30/10/2020
direttore Renzo Zuccherini

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Una cittadella, due cittadelle, tre cittadelle…
...e intanto Perugia si impoverisce, sprofonda e muore

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La Giustizia ha bisogno di un palazzo, non di una “cittadella”, e quel palazzo ha bisogno di affacciarsi su una piazza aperta a tutti. È sempre stato così: la Giustizia non ama l’ombra, ma si nutre di luce solare (il tempio del faraone Akhenaton docet).

Qualcuno ha proposto di trasformare l’area dell’ex Carceri di piazza Partigiani in “Cittadella giudiziaria”. Questa proposta presenta molte controindicazioni ed effetti collaterali in quanto, se attuata, porterebbe all’incistamento, all’interno della città, di un’anti-città separata dalla città vera e plurifunzionale.

Sarebbe un grave errore di grammatica urbanistica recintare una parte di città con un corpo a sé stante. In altre parole, equivarrebbe a creare un corpo avulso inserito all’interno di un sistema che non potrà non considerarlo estraneo, e per questo sarà identificato come tale e alla fine rigettato dal sistema stesso.

L’esperienza insegna: la rocca dell’Abate di MonMaggiore e la rocca Paolina di Paolo III il Farnese sono due esempi eloquenti di deliberata sopraffazione a carico dell’identità di città e cittadini.

Domina purtroppo la solita giustificazione del generico “apparentemente tutto bene”. La realtà è molto diversa, e gli esempi sono sotto gli occhi di tutti: ex Policlinico, ex Tabacchificio, ex Arconi, ex scuola Pascoli e così via. Tutte cittadelle come enti disaggreganti e destabilizzanti, e intanto così la città si impoverisce.

Chi è competente capisce al volo che non è accettabile violare per esigenze funzionali una forma architettonica originale. Chi disegna uno scenario con il fare senza capire, non vede al di là del proprio naso. Tutto diventa finalizzato allo svuotamento del centro, prestando il fianco alle facili, future speculazioni.

Quando sarà che incominceremo ad impostare la programmazione e la pianificazione con intelligenza e visione del futuro per il bene collettivo? Eppure, tornando al tema del riuso delle ex Carceri, non mancano altrove esempi positivi di trasformazione da luoghi di pena a luoghi di redenzione.

È essenziale, per non perdere il valore storico-culturale, che la funzione rispetti l’unitarietà architettonica: esiste il fuori ma esiste anche il dentro. Come nelle “carceri d’invenzione” del Piranesi, tutt’intorno alla zona delle ex penitenziario del vecchio colle Landone, c’è un mondo di opportunità che potrebbero contribuire ad un appropriato e armonico restauro urbano: l’ex Cinema Lilli, la Stazione ferroviaria di S. Anna, l’ex piazza della Vittoria, il complesso di S. Giuliana, gli ex uffici comunali di via Fiorenzo di Lorenzo e tanti altri esempi.

Tutti questi temi, se progettati come si deve, potrebbero dare impulso per sviluppare variegate attività creative, scientifiche, museali e di ricettività tematica, garantendo nello stesso tempo la permeabilità civica, in una visione panottica e non polifemica.

Purtroppo, nella realtà, non possiamo aspettarci né partecipazione né comunicazione, in quanto i progetti per le opere dello Stato sono coperti da un sovrano patto del silenzio. Come al solito, si procede a compartimenti stagni. Non solo, tali opere godono dell’esonero dalla “verifica di conformità urbanistica” e di coerenza con la storia urbana.

Si ripropone il solito copione, arriva puntuale il Re Sole di turno che proclama: “l’Etat c’est moi” (lo Stato sono io).

È il caso di continuare a dissipare collezionando fallimenti? Oppure riguadagniamo le aree dismesse rendendole vitali e appropriate ai molteplici usi cittadini?

A conclusione di questo contributo, e come sintesi delle precedenti riflessioni affrescate da ironia e anticonformismo, non si può non asserire l’urgenza del recupero di una Urbanistica “sempre accesa” che istruisca, sorprenda ed educhi.




Mauro Monella

Inserito giovedì 11 giugno 2020


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