03/12/2020
direttore Renzo Zuccherini

Home >> Ritorna un nuovo maggio

Ritorna un nuovo maggio
...una camminata in mezzo alla natura, virtuale (la camminata, non la natura), nel corso della mattinata

(nella foto, la porta d'accesso a Castel d'Arno)

VIENI O MAGGIO
dolce pasqua dei lavoratori...

Nel 1867, dopo la fine della Guerra Civile americana (1861 – 1865), ci fu il 1° di maggio a Chicago, che stava diventando una importante città industriale, una grande manifestazione operaia. Era la prima delle cosiddette “3 otto ore”: 8 ore di lavoro, 8 ore di riposo, 8 ore di svago ed istruzione. Non ebbe conseguenze. Nel 1886, sempre a maggio, e sempre in quella città, vi fu un’altra una manifestazione operaia e di lavoratori per le medesime rivendicazioni. Ebbe grossa risposta proletaria. Ad un certo momento scoppiò una bomba. Feriti ed un poliziotto ucciso. Non si seppe mai chi la mise. Ma, come sempre, la colpa fu arbitrariamente addossata a 7 lavoratori. Un anno dopo 4 vennero uccisi (non giustiziati), 1 si tolse la vita il giorno prima, gli altri 2 vennero condannati all’ergastolo. Dopo 5 anni si dimostrò la loro innocenza. Sempre “assassini” questi americani! I 2 imprigionati vennero così liberati. E gli altri? Non si poté di certo farli resuscitare. Sta di fatto che da allora il 1° maggio (Primo Maggio) venne stabilito come giorno di festa per i lavoratori. Da lì, in altre parole, ebbe inizio il tutto: fu il punto di partenza di quanto ogni anno festeggiamo.

(L'inno del Primo maggio di Pietro Gori: https://www.youtube.com/watch?v=WZt_2DgB8YU)

Nel frattempo questa festa dei lavoratori, in Italia, arrivata anche da noi, si lega alla festa dell’albero del maggio. In Piemonte è la betulla. Da noi un pioppo, una quercia, o altri. Il maggio contadino esiste da secoli; una festa in parte religiosa che trae spunto da antiche feste pagane. Il maggio, l’albero del maggio, che viene innalzato eccetera, eccetera, è un simbolo fallico (nel paganesimo) che ora è diventato simbolo del risveglio della vegetazione, della natura… Ma conserva dei rituali che ne fanno ricordare l’origine, tant’è che per lungo tempo dalla Chiesa venne boicottato se non combattuto. La betulla (o un altro albero) assieme alle “streghe” era fortemente osteggiato. Così, per es., in una certa area del novarese, ove un tal Carlo Borromeo fu fatto santo proprio per avere “eliminato” un bel po’ di donne, di “streghe”. E così via…
Poi tutto si placò.
Ecco, i due “maggi” trovano così una sorta di fusione e li unisce in un certo senso l’albero del maggio che si può identificare nell’albero della libertà (già cantato ai tempi della Comune di Parigi).
E il maggio dunque diviene e così lo è oggi una festa popolare, una festa ampia, disseminata, che unisce due correnti ideologiche e che si esprime in svariate formule, in cui il canto ne diventa una espressione fondamentale. Da un lato i canti di tradizione contadina, il “Cantamaggio”, il “Maggio Bello”, e altro ancora (ovunque nella nostra penisola presente), dall’altro il “Vieni o maggio”, operaio, con maggiore valenza sociale e politica. Ma sono, in parte, due aspetti che non possono non “camminare” insieme.

(Il maggio bello: https://www.youtube.com/watch?v=uBRsGCtzd4A)

Ora, quest’anno, anno 2020 dell’era volgare, non lo abbiamo potuto festeggiare. Né i vari “canta maggio” così come il “maggio bello perugino” (se non virtualmente), né il “1° maggio dei lavoratori” con i vari concerti in varie piazze del nostro Paese (a parte il Concertone di Roma, che peraltro nel tempo si è discosto dall’idea originale, io penso al 1° maggio all’Istituto E. de Martino di Sesto Fiorentino. E così via)
E allora?
Allora, il primo di maggio di quest’anno vi ho proposto una camminata in mezzo alla natura, pure essa virtuale (la camminata, non la natura), nel corso della mattinata, in modo tale che nel pomeriggio ognuno ha potuto connettersi, nelle varie modalità oggi concesse dai sistemi informatici, al computer (più di una possibilità, appunto) per partecipare e vivere, da soli ma insieme, questa “giornata particolare”.
Ciao.

Daniele


RITORNA UN NUOVO MAGGIO
 con canti balli e fiori…
 …torna la festa dei lavoratori

Ma oggi, quest’anno, non potrà essere così. Sappiamo amaramente perché… Resta la festa e restano i fiori…
E allora?
E adesso? Già adesso. Nell’ultima camminata ci eravamo infatti lasciati con questo interrogativo. E che interrogativo, in tempi davvero “nuovi”; di un nuovo che non ci saremmo mai aspettati di vivere, subire, affrontare, capire, sopportare…
E allora, adesso, oggi: dove andiamo? Siamo ancora in fase uno. Per cui non si può che partire dalla solita piazza, che ormai conoscete bene.
Da questa piazza saliamo così e ancora una volta lungo le balze, percorriamo il “sentiero delle ginestre”, superiamo Pal.zo Taccone, scendiamo al Passo del Lupo ed eccoci a Lanciafame.
Siamo a 450 metri circa di quota. Collina. Il “combarbio” di Lanciafame non è nulla di che, ma è luogo di transito pressoché obbligatorio per svariate escursioni in questo territorio, che dalle amene colline arnensi sale verso la Fratticiola e Monteverde, luoghi più gravi e cupi. Una breve sosta (è passata un’ora dalla partenza) si rende necessaria. Proseguiamo quindi in direzione nord – nordest per superare C. Gazzuta e quindi deviare a destra per passare sotto Coldericoli. Al primo bivio giriamo a destra e poco dopo a sinistra (il sentiero è ancora riconoscibile, nonostante l’invasione di rovi, cespugli, vegetazione varia: e chi ci passa più ormai di qua?!). Siamo sopra il Gorgo della Giana (confluirà più sotto nel F.so di Beschiriolo). Scendiamo in mezzo all’erba alta costeggiando ciò che un tempo era un sentiero di mappa, ormai impraticabile, sino ad arrivare all’abbandonato Pod.e Montepulciano. Proseguiamo, scendendo piano piano verso il Pianello. Alla nostra sinistra un bel bosco di querce (o forse roverelle o forse cerri o forse chissà) – la carta Igm lo segnala come il Macchione – e a destra, giù giù, scorre il il Boschiriolo (come lo chiamano i pianellesi, intesti come abitanti di Pianello; fosso che a breve incroceremo). Seguiamo la strada (nel frattempo il mazzo di asparagi cresce; serviranno per un risottino o una frittatina, questa sera) sino al bivio posto a 244 m.
Giriamo a destra e, riprendendo a salire, seguiamo la strada per Castel d’Arno (ma sempre d’Arna).
E a Castel d’Arno facciamo una lunga sosta.
Prima di raccontarvi un po’ di storia di questo antico castello, rifugio dell’Alfani “bandito da Perugia”, vi sollazzo con brevi note che accomunano questo castello a quello di Pilonico: una delle tante “storie e leggende di banditi e briganti, di spiriti e fantasmi…”


IL FANTASMA DI PILONICO PATERNO
(che si spinge sino a Castel d’Arno)
Tra “storie e leggende di banditi e briganti, di spiriti e fantasmi” mi soffermo su “Massa de Arne e il cunicolo segreto
del castello di Pilonico”.
Già nel basso medioevo, X secolo dell’era volgare, la Massa d’Arno, Massa de Arne, era piuttosto estesa, con piccoli
villaggi e i suoi tre castelli, Civitella d’Arna, Pilonico (allora Pilonico d’Arna) e Castel d’Arna. Probabilmente fu nel
tardo medioevo che i castelli divennero tali e così importanti: allorché la Massa era zona di confine tra il ducato
longobardo di Spoleto e il corridoio bizantino di Perugia.
“Se… sotto Castel d’Arno si sa che ci sono dei cunicoli sotterranei, in parte ormai crollati e non più comunque
rintracciabili, ma che anticamente – ai tempi del nostro racconto senz’altro – scendevano fin quasi alla base della
collina, in quel di Pianello, per permettere la fuga… anche in caso d’assedio..”, pare e si dice che pure da sotto la torre
del Castello di Pilonico vi fosse un cunicolo, relativamente stretto e non altissimo, che, passando sotto il monte
Pilonico, raggiungeva i sotterranei del castello di Castel d’Arno.
Tante sono le leggende, gli aneddoti, le storie, le memorie che si tramandano su questi castelli, in particolare, in tale
contesto, quelle e quelli sui castelli di Pilonico e di Castel d’Arno. A noi preme raccontarne una o forse più d’una,
oppure è la medesima che si intreccia e si tramanda nel corso del tempo, raccolta e raccolte direttamente ed
indirettamente dalla bocca di varie persone del luogo ma soprattutto da due anziani, ormai deceduti, residenti allora in
quel di Ripa (già Ripa d’Arno, pure essa, appunto…).
Si racconta che sin dal tardo medioevo il Castello di Pilonico fosse collegato con Castel d’Arno da cunicoli sotterranei
ai più segreti. Racconti di amori e di scandali taciuti. Nel periodo rinascimentale i “banditi” da Perugia, l’Alfani in
primis, e da altri luoghi, sembra utilizzassero tali passaggi per le loro scorrerie e violenze di varia natura. Ancora
nell’800 con i briganti che imperversavano questi territori, sempre tali passaggi segreti erano spesso importanti per
agguati, violenze e fughe repentine. Non sappiamo da quando si cominciò a parlare degli spiriti di Pilonico e di un
fantomatico fantasma. Forse gli spiriti erano le anime dei defunti, uccisi brutalmente nei corsi dei secoli, delle fanciulle
rapite, segregate e violentate, ed il fantasma l’anima di qualche importante e misericordioso personaggio che voleva
punire i malvagi e tranquillizzare le famiglie ed i famigli di chi aveva o avesse subito dei torti. Le cose si protrassero
sino all’ultimo dopoguerra del secolo passato, quando più recenti “briganti” e malfattori agirono su queste colline.
Ormai il cunicolo tra i due castelli era scomparso, ma l’anima degli spiriti e del fantasma aleggiava sopra e le dentro
le case ormai spopolate, e soprattutto nella pineta comunale, ora abbandonata a sé stessa, luogo di sgradevoli e nefandi
incontri. Con la morte negli anni ’80 dell’ultimo “furfante” tutto si placò.


Siamo a Castel d’Arno. Stavamo dicendo? Di Castel d’Arno, appunto…
Non sono in molti a conoscere questo antico borgo, oggi quasi del tutto abbandonato, ma che un tempo era considerato una fortezza pressoché inespugnabile. La sua posizione infatti era talmente adatta alle strategie militari che questa collina risulta abitata sin dai tempi dell’Antica Roma: in epoca medievale, poi, il Comune di Perugia fece ricostruire il castello usandolo come avamposto per la protezione dei suoi confini. A metà dell’Ottocento, finita l’epoca delle battaglie tra i comuni, gli abitanti cominciarono a scendere a valle per sfruttare al meglio la presenza del fiume Chiascio: nacque così il paese di Pianello, mentre contemporaneamente iniziava il declino del nostro. Durante la sua millenaria storia, Castel d’Arno ha visto passare dalle sua porte migliaia e migliaia di uomini e personalità di vario lignaggio, ma forse il più famoso – o per meglio dire, famigerato – di cui si abbia memoria è tal Francesco Alfani, colonnello di nobile stirpe espulso dalla città di Perugia a causa dei numerosi delitti commessi, che nel 1586 decise di stabilirsi in questo castello, considerando ideale la sua posizione geografica per eventuali fughe verso zone non controllate dal comune perugino.
Castel d’Arno ed il territorio circostante, basato principalmente su un’economia rurale agricola ed artigianale, poteva contare fino al 550 dell’Era Volgare su un molino di proprietà degli Alfani, signori del borgo. La località dove sorgeva, nella toponomastica delle carte d’epoca, viene, appunto, denominata “Il Molino”. Questo era principalmente adibito come molino per olio. Tale molino attingeva la sua forza dalle acque del torrente Boschiriolo (Beschiriolo. Domanda: sbagliamo le carte o gli abitanti del Pianello?), che passava a valle della stessa Castel d’Arno. Per grano ed altri cereali il territorio circostante utilizzava un molino situato nella località “Villa Caimani” (da “Ca’ Magna” ovvero “grande casa” presente già in epoca romana). L’ubicazione corrisponde ad una zona a sud-est di Castel d’Arno e, come dice lo storico Riganelli, rappresentava una sorta di “proiezione di esso”; è indicato anche con il toponimo IGM “Poderi Camaino”. Questo molino attingeva l’acqua necessaria a farlo funzionare dal fiume Chiascio il cui corso allora era più vicino a questa località. Dopo l’unità d’Italia, il molino per tutte le necessità fu costruito dentro il paese di Pianello e a ridosso del torrente Boschiriolo (attuale casa antistante palazzo Taurelli- Salimbeni).
Ma ora ripartiamo, si sta facendo tardi. Tardi? Ma abbiamo fretta? No, e allora? Già, allora… Dai, ripartiamo, piano, con calma. La salita continua.
Arriviamo così all’altezza - non tanto alta - dei 445 m circa ai piedi di Pal.zo Taccone di cui prima (che bei lillà nascondono la facciata del casolare abbandonato e diruto!). Ci infiliamo nel sentiero che affianca Pal.zo Leone (corre parallelo ma più in basso di quello fatto all’andata) per immetterci nel “sentiero delle ginestre”.
Sono ancora pochi i fiori gialli e profumati della tribù di queste nostre Genisteae; tra un mese appariranno così: La discesa in mezzo alla parte alta delle balze, tra roverelle, ciliegi da legno, frassini, aceri, orchidee, asparagi e vitalbe (per noi sono le vitabbie) preannuncia l’arrivo e la fine della camminata odierna.
Raccogliamo così, nell’ultimo tratto di questo percorso (sacrificando la festa del primo maggio oggi non festeggiabile), tanti ma tanti germogli di vitabbie. Stasera con essi ci prepareremo una frittata (il risotto di asparagi sarà così rinviato al pranzo domenicale). La nostra ricetta, semplice, semplice, facile, facile, buona, buona… è questa…

Frittata di vitabbie (vitalbe):
La vitabbia (nome botanico Clematis vitalba) è una pianta selvatica, che cresce lungo i viottoli di
campagna, s'arrampica su fusti di alberi di olivo e di castagno, è comunissima in prossimità delle siepi di
more…
Germoglia in primavera; e soltanto i suoi germogli sono commestibili, le parti più legnose – si dice -
possono risultare velenose. La vitabbia è comunemente chiama l'asparago dei poveri, e viene usata
addirittura in erboristeria sotto forma di tintura madre per disturbi della prostata e delle vie urinarie, ed è
anche annoverata tra i fiori di Bach.
Ingredienti (per 4 persone): 250 gr di germogli più giovani di vitabbie; 6 uova; 1 spicchio d'aglio (meglio
aglietto fresco); 2/4 cucchiai di olio, sale e pepe q.b. Lessare le vitabbie, cosi perdono molto del tipico
amarognolo, scolare e strizzare bene con le mani. Triturarle e gettarle in padella, dove è già in olio e
rosolato l'aglio (che va tolto), farle ben riscaldare, quindi unire le uova ben sbattute e procedere come
solito per le frittate (anche una frittata più strapazzata che frittata o fritta può essere gradita e/o
gradevolmente gustata).




Daniele Crotti

Inserito lunedì 4 maggio 2020


Redazione "La Tramontana"- e-mail info@latramontanaperugia.it
Sei la visitatrice / il visitatore n: 5400213