21/10/2020
direttore Renzo Zuccherini

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E' festa d'aprile
scarpe rotte, eppur bisogna andar… questo atipico 25 aprile che restando a casa ci unirà in ogni caso. Un ricordo vivo e vivace, pieno e potente, solidale, musicale

(nella foto, Settimio Riboloni)

Buon 25 aprile a tutti, alla liberazione e alla libertà.

Non sono tempi per celebrarla all’aperto, in piazza, perché da questa epi-pandemia dobbiamo ancora liberarci e sarà ancora lungo il tempo per raggiungere un nuovo tipo di “libertà” cui ci eravamo assuefatti.

Se “Il canto degli Italiani” di Goffredo Mameli era il simbolo (musicale ed emblematico) del nostro più vero Risorgimento (purtroppo “corona-dipendente” e quindi sfumato in un regime monarchico e successivamente totalitario fascista), “Bella ciao” è la canzone (e tanto altro ancora) emblema a sua volta della liberazione dal nazifascismo e della raggiunta libertà; un canto che assemblava tutte le forze e le brigate partigiane che avevano lottato contro quel regime. Ecco perché oggi dovrebbe essere il vero “inno italiano” (e non certo “La canzone del Piave”, come qualche sprovveduto o tendenzioso personaggio vorrebbe far passare; non dimentichiamo l’assurdità e la drammaticità di quella “Grande [grande in che?!] Guerra”).

Ecco allora che, per entrare nel vivo, che vi invito a cliccare “youtube” e quindi “Nuova Brigata Pretolana” e aprire il “Bella ciao” (cantato a Firenze il 2018 al “Teatro dell’Affratellamento”); fate così: youtube nuovabrigatapretolana bellaciaofirenze2018.

Fatta questa premessa, mi permetto di inviarvi un mio contributo per questo 25 aprile. Una forma di cum-partecipazione necessaria.

E siamo sul nostro Appennino… Lo “camminiamo” sotto un’altra luce (da casa e da lontano, nello spazio e nel tempo), da un'altra prospettiva (storica), con nuovi occhi e mente ed animo.

Ecco, questo già lungo periodo di “astinenza” escursionistica può essere servito, può servire, anche, per riflettere su tanti aspetti, tanti altri aspetti, di rivedere, di riprogrammare, di ritornare sui nostri monti, con uno spirito più aperto, più profondo, più… libero… La crisi “da coronavirus” impone forse e così di ripensare, già di ripensare, la nostra quotidianità, i nostri stili di vita e, perché no?, anche il “camminare”, quando si ripotrà, i nostri luoghi, con spirito differente, più attento (pathos ed umanità), più ampio (non soltanto un passo dopo l’altro), più serio (meno chiacchiere inutili), più profondo (il passato il presente il futuro), più “bello”…

Grazie dell’attenzione.

Evviva i partigiani… è festa d’aprile…

Daniele

È festa d’aprile
scarpe rotte, eppur bisogna andar…

Passano gli anni ma il 25 aprile torna ogni anno. Aspettando così questo atipico 25 aprile che restando a casa ci unirà in ogni caso, è stimolante ricordare, per me, l’aprile di dodici anni fa, particolarmente vivo e vivace, pieno e potente, solidale, musicale, quando il giorno 19 (cacciando il ricordo di un infausto passato 18 aprile) organizzammo un evento per presentare un libro, un libro di memorie autobiografiche di Francesca Pucci Pertusi, “AVEVO DICIOTT’ANNI NEL ‘43”, che racconta i suoi mesi sugli altopiani plestini (a Madonna del Piano), ove la resistenza partigiana al fine sarebbe stata vittoriosa. Qui la scrittrice, Franca, visse da “sfollata” (da Bologna bombardata) un breve e povero ma ricchissimo periodo, determinante nelle sue scelte sociali e politiche successive.

“Ho scritto questa breve storia autobiografica non solo per trasmetterla ai miei nipoti, ma anche spinta, …, dal gran discutere attuale sulla resistenza, sulle sue verità, sulle sue cosiddette bugie. Questa mia testimonianza non vuole avere evidentemente nessun valore assoluto. So bene che quello che è successo tra quelle montagne dell’Appennino umbro-marchigiano non può considerarsi esemplare. Ma penso che in tanta confusione di giudizi e di linguaggi ogni testimonianza di chi ha vissuto quel periodo possa servire soprattutto ai giovani per comprendere l’esperienza dei giovani di allora.… e sembra necessaria qualche riflessione in questo periodo di rigurgiti revisionisti e in cui si indaga da varie parti non solo sul fondo ideologico degli attori della resistenza, ma anche sul valore e la consistenza della partecipazione ad essa della popolazione civile. Sappiamo che nel folignate e nel camerinese operavano sia i giovani di ideologia comunista o comunque di sinistra, sia quelli di ispirazione cristiana. Noi avemmo contatti quasi esclusivamente con i partigiani di ideologia comunista, degli altri sapevamo l’esistenza ma non potevamo averne conoscenza diretta perché erano nascosti in altra zona, nel versante umbro delle montagne che limitano il piano di Colfiorito, nei paesi di Annifo, Arvello, Forcatura, Seggio. Sapevamo, comunque, che tutti facevano parte della Brigata Garibaldi… Non ho detto nulla degli abitanti della valle, se fossero o no spinti da una ideologia nell’aiutare i partigiani e i giovani che si nascondevano. Si sa, anche dai documenti, che gli abitanti dell’alto maceratese furono tra i più attivi e generosi nell’accoglienza e nell’aiuto ai partigiani. I miei fratelli ed io avemmo spesso occasione di parlare con molti abitanti del luogo. Alcuni dei giovani che si unirono ai partigiani erano dichiaratamente comunisti, ma nella maggioranza della popolazione non si percepiva la spinta derivante da una ideologia precisa. Parroci, cattolici praticanti, simpatizzanti per la sinistra, persone che non avevano ancora maturato un preciso pensiero politico, tutti erano accomunati dalla stessa convinzione: di essere dalla parte giusta, di lavorare insieme per liberarsi dalla sopraffazione dei fascisti e dei tedeschi. Per questo valeva la pena di coinvolgersi fino al rischio della sicurezza e della vita”.

Con la presenza del Comandante Mefisto della Brigata San Faustino (Mario Bonfigli), di Clara Sereni, dell’autrice e di un rappresentante dell’Anpi (non rammento purtroppo, e me ne dolgo, il nome né da quale sezione venisse) il dialogo corale del pomeriggio nella significativa Sala Miliocchi era alternato dall’ascolto di “CANTI DELLA RESISTENZA E SULLA RESISTENZA PARTIGIANA UMBRO-MARCHIGIANA”, che tanta storia, importanza, umanità, forza e dolore, essa ebbe. Ci raccontò, attraverso le sue parole del libro che: “Il viaggio fu lungo e faticoso. Io era particolarmente triste… La nostra meta era Madonna del Piano, un paesino minuscolo (tre case e una chiesa), prossimo al confine tra Marche e Umbria, nel comune di Serravalle di Chienti, in provincia di Macerata. Si raggiunge percorrendo una valle che, partendo dalla piana di Colfiorito, attraversa il paese di Cesi e si interna tra due file di monti fino ai paesi di Acquapagana e San Martino. Di lì, attraverso una zona selvaggia e poco abitata, si scende verso Visso nel cuore della catena dei Sibillini…”.
L’evento vene organizzato dal Gruppo di Solidarietà Internazionale “Amici di Dino Frisullo” in collaborazione con la Fonoteca Regionale “O. Trotta” e con il patrocinio dell’Anpi e dell’Isuc.

Un amico, invitato ma lontano per partecipare, mi scrisse: “L’italiano non elabora, ma collabora, non frequenta la memoria ma commemora, non produce ma vende”. Ecco, in quel pomeriggio, abbiamo sperato di essere diversi, di avere elaborato informazioni storiche, di aver frequentato e confrontato le nostre memorie in modo vivo e positivo, di avere prodotto momenti aggregativi sociali e culturali.

Ricordando quell’evento, in questa occasione assai particolare, è mia intenzione riportare stralci di quanto scrissi al riguardo di tale iniziativa, che nel tempo non ha perso, a mio avviso, alcuna significanza né valore, al pari di allora: “ora e sempre resistenza” mi verrebbe da dire, potendo così apparire retorico. Me ne scuso ma tale non vorrei essere né apparire.

Il primo canto ci ha introdotti nel tema dell’iniziativa: “Le radici e le ali” (Macina – Gang) lo si deve interpretare come la memoria (il vissuto, le speranze, le disillusioni) di un vecchio “comunista”. “… erano i tempi della battaglia/delle ferite delle bandiere/delle fughe sulla montagna/delle camicie nere … vennero i giorni delle menzogne/delle bestemmie delle preghiere/dei compromessi e le piazze vuote/nuovi altari nuove frontiere… ora è solo come la pioggia/come la pioggia nelle strade/con le radici con le sue ali/come un re di spade…”.

La seconda traccia “Il 17 d’aprile successe” racconta in canto (Quelli di Nocera, gruppo da tempo scomparso) la strage di Collecroce di Annifo (1944). Ecco cosa viene riportato in “L’Umbria nella Resistenza” (a cura di S. Bovini, Editori Riuniti, Roma, 1972, pag. 268, Vol. II): “17 aprile: grande rastrellamento di due divisioni tedesche coadiuvate da vari battaglioni delle SS repubblicane. … Due nostri battaglioni, che in un primo momento attaccavano nella zona di Colle Croce – Sorifa, dopo un combattimento di circa sei ore, …, sono costretti a raggiungere nuove zone lasciando sul terreno venticinque patrioti morti e due civili, contro tre tedeschi uccisi. A Colle Croce viene bruciata una casa dove risiedeva una nostra squadra…” (dalla Relazione sull’attività svolta dalla brigata “G. Garibaldi” dal settembre 1943 al luglio 1944).

Maria Santiloni Cavatassi è nata nel 1928 a Comunanza (Ap), da famiglia di mezzadri. Tutta la vita di questa donna è una testimonianza del cammino per la conquista della dignità da parte del mondo contadino: dall’appoggio alla Resistenza all’organizzazione del sindacato nelle campagne marchigiane, e altro ancora. La storia di Maria è parte importante della storia del grande “umanesimo di razza contadina” e della lunga marcia che si chiama ‘emancipazione’. “A Maria” è il canto dei fratelli Severini (Gang) dedicato a questa figura femminile.

A seguire l’ascolto di “Cosa piangi mia cara Gemma”, nella recentissima versione di Lucilla Galeazzi. Era una delle più conosciute canzoni epico-liriche della Valnerina in quei momenti storici. È la versione moderna (“E l’han taglià i suoi biondi capelli”), databile alla prima guerra mondiale, di una ballata arcaica ampiamente diffusa nell’Italia Settentrionale e nota come “La guerriera” o “La ragazza guerriera” (Nigra – 48).

Un’altra donna, Iside Viana, sarta, comunista, clandestina, antifascista, viene ricordata in “Iside”, canto pure esso interpretato dai Macina – Gang.

“Non ti ricordi mamma quella notte” (il canto ascoltato successivamente) è una canzone narrativa composta da Dante Bartolini sull’aria della canzone “Povera Giulia” (e la Sereni dice di una versione che lei ricorda tuttora su questo tema musicale: “Povero Matteotti”), una tra le più diffuse arie da cantastorie dell’Italia Centrale, usata per numerose canzoni narrative su fatti di cronaca, e ben conosciuta anche in Valnerina. Il brano è cantato da Amerigo Matteucci, mentre Dante si limita a fare da sottofondo, mentre alla chitarra c’è Piero Brega.

Poi l’ottavo ascolto musicale (dopo un brevissimo racconto di Dante Bartolini sull’8 settembre 1943): “Eurialo e Niso”, ancora una volta con i Macina – Gang (di Gastone Pietrucci e Marino Severini le voci). È tra le canzoni più recenti scritte sulla Resistenza. È strutturata in 16 strofe ed è suddivisa in quattro parti (prologo, azione degli eroi, vendetta, martirio) e rievoca nei nomi dei protagonisti una delle storie di amicizia più emblematiche della letteratura classica latina tratta dall’Eneide virgiliana.

Voglio ricordare che il testo parla di un episodio successo a Serravalle. Ebbene nell’area compresa tra Serravalle del Chienti e Visso, passando per Massaprofoglio e altri luoghi, operarono varie “bande partigiane”, tra cui il “Gruppo 205” al cui comando era uno slavo, “Nicola”, fuggito dal campo di concentramento di Colfiorito, citato anche nel libro di Franca, e di cui potete leggere sempre nella sede dell’Isuc (in “Memorie di un internato montenegrino. Colfiorito 1943” di Dargutin “Drago” V. Ivanovic’, e in “Dall’internamento alla libertà. Il campo di concentramento di Colfiorito, a cura di O. Lucchi, entrambi dell’Editoriale Umbra e pubblicati nel 2004). Le varie bande a pochi mesi dalla liberazione si unirono poi in un unico battaglione che aderì alla Brigata Garibaldi “Spartaco”.

“Su fratelli e su compagni” (canta Narciso de Santis) era l’inno della Brigata Gramsci che operò in Valnerina. Pur essendosi trattato di un fenomeno prevalentemente operaio irradiato dalle fabbriche, il movimento partigiano della Resistenza nel ternano ha svolto la maggior parte delle sue operazioni militari nelle montagne fra Arrone, Leonessa e Cascia. Proprio in territorio di Arrone si costituì la Brigata Gramsci, tra i cui dirigenti erano molti militanti della Valnerina. Questa presenza partigiana ha lasciato una forte eredità antifascista, in quanto anche i contadini hanno dato un sostegno attivo ai partigiani (una figura divenuta leggendaria per questo tipo di azioni è Teresa Fioretti, di Salto del Cieco di Ferentillo, che i partigiani ribattezzarono “Mamma Teresa”).

Ma Sulla resistenza passiva e l’organizzazione clandestina, ecco cosa riporta D. Bartolini (in una intervista di Sandro Portelli nel lontano 1973) a proposito della presenza comunista in fabbrica durante il fascismo: “Non potevi parlare, se dicevi qualche cosa te portavano dentro, te dicevano che eri comunista. Se non eri niente, che chiedevi un diritto. Perché il Partito comunista si è rafforzato? Perché quelli che non erano comunisti ce l’hanno fatti diventare loro, perché gliel’hanno detto. Gli hanno detto, dice, ‘è comunista, arrestatelo, portatelo via!’ Gli chiedi un diritto, dice ’perché non me lo date a me?’ dice ‘Eccoli, senti? Protesta, è comunista. Via!’ al confine, se non le botte se le sceglieva. Carcere, confine, e purghe e botte. Perché la brava gente che vedevano essere maltrattati in quelle condizioni, che gli dicevano perché chiede un diritto, dice’ questo è comunista, ma allora i comunisti dicono le cose fatte bene, abbi pazienza, no? E l’uomini se rendevano conto di quello che era il Partito comunista… Dice, allora il Partito comunista che è? È quello che tu hai bisogno una cosa, che è un diritto che non ce l’hai, tu protesti e lo vòi questo diritto che non ce l’hai… Questi t’impediscono perché c’è la dittatura del padrone, perché quello era padronato fascista!”

I successivi due canti presentati, “Nenia del Partigiano” e “Il partigiano”, sono canti popolari della Resistenza nell’alto pesarese, e fanno parte di un recupero storico delle tradizioni popolari delle campagne e delle montagne della attuale Comunità Montana del Catria e del Nerone. Erano due canti della Brigata Garibaldi “distaccamento Fastigi” di Cantiano (Pu). La trascrizione e la elaborazione musicale (di tipo amatoriale, ci tiene a sottolineare il curatore) sono di Nazareno Spadoni da Cantiano. Tale registrazione è stata effettuata con mezzi molto semplici nel mese di marzo 2008 proprio, anche, per questa nostra iniziativa; ringrazio pertanto il signor Romano Grilli per questa incredibile disponibilità.
Il 4 maggio 1944 i nazisti compiono un’incursione nel paese di Monte Sant’Angelo di Arcevia (probabilmente ci fu una delazione, come ha detto un iscritto all’Anpi, presente in sala e originario di Arcevia, ove tuttora è vivo quel ricordo e ogni anno viene ancora ricordato e celebrato) durante la quale uccidono con una inaudita ferocia 40 partigiani; con loro vengono sterminati anche i sette membri della famiglia contadina che li aveva ospitati (i Mazzantini), tra cui un bimba di soli sei anni! Il canto “4 maggio 1944 – in memoria” dei Gang vuole ricordare, con forza e determinazione, tale atto e tale barbarie nazi-fascista.

Il penultimo canto ascoltato è stato “La Valnerina è il centro della lotta”, con le voci dei Matteucci e di D. Bartolini (con P. Pileri all’organetto) in una lontana registrazione di Portelli et al.: “La sequenza di stornelli mostra un esempio assai notevole di uso politico delle forme tradizionali. Mentre Bartolini improvvisa sulla forma del ‘canto a mète’, riprendendo il suo tema consueto della lotta partigiana, A. Matteucci interviene, secondo il suo costume, ‘a serenata’, inserendosi sull’organetto e proponendo una tematica più legata all’attualità …” (canto, come gli altri citati, riportato in “La Valnerina Umbra”, Dischi del Sole, inizio anni ’70).

La serata è terminata con “Festa d’aprile”, nella versione storica della immensa (così la rammentava Ivan Della Mea) Giovanna Daffini, canto accompagnato dal vivo da buona parte dei presenti.

“Il 25 aprile mi trovavo a Roma e qui ho vissuto per lunghi periodi nei tre anni che seguirono. Una Roma dal clima ribollente: prima per la monarchia o la repubblica, poi per le prime elezioni repubblicane. Furono anni nello stesso tempo difficili ed entusiasmanti. Noi, allora ventenni, non potevamo ancora votare, ma non volevamo esimerci dalla partecipazione. Ci si educava alla democrazia nelle sezioni rionali, si faceva propaganda per la strada. Le campagne elettorali non furono prive di violenza e vivemmo spesso in situazioni difficili, ma ci esaltava l’idea di essere partecipi della ricostruzione. Contemporaneamente si doveva costruire noi stessi. Bisognava ogni giorno sgombrarci della zavorra dell’educazione fascista e soprattutto liberarci con durezza da ogni forma di retorica. In questo sforzo di liberazione si era tentati di azzerare tutto quanto ci era stato trasmesso. Ci sentivamo una generazione nuova, diffidente verso gli adulti perché, tra l’altro, avevamo imparato che l’obbedienza non era sempre una virtù. Nello stesso tempo fragili e compassionevoli perché avevamo capito come fosse facile e possibile vendersi per fame o per qualche indumento. Comunque ancora oggi invidiabili perché abbiamo provato l’esperienza esaltante di chi è nato e cresciuto sotto una dittatura e ha assaggiato per la prima volta il sapore impagabile della libertà”.

Così si conclusero le memorie di Franca.

Presente un esponente del Comitato Antifascista di Todi, venni allora invitato a riproporre in piazza in quella cittadina tale ascolto, all’interno della “FESTA DELLA RESISTENZA E DELLA LIBERAZIONE DAL NAZI-FASCISMO”, proprio il 25 aprile sempre di quell’anno.

Con tali parole venne presentata l’importante iniziativa (e sapete come andarono poi le cose in quel di Todi, purtroppo): “Quando i primi partigiani scelsero la via della lotta e salirono sulle montagne per combattere il nazifascismo, rischiarono e spesso offrirono la loro vita per affermare i principi stessi sui quali costruire la convivenza civile: la libertà, l’uguaglianza, la giustizia, la democrazia. Il prezzo pagato fu altissimo: decine di migliaia di partigiani uccisi, feroci rappresaglie contro la popolazione civile che sosteneva il movimento di Liberazione, oltre 40 mila tra cittadini e lavoratori deportati nei campi di concentramento, eccidi, come a Cefalonia, di soldati che rifiutarono di consegnarsi ai tedeschi, 600 mila internati in Germania, 87 mila militari caduti nella guerra di Liberazione. Da quella lotta che vide combattere fianco a fianco uomini e donne, operai e intellettuali, contadini e liberi professionisti di diversa fede politica e religiosa, nacque la nostra Costituzione. Ma a sessant’anni dal 1° gennaio 1948, da quando essa entrò in vigore, l’Italia sta correndo nuovi pericoli. Emergono sempre più i rischi per la tenuta del sistema democratico, come evidenti si manifestano le difficoltà per il suo indispensabile rinnovamento. Permangono, d’altro canto, i tentativi di sminuire e infangare la storia della Resistenza, cercando di equiparare i “repubblichini”, sostenitori dei nazisti, ai partigiani e ai combattenti degli eserciti alleati. Un modo per intaccare le ragioni fondanti della nostra Repubblica. Per questi motivi, per difendere nuovamente le conquiste della democrazia, il 25 APRILE anniversario della Liberazione assume il valore di una ricorrenza non formale. Nel ricordo dei Caduti ci rivolgiamo ai giovani, ai democratici, agli antifascisti, per una mobilitazione straordinaria in tutto il Paese. Il 25 aprile è oggi una data più viva che mai, in grado di unire tutti gli italiani attorno ai valori della democrazia.”

Cari amici, cari compagni, cari antifascisti, in questi momenti bui e difficili, nei quali potrebbe sembrare “fuori moda”, “fuori schemi”, “”controtendenza”, “irrisorio”, e chissà che altro ancora, celebrare questa giornata e quanto attorno ad essa ha ruotato, penso invece che è doveroso non dimenticare, e continuare a “resistere”, perché RESISTENZA è parola proprio oggi, sia pur per differenziate motivazioni, tutt’altro che desueta o pleonastica.

Voglio ringraziare gli ideatori di siffatta iniziativa sottoscrivendo senza meno quanto dagli stessi proposto nel loro invito a com-partecipare (e non posso non fare cenno ad Aldo Capitini) questo loro “Io resto a casa ma penso”.

E vi lascio con la trascrizione di questi due canti; il primo fu eseguito a Le Prata di Nocera Umbra il 23 agosto 2013 da Settimio Riboloni, ed è in qualche maniera esplicativo di tutto quanto vi trasmetto.

Il 17 d’aprile
di Assalonne Boccetti da Annifo

Il diciassette di aprile successe
una tragedia che fa inorridire,
sarà un ricordo a chi deve venire
del terrore che s’ebbe in quel dì.
I patrioti a Collecroce annidati,
Castiglione La Serra e Presidio
furon scoperti e s’ebbe il principio
di una sciagura che io vi dirò qui.
Si era ancora nel letto a dormire,
a un momento si sente un drappello,
ci prese a tutti nel sonno più bello,
che ci cambiò in grande dolor.
Ogni tanto arrivava un motore,
che sembrava per noi un tormento,
ordinato fu il rastrellamento
e fucilar chi incontrava con lor.
L’eran tedeschi e fascisti mischiati,
perché ogni tanto si udiva una voce,
che domandava dov’è Collecroce,
che poi in fiamme fu vista innalzar.
Dal casale fu visto un incendio,
non si sapeva di che si trattava,
dare ‘n aiuto però tutti pensava
Eliso Conti, lui volle partir.
Da Paolucci Vittorio si reca
e gli dice: «Andiamo a vedere,
Collecroce è diventata un braciere,
quei disgraziati si senton gridar».
Partono infatti per vedere che succede,
sempre pensando di dare un aiuto,
ma dinanzi al terribile bruto
han preparato la morte per lor.
Appena fatti mille metri di strada,
due giovanetti Guido e Gervasio
seppero subito che il paese era invaso
e l’invasori un massacro faran
Poi le dissero tornativi indietro,
sarà meglio che andiate al lavoro,
quattro tedeschi vedevano a loro,
con voce e gesti incomincia a chiamar.
Tutti e quattro si misero in ascolto,
per sentire dove sono chiamati,
tosto videro quattro soldati,
che a forza di cenni li fece andar su:
sull’attenti davanti ai briganti,
con questo nome si posson chiamare,
però a noi ci può raccontare
di che son degni quei vil malfattor.
Avanti andava Paolucci Vittorio,
dietro veniva Eliso Conti,
poi Gervasio e Guido Giocondi,
per sentir che dicevan a lor.
Madre Divina dammi forza e coraggio,
per esprimer questo estremo momento,
caddero insieme senza dare un lamento,
un urlo solo si udì di lassù.
La mitraglia vomitava le palle,
che raggiungevano i petti adorati,
di sangue intrisi e per tutto forati,
i corpi loro facevan pietà.
Figurativi quale sia lo strazio
d’una tragedia crudele e tremenda,
i loro cari con pena lenta,
solo con quella dovranno morir.
Quelli di Annifo, spose e bambini,
che dal dolore sembravano pazzi,
fan compassione quei poveri ragazzi,
senza una guida nel mondo saran.
Gli altri due di età minorenne,
non conoscevano che cos’era il mondo.
I genitori con dolore profondo
in quella terra andranno a pregar.
In quella terra, intrisa di sangue,
vi han messo una croce piantata.
Si chiama il posto là e le Fossata,
mentre passate potete pregar.
Se cercate di andare più avanti,
troverete altri due innocenti,
che di loro si sentono i lamenti,
dicono «Babbo tu vienci a salvar».
A Collecroce guardate a sinistra,
là vedrete dei segni innalzati,
atri dieci là son fucilati,
senza una colpa nei loro cuor!
Un certo Ido si trova fra loro.
Gli altri sono a me sconosciuti
ma nelle tombe saran riconosciuti
dai loro cari quando vanno a pregar.
Andiamo avanti per andare a Bagnara,
dove si traversano molti burroni,
altri tre giovani di Castiglioni
fur trascinati in quei luoghi a morir!
Nazareno, Bernardino e Francesco
massacrati e di colpa innocenti!
Maledizione a quei vili serpenti,
vigliacchi, iniqui e senza cuor.
Maledizione a quei vili serpenti,
vigliacchi, iniqui e senza cuor.
Il Partigiano del Monte Strega
Coll’arma al fianco, in cuore la speranza
Su per la Strega sale il Partigiano.
Il giorno è sul fine, la sera avanza,
Rapida l’ombra cala verso il piano.
“Figlio chi sei?” gli chiede un montanaro.
“Giovine sono, ma non ho timore
Mi guida la mia sorte come un faro
Verso la vetta pura dell’onore
E quest’arma basta per non morire
Schiavo!” risponde fiero il Partigiano.
Superbo un falco ruota in larghe spire.
Chiamano le campane da lontano.
Con il gregge scende un vecchio pastore
E “dove vai, figliolo?” gli domanda.
“Vado lassù dove mi chiama il cuore
Per lottar coi fratelli della banda
Contro il tedesco che brucia le case
Contro il fascista che uccide il fratello
Per le terre della mia Patria invase.
Mi sento in petto un ardore novello
E per viver libero quest’arme è mia!”
Cala la sera e brilla qualche stella,
Amica luce della montana via.
La croce della Strega alta e snella
Nell’ombre si confonde della sera.
Si ferma il Partigiano e guarda al piano;
La valle è oscura nell’aria nera.
Giù è triste il casolar paesano:
Piange la madre presso al focolare,
prega Gesù la sposa desolata.
“Forse mai più le potrò abbracciare
Povera mamma e sposa tanto amata!”
Pensa il Partigiano alle donne care
E piange: ma è notte e nessuno lo vede.
Per la libertà avanti deve andare
Con i compagni della stessa fede
Con i figli più forti del Sentino
Pronti alla morte e a tutte le lotte.
Riprende il Partigiano il suo cammino
Su per la Strega cupa nella notte.
Bruno Riboli
In “I partigiani della Strega”, numero unico, Sassoferrato (AN) 7 ottobre 1945, pagg.2, Lire 5.

 



Daniele Crotti

Inserito sabato 25 aprile 2020


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