzo per comprendere le diverse necessità,  in un pacchetto di misure nel quale sono molte quelle di cui non si tiene conto. Sembrerebbe che tutte le persone siano sane, che abbiano case grandi con spazi aperti, famiglie sicure, accesso alla cultura…

Lasciarsi prendere  dall’istituzione della guerra, può aiutare a giustificare  l’uso di tecnologie invasive di vigilanza e controllo sociale come quelle messe in opera dal governo israeliano  e cedere la nostra privacy allo Stato. Come ci ha dimostrato  Naomi Klein in La doctrina del shock (2007) , in momenti di crisi, la gente tende a concentrarsi sull’emergenza quotidiana  di sopravvivere a questa crisi, qualunque essa sia, e tende a fidarsi troppo di coloro che sono al potere. In molti casi, queste situazioni di crisi su  larga scala vengono prese a pretesto per imporre norme e  politiche economiche che aumentano le diseguaglianze, arricchiscono le élite e affondano maggiormente le persone più precarie.

E tutto ciò può essere molto difficile da cambiare una volta che sia passata tale situazione.  Per questo non ci stanchiamo di ripeterlo: no, non  siamo in guerra. Nessuna guerra difende la pace.

El Salto, 22 marzo 2020

https://www.elsaltodiario.com/coronavirus/coronavirus-soldado-guerra-extremadura-crisis 

Educatrice sociale e laureata in antropologia sociale e culturale



Gloria Sosa Sánchez-Cortés

Inserito martedì 24 marzo 2020


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