02/06/2020
direttore Renzo Zuccherini

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A spasso per Arna, una domenica d’aprile
Una passeggiata una camminata una escursione

Oggi, 5 aprile, domenica, sarebbe dovuto essere il primo giorno dell’edizione 2020 di Attravers..Arna: la prima camminata, la Camminata di Pilonico Paterno. Siamo stati costretti ad annullarla e ad annullare anche le altre cinque; sarà per il 2021.
E allora facciamo così. Vi guido, vi accompagno virtualmente lungo uno dei due itinerari che avrei, che avevo ipotizzato per l’occasione. Quello di una camminata più vicino ad una escursione e meno ad una passeggiata. Non saprei al momento quale nome, quale titolo, quale cappello offrirvi per questa scelta, per queste ore che passeremo insieme. Magari a cammino compiuto salterà fuori. Aspettiamo.

Siamo nel territorio di Arna. Ormai lo sapete tutti o in tanti: è quello, di là dal Tevere, tra il Tevere e il Chiascio, a oriente della città, che ingloba sei principali nuclei abitativi, se volete possiamo chiamarli borghi, anche se mi sembra un po’ azzardato, e men che meno paesi. Ma tant’è. Poco importa.
Non sono solo a guidarvi; mi affiancano, variamente e razionalmente distribuiti tra voi partecipanti per coordinare, accompagnare, rispondere a quesiti, curiosità, domande pertinenti, mi accompagnano, dicevo, Lamberto, Gianni, Sante. A Claudio il ruolo di “scopa”.
Siamo quindi e siete quindi tutti arrivati al luogo del ritrovo, in pieno territorio d’Arna.

Arna era una città (antichissima e assai vasta) oggi scomparsa: città distrutta e sepolta; una città non intesa nel senso moderno, agglomerato senza respiro di case, ma, come Roma sui sette colli, si estendeva su più colline attraversate da non profonde vallate, da Civitella d’Arna a Castel d’Arna (sopra Pianello) da Pilonico d’Arna (“ai piedi d’Arna”; poi Paterno) a Ripa d’Arna, con una testa di ponte in pianura chiamata Rio d’Arna (oggi è l’attuale Lidarno) in omaggio al fiumicello che cinge la collina di Civitella, che scende da ben oltre il castellaccio di Pilonico e che viene indicato con il nome di Rio (Rio Piccolo, oggi). Da Lidarno si sale a Sant’Egidio più a sud e a Civitella più a Nord. Da qui si scende lievemente per risalire a Ripa. Da Ripa si scende al Pianello (un salto all’antico ormai piccolissimo nucleo di Castel d’Arno non va scordato mai) o si scende e si risale verso la vasta area di Pilonico, tre file di amene colline, da nord est verso sud ovest, separate da due lunghe vallate.

La domanda che ci si pone prima ancora di partire è: quale l’origine ed il significato di ARNA?
E allora vi rispondiamo cari amici camminatori. Diverse sono le opinioni degli storici.

Questa prima la riteniamo la più plausibile: Arna (da cui erroneamente, forse un ipercorrettismo, Arno) significa grosso modo “fiume”, “acqua che scorre” (o qualcosa del genere ho imparato nel tempo); è un termine generico paleo umbro, usato spesso come nome proprio. Un importante testo, a proposito della parola Arna, recita: «Contiene l’indeur. * rno- / rna- “corrente” [cfr. Rein, Reno]; in sanscrito arna- agg. “fluente”, e arna – ms. “flusso” (‹*erno-); in ant. islandese arna “scorrere”; in gotico runs “flusso” e ant. alto-tedesco runs “flusso” (rno-)». Nulla a che vedere con l’etrusco, pertanto, come in molti ancora potrebbero ipotizzare. Presso le antiche popolazioni dell’antica città di Igovio, coeve ed antecedenti alle popolazioni etrusche (presenti in Peroža, ad esempio), il fiume oggi noto come Tevere, che le divideva, allora era dalle prime chiamato Arno (così Augusto Ancillotti in: “La mano del dio”, Morlacchi Editore, Perugia, 2016).
Per essere più comprensibile, ovvero più semplicemente (e concretamente), Arna è parola di origine paleo-umbra (poi magari anche etrusca?) che significa “acqua che scorre”, “corrente del fiume”, insomma ha a che vedere con l’acqua (i borghi, gli agglomerati, i nuclei abitativi e non, sono siti tra due fiumi, il Tevere e il Chiascio), e in questo territorio le sorgenti, i rii e i fossi erano (in parte ancora oggi lo sono, magari ridotti, ridimensionati, nascosti) numerosi (il Rio Piccolo, già Rio d’Arna, che attraversa buona parte del territorio, per sfociare nel Tevere dopo Lidarno, ne è l’emblema, anche perché molti dei fossi direttamente o indirettamente in esso confluiscono).
Secondo il Ciatti fu fondata da Ercole (il mitico eroe greco dio dell’abbondanza e della lealtà) il quale gli impose il “suo cognome libico di Arno che Leone viene interpretato” (in verità anche a noi non è cosa chiara); secondo il Maffei fu fondata dai Cananei che la chiamarono Arnon in ricordo del fiume palestinese ricordato spesse volte nel Vecchio Testamento; per il Mazzocchi deriverebbe dall’ebraico Ad-Har-nahm e significa ad montem amenum (monte ameno). Secondo altri verrebbe dal greco Arnos (agnello) perché posto ideale per la compera di agnelli e perché ricordava ai fondatori Spartani varie città della Grecia, cantate da Omero, Tucidide, Licefrone di nome Arna. Quest’ultima potrebbe essere comprensibile laddove si tenesse conto che anche Perugia, sembra, fu fondata dai Greci e che Arna e Vettona (odierna Bettona), uniche città etrusche alla sinistra del Tevere, erano testa di ponte per gli scambi commerciali con gli Umbri.

Detto ciò perdiamo (anzi lo guadagniamo: è un arricchimento ulteriore) ancora qualche minuto per spiegarvi l’etimologia dei nomi dei nuclei abitativi di questo nostro territorio.

Lidarno deriva da Rio d’Arno che in un certo modo lo attraversa: nome composto da lido (dal latino litus, lembo di sabbia vicino all’acqua) e Arno (trasformazione volgare di Arna) e forse l’attuale Lidarno, vicino al Tevere, poteva essere stato il porto fluviale di Arna; Sant’Egidio: nome di origine religiosa che deriva dal monaco e vescovo S. Egilio (ivi venerato sin dal XIII secolo); Civitella d’Arna, da civitas (città in latino), e quindi Civitella perché piccola città, posta sul colle ove al tempo sorgeva il centro della antica Arna; Ripa: in latino significa riva, e in epoca preistorica la collina su cui sorge il borgo era sponda del lago Umber (riecco l’acqua). Castel d’Arno: castellum in latino indica un grande edificio con mura e torri (un castello di fatto), all’estremo orientale d’Arna; Pianello: nato ai piedi di Castel d’Arno in tempi assai recenti (sicuramente anche più razionale per transiti e commerci), dal latino planus, pianura; Pilonico Paterno: pilus e poi pila in latino esprimevano pilone, pilastro, segno di confine (forse addirittura segnale di confine tra ducato longobardo e corridoio bizantino?), e paterno (come più sopra accennato, o, più probabilmente una divisione e lasciti famigliari; Pilonico Materno è situato alla medesima distanza da Perugia ma in posizione diametralmente opposta; P. Paterno controllava la via regale per Ancona, P. Materno quella per Orvieto).

Beh, voi dirette, finita la “filippica”? “Io voglio camminare”, “voglio muovermi”, “basta con le chiacchiere”. E va bene.
Partiamo allora.
L’appuntamento è come detto nel piazzale antistante la chiesa di Pilonico. Siamo a 327 m s. l. m. Originariamente la chiesa era sita all’interno dell’antico castello (in un’altra Camminata racconteremo più approfonditamente di entrambe le strutture). A fine Ottocento venne costruita ove è oggi. Nello stesso periodo venne costruita anche la “casa padronale” al suo fianco, di proprietà da sempre della famiglia Freddio, oggi anche sede di un agriturismo (“La Collina di Pilonico”), ove a fine escursione ci fermeremo per una merenda (anzi un “merendone”). Di quella chiesa resta soltanto il campanile, in quanto la medesima chiesa fu bombardata dagli alleati durante la II Guerra Mondiale perché nel caseggiato a fianco (dei signori Freddio, come detto) era nascosto un manipolo di tedeschi. La chiesa fu pertanto distrutta; fu ricostruita negli anni ’50 del secolo XX. Ci preme altresì ricordare che sino ai primissimi anni ’70 ivi vi fosse una scuola (una multi-classe, di fatto), con un negozietto soprattutto per le necessità primarie degli scolari della stessa piccola ma rilevante scuola, e, appena sopra, il telefono pubblico (dismesso ai primi anni novanta del secolo passato).
Appena partiti ecco alla nostra destra, una ventina di metri, un imponente e anomalo caseggiato.
Trattasi di questo:
“Il 26 giugno 1348 Andrutius quondam Filipputii domini Andree fondò un ospedale a Pilonico che sarà gestito dalle monache di santa Chiara di Assisi. Le motivazioni devozionali che portarono alla costruzione dell’ospedale, derivavano dalla grande epidemia di peste che da quell’anno stava affliggendo Perugia e tutto il territorio, dove aveva fatto circa centomila morti. La peste non risparmiò nemmeno i medici: il 18 giugno 1348 trovò la morte il celebre Gentile da Foligno attivo a Perugia dal 1325.” [pensate a quanto sta succedendo oggi!]. Già, questo edificio è verosimilmente il più antico di tutta Pilonico (oggi non più frazione del Comune di Perugia; e di cui maggiori dettagli in altre occasioni). Nei secoli divenne poi ricovero per pellegrini (lungo il “cammino” per Assisi), convento di monache (con alti e bassi), dimora privata di proprietà della curia, restò per decenni disabitata, sino ad essere venduto a privati (vedi qui sotto).
Proseguiamo e ci dirigiamo verso il cimitero, pochi minuti avanti a noi, un piccolo cimitero che porta alla memoria un breve racconto di anni fa (lo scrisse Daniele nell’agosto 2012). Eccolo.

Un luogo ed un tempo di memoria
È martedì, nove agosto, metà mattino. Scendo a casa, ufficialmente il numero 4 della Strada Comunale per Pilonico Paterno del Municipio di Perugia. Siamo ormai da oltre tre mesi alloggiati poco sopra, ospiti, io, Giovanna e Marco (quando c’è), di amici romani che hanno una vecchia casa, sita al numero 1 della medesima Strada Comunale, l’unica casa che dalla piazza della chiesa porta al vicino piccolo e suggestivo cimitero. La casa è a destra poco dopo la prima curva. In questo periodo, stando a casa, in questa stanza dove posso scrivere e comunicare con il resto del mondo attraverso l’uso del mio computer, posso altresì seguire il via vai, in verità assai modesto, delle auto che passano per questa strada, sia la prima parte salendo dalla provinciale del Piccione sino alla chiesa sia quella che dalla chiesa porta, appunto, al cimitero. Da qui la strada, di mappa, e tuttora vicinale, è scomparsa, ricoperta da arbusti, piante, rovi, insomma impraticabile; ma soltanto per una trentina di metri. Dopo riprende e la si può percorrere sino alla statale di Valfabbrica. A metà mattina, passa quasi regolarmente ogni giorno una piccola Panda guidata da una anziana signora. Sale al cimitero, vi sosta un breve o meno breve lasso di tempo, e poi torna verso casa. Non so dove abiti, forse a Ripa. L’anziana signora scendendo dal piazzale della chiesa, si ferma poi, poco prima del trivio della provinciale del Piccione, a una piccola lapide, di cui mi son sempre chiesto il significato. È dedicata a tal Pietro Capoccia, morto poco dopo la fine della seconda guerra mondiale a soli 26 anni (1920 – 1946). Qui la signora di cui vi sto dicendo, si ferma e con attenzione e nostalgia sistema i fiori, un paio di piante, e sosta pochi attimi in raccoglimento. Mi racconterà che ivi il fratello, andato in guerra, e dopo 5 anni di prigionia, pochi mesi dopo il rientro, finalmente, a casa, perì tragicamente: stava lavorando la terra con l’aratro e passò sopra una mina inesplosa (verso la fine della guerra da Collestrada gli Alleati bombardarono Pilonico perché un manipolo di tedeschi si era rifugiato nel palazzo sito a fianco della chiesa). Stamani, l’anziana signora la incontro mentre scendo a vedere come procedono i lavori di casa. Ci incrociamo e ci salutiamo. Mi accenna che stava facendo quattro passi sulle onde dei ricordi. Mi presento anche io, ma sa chi sono, a sommi capi, cioè il ‘dottore’ e sa che abito qui (dove ha abitato anche il ‘Gatto’) ma si domandava anch’ella come mai fossi sempre alla ‘casa dei Romani’, come la chiamiamo di solito. Ella mi dice di chiamarsi Mimmina Capoccia e di essere la sorella di quel Pietro Capoccia la cui lapide è sita dove vi ho detto. Con tristezza e compassione: questa l’espressione del suo volto e il tono con cui mi parla quando mi accenna che quello era il suo unico fratello perso in giovane età. E allora mi racconta. E mi dice anche che va ogni giorno, in questo periodo, al cimitero, perché da poco gli è mancato il marito. Mi racconta che nacque nella casa, la prima a sinistra sita sulla strada vicinale che da Pilonico, allora, portava a Ripa. Ora la casa, proprietà di uno dei tanti Mesina, è distrutta: serve solo per ricovero di un gregge. Mimmina nel ’53 si sposò e venne ad abitare, come affittuaria, in questa casa, la casa del marito ove questi viveva con tutta la famiglia, la casa dove al momento alloggiamo noi. Allora la proprietà del casale era della Curia; loro erano affittuari. Poi andarono a Ripa, nei primi anni sessanta, tra i primi forse ad abbandonare questi luoghi. La casa, una solida vecchia casa, strana nella sua conformazione, né padronale né un casolare dei mezzadri di un tempo, venne poi presa in affitto da un’altra famiglia, e siamo a metà anni sessanta, e nel 1972-73 fu venduta dalla Curia al signor Bernabei, che l’avrebbe voluta come casa in cui vivere ad età pensionabile raggiunta. Purtroppo morì anzitempo quasi improvvisamente e non la potette godere. Ora è di proprietà dei figli, essendo deceduta da tempo anche la moglie, madre di Elisabetta e del fratello. Il breve colloquio con Mimmina finisce qui, ma mi ha fatto piacere conversare con lei ricordando i ricordi, come uno dei tanti coriandoli del tempo, per lei intrisi di commozione e lacrime trattenute, per me, qui da neppur venticinque anni, momenti di conoscenza e di recupero di un passato altrove vissuto.                                                                                               D. C.

Superiamo il cimitero (336 m) e prendiamo la vecchia strada di mappa che scendeva verso Pianello e a Ripa. La abbandoniamo però subito per piegare alla nostra sinistra e portarci poco sopra all’altezza della Fontaccia (o Fontanaccia). Ne restano tracce in muratura. Da qui sgorga l’acqua che formerà il fosso della Fontanaccia (confluirà, scendendo verso sud ovest, nel fosso di Ravaiano o Ravagliano, e questo nel Rio Piccolo). Noi saliamo verso il monte Pilonico cui vi arriveremo lungo una erta ma breve salita. Lungo il percorso, un campo privato ad uso pastorale (greggi non sacerdoti), appaiono i primi asparagi selvatici. Coglierli o non coglierli?
Raggiungiamo la sommità di monte Pilonico (453 m); ci fermiamo e ci compattiamo, poi lo scavalliamo e ci infiliamo in quello che abbiamo battezzato anni fa “sentiero delle ginestre” (fioriranno a maggio – giugno: uno spettacolo visivo ed olfattivo unico). È una antica strada di mappa ormai percorribile solo per un breve tratto, quello che stiamo facendo, verso la Fratticiola. Il sentiero scorre con lievi sali scendi - a destra la valle del Beschiriolo, Castel d’Arno, Pianello, a sinistra la valle di Pilonico, Colle Tecchio, S. Giustino, il Piccione – per salire su un montarozzo posto a 458 m. Da qua dominiamo l’inizio della alta valle umbra: oltre il convento di Farneto, a sinistra, e l’abbazia di Montelabate a destra, scorgiamo abbarbicato su di un colle il borgo di Civitella Benazzone, e oltre spiccano il Tezio, il monte Acuto, il monte Corona, che sovrastano la estesa vallata dell’alto Tevere.
Andiamo avanti. Scendiamo di poco e di poco risaliamo ai 448 m di Pal.zo Taccone, un vecchio casolare abbandonato, i cui stalletti antistanti sono coperti da un enorme leccio, casale circondato da secolari olivi veramente affascinanti. Da qui si segue uno stradello ben evidente (di fatto creato da animali per lo più notturni, cinghiali e chissà quali altri) per scendere al Passo del Lupo (420 m). L’etimologia del nome ben si presta ad elucubrazioni fantasiose tutt’altro che originali (ma san Francesco di qui non credo sia mai passato; passò poco più in là, oltre Monteverde di Valfabbrica). È un incrocio (siamo sulla strada Pianello – Fratticiola S.). Di “Burlacchino” (lì accanto, a C. Passolupo: azienda agricola Farinelli) rimandiamo al racconto di una Camminata di Pianello qualche anno fa (lo saprete a tempo debito).
Compattati procediamo e in breve arriviamo a Lanciafame (C. Lanciafame, 447 m). Qui d’obbligo una sosta: una bella panchina in pietra e il tabellone di Attravers…Arna ci raccontano tante cose, che noi stessi vi traduciamo a voce. E poi via in salita lungo la strada Fratticiola – Ripa, superiamo C. Gazzuta (475 m) e poco sopra prendiamo il primo stradello a destra. Questo stradello (più o meno siamo sui 500 m) circonda il colle di Collericoli (C. se Collericoli o Coldericoli, a 545 m: il vecchio vocabolo è ormai abbandonato a sé stesso; più oltre lo si potrebbe anche raggiungere per capirne la strutturazione, tipica della nostra zona: la casa colonica, gli stalletti o porcilaia che dir si voglia, il pollaio, il fienile, la letamaia…).
Aggirata la collina alla nostra sinistra ci appare, e non è un miraggio, la Torre di Verecondo. Prima però facciamo una variante che rinforza l’escursione. Appena prima della “apparizione” di Villa Paoletti, nascosta da e tra alberi ed alberi, scendiamo a destra lungo un semi-abbandonato altro stradello che poco oltre abbandoniamo per inserirci in un altro a sinistra, ancor più malconcio, che - la direzione è verso sud – un tempo portava al Gorgo della Giana ma oggi è completamente invaso da piante, cespugli, rovi, impraticabile. Ma a sinistra si passa, uno dietro l’altro, piano piano, silenziosi ed attenti, scavalcando agilmente un fossetto, e ci si immette in un vasto campo in pendenza, abbandonato, molto sopra C. Renaro. Seguiamo ai bordi una sorta di stradello che ci porta verso C. Renaro Alto (siamo a 457 m); ne restiamo sopra ed ecco improvvisamente davanti a noi vediamo sgambettare, saltare una coppia di caprioli con i loro tipici culetti bianchi. Fermi, immobili, silenziosi, ne gustiamo la visione.
Fuggiti (o sfuggiti?) i caprioli, ci incuneiamo a sinistra in un sentierino fittizio che ci riporta verso nord sino ad un casolare distrutto a quota 501 m. Una breve discesa per poi girare a destra ed incunearci nel precedente stradello sotto Collericoli e risalire al Castello di Verecondo (alias Torre di Verecondo e Villa Paoletti). A quota 527 m.
E qui non possiamo non sostare e rifocillarci a dovere (ma con criterio, siamo solo a metà strada grosso modo).
In tante altre occasioni siamo venuti qua e abbiamo così potuto conoscere questo luogo; poche note sono comunque necessarie, a nostro avviso.


IL CASTELLO   DI   VERECONDO

La struttura originale era la sola Torre, ora al centro del “curioso” castello, torre circa la quale alcuni documenti (gli unici esistenti) sembrerebbero datare la sua esistenza già nel XIII secolo: forse una torre di guardia (siamo in pieno corridoio bizantino e nei pressi dell’antico confine con il Ducato di Urbino). Dall’ottocento ne diventa proprietaria la famiglia Paoletti. Negli ultimi due secoli la fisionomia della torre originale venne stravolta e a fine ottocento sembrano essere state erette le altre costruzioni che hanno definito il tutto come “castello”: dapprima altre due torri con muro di collegamento a nord ovest, un’altra parete a sud, i merli, e gli ambienti ove poter vivere: cucine, cantine, e varie stanze.
Il proprietario di allora, il Generale (guerra di Libia, I e II guerra mondiale) Verecondo Paoletti (1881 – 1974) ne era il proprietario. Medico ed agronomo, liberale, poi antifascista, massone, sposato ma senza figli, utilizzava la struttura soprattutto d’estate e nel periodo della caccia, per inaugurare la quale ogni anno, dicono coloro che lo conobbero e che per lui lavorarono, teneva una grande festa. Nel secondo dopoguerra, da Perugia Verecondo saliva a Fratticiola in topolino e a piedi, a cavallo o con un carretto scendeva al castello (e così gli amici), ove egli dormiva, sempre al II piano, con tanto di dicerie relative sul suo conto in quanto personaggio per certi versi bizzarro. Era un grande collezionista d’armi, sia bianche che da fuoco, sino a possedere mitraglie e un cannone. Fu anche, con la moglie, attivo nella assistenza ai bambini sfollati al termine della II grande guerra. Per meriti umanitari venne eletto viceprefetto al termine della II Guerra Mondiale.
Sino ad un paio di decenni dopo la morte di Verecondo, un custode riuscì a salvare il salvabile. Quindi il castello, sia pur di proprietà dei Paoletti (un nipote del nostro), è stato abbandonato a sé stesso e opera vandaliche hanno distrutto gli interni, porte, finestre e altro ancora. Tutti gli arredi di valore sono stati trafugati. Oggi un’associazione culturale (Clasium), con sede a Valfabbrica (PG), pochi chilometri sotto il castello, in direzione est, tenta di recuperare la storia e riportare l’attenzione della comunità locale (ma non solo) a questo immobile e al bosco nel quale il medesimo è immerso e nascosto.

Ed ora ci rimettiamo in cammino. È tempo di farlo.
Risaliamo sino all’incrocio con la strada Fratticiola - Ripa, in precedenza abbandonata, a 540 m.
La superiamo e scendiamo in direzione est verso il Rio del Bosco. Lo stradello diventa sentiero, il sentiero diventa uno stretto spazio invaso da ramaglie varie, per subito riaprirsi e giungere al fosso e ridiventare sentiero agibile che ci porta ad un casale abbandonato a 500 m. Siamo in uno spazio racchiuso e completamente isolato. Ignorato. Suggestivo. Una piccola piscina naturale poco oltre a destra, una vallata degradante ricca di vegetazione ma preceduta da un campo ricco di fiori, bianchi e gialli in prevalenza, a manca. Siamo su un vecchio sentiero che ci porta ad un altro casale abbandonato di cui, come il precedente, ignoriamo il nome. È a 480 m. Scendiamo.
Ecco allora che dobbiamo avere l’accortezza (ma le guide accorte sono) di individuare un sentiero ormai dimenticato che, in mezzo a rami, arbusti, cespugli anche spinosi, in dieci minuti ci fa raggiungere uno stradello questa volta libero che ci porterà in poco tempo in località Casella a 338 m.
La strada ora è una carrareccia bella e buona, la seguiamo, superiamo ancora una volta il Rio del Bosco (che poco più sotto oltre il Nerbone si unirà ad un altro fosso per diventare Rio Piccolo), passiamo sotto il Nerbone (un grande caseggiato con chiesetta a 350 m, di cui in altra occasione), scendiamo verso Casa Codini dopo aver apprezzato a destra un antico travaglio di recente ripulito.
Al riguardo un’utile “dissertatio” scovata in rete, di cui uno stralcio:

Travaglio
“Non è da sprezzar l’opinione di Carlo Dati, derivante questo vocabolo da travaglio, che così si nomina un serraglio in legno, dove si chiudono i buoi per ferrarli… Quell’ordigno prese il nome non dal chiudervi per forza i buoi, ma perché composto di travi, trabalium…”.

E ancora:

La ferratura dei buoi
L'esistenza di un sandalo per buoi è stata proposta fin dal 1840. Talora i così detti "busandali" sono confusi con gli “ipposandali”. Una trattazione ampia e una distinzione dei diversi tipi è stata effettuata dalla Brouquier-Reddé nel 1991. Era indispensabile ferrare i buoi che erano usati per i trasporti su strade con fondo ghiaioso (per i Romani la quasi generalità delle strade extraurbane erano viae glareatae) o nei centri urbani ove il lastricato era molto duro. Questo trattamento era necessario anche per i buoi che venivano impiegati per lavori in fondi molto distanti, per raggiungere i quali era necessario transitare per lunghi tratti su strade impervie. La ferratura normale veniva effettuata generalmente solo nella metà esterna del piede e nella parte anteriore. Tuttavia in alcune zone esisteva la pratica della ferratura totale oppure il ferro, nella parte anteriore, era munito di una linguetta che veniva piegata trasversalmente sull'unghia, verso l'esterno. Questo espediente era usato specialmente nelle zone collinari e montane o paludose: tale linguetta serviva a rinforzare l'impatto del ferro sul terreno duro ed impervio, altrimenti esso ricadeva totalmente sui chiodi, riducendo notevolmente la durata della ferratura. Nelle zone ove esistevano dislivelli accentuati, venivano usati dei ferri muniti di ramponi o grippe, che avevano maggior presa ed evitavano pericolosi scivoloni. Al momento della ferratura, per tenere fermi gli animali veniva loro chiuso il collo nella gogna. Questa macchina era detta anche travaglio (in latino machina). Il ferro veniva adattato sull'unghia al momento della ferratura, perciò era appoggiato sull'unghia quando era ancora incandescente, tenendolo fermo per un po' in modo che l'unghia fosse bruciata uniformemente.

Torniamo a noi, e state sempre con noi.
Superata Casa Codini (in altra documentazione la melanconia e la gentilezza e la delicatezza e la ospitalità d’altri tempi in altri momenti passati vissuta e convissuta con la signora Anna Maria e familiari) ci immettiamo in quella che fu la strada vicinale del Giuncheto (che sino a vari decenni fa i coniugi Codini percorrevano a piedi, la domenica mattina, per andare alla cerimonia religiosa della messa nella chiesa di Pilonico che voi sapete); oggi è un viottolo bistrattato, in parte irriconoscibile, in parte stravolto, in parte non più esistente, ma resta “strada di mappa”. Lo abbandoniamo momentaneamente per risalire ed immetterci in un oliveto, già potato e ripulito. E bene abbiamo fatto! I tre caprioli che da tempo vivono da queste parti ci stavano aspettando? Ci vedono, ci guardano, ci scappano con il loro tipico camminar saltando. Belli.

Il cervide Capreolus capreolus è l’artiodattilo selvatico più piccolo della fauna italiana. Il mantello di questo mammifero non protetto è rossiccio in estate e grigio bruno in inverno. I palchi (soltanto nel maschio) sono brevi, dritti ed appuntiti. Negli adulti son formati da tre rami. Lo specchio anale (così è chiamata la parte posteriore) è caratterizzato da una grossa macchia bianca, reniforme nelle femmine, a cuore rovesciato nei maschi. Ama le zone boscose intercalate da coltivazioni e prati, le foreste tagliate e ricche di radura. Frequenta le boscaglie anche fitte con ampie zone cespugliate e gli spazi aperti come i coltivi e le campagne con siepi, pioppeti, vigneti…; è un ruminante ma, data la ridotta capacità di digerire le fibre più legnose, è molto selettivo nella scelta dell’alimento: si nutre così di vegetali particolarmente nutrienti come germogli, fogliame, leguminose, ma non disdegna coltivazioni a ortaggi e seminativi.
Il capriolo – ed è sempre emozionante e rassicurante il vederlo – è un animale timido e pauroso. Salta e nuota bene; è agile, ha movenze gentili. Di solito si muove al crepuscolo, solitario o in coppia in estate, durante la stagione degli amori; d’inverno vive in branchi anche composti da molti individui.

Arriviamo così al Podere la Bruna a 320 m. Da qui al vocabolo Giuncheto (oggi Agriturismo “Casale Giuncheto”), col suo laghetto che raccoglie le acque di una fonte soprastante. Risaliamo leggermente, costeggiando il Castellaccio di Pilonico (o Pilonicaccio, di cui nella prossima “dissertazione”) per giungere al fine al punto da cui alcune ore prima si era partiti.
Ci auguriamo che vi sia piaciuto. Ed ora tutti, sempre virtualmente parlando, ci rifocilliamo con acqua di sorgente (ormai preferiamo la Tullia dell’Acquapremula sopra ogni altra) e uno, due, tre, quattro buoni calici di vino (rosso Merum e bianco I Pecorari, di Brugnoni a Pieve Pagliaccia) per meglio assaporare la frittatona di asparagi selvatici, una bella fetta di torta al testo con prosciutto dell’agricola Bottausci di Ripa, un paio di mele di Roberto e Grazia da Lidarno, un torcolo con il latte dei Testi di Sant’Egidio, e l’ospitalità della famiglia Freddio qui a Pilonico.
Ci vediamo dopo Pasqua e grazie della partecipazione.

… impareremo a camminare… domenica … … … al mio paese…

                                                             A cura di Daniele dell’ARNA



Daniele Crotti

Inserito giovedì 9 aprile 2020


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