22/10/2020
direttore Renzo Zuccherini

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La memoria delle donne resistenti: le portatrici, le partigiane
Due libri, due Storie, due epoche, due esempi di vita reale e di vite vissute, due “fasi storiche” per vari aspetti tra loro collegate... Di guerra e di pace, di odio e di amore, di paura e di coraggio, di povertà e di ricchezza


“Esistiamo fintanto che siamo ricordati” (Carlos Luiz Zafón)

 

Daniele Biacchessi è l’autore di un importantissimo libro, “L’Italia liberata. Storie partigiane” (Jaca Book, PONTIdiMEMORIA, 2020), con le suggestive illustrazioni di Giulio Peranzoni, e a cui è allegato un potente DVD a riassumere con voci, musiche e canti quanto nel “saggio storico” è riportato.
Ilaria Tuti è l’autrice del bellissimo romanzo “Fiore di roccia” (Longanesi, 2020).
Entrambe le opere sono state pubblicate durante il difficile blocco dovuto alla pandemia virale che ci ha tutti in maniera più o meno cosciente coinvolti. E proprio durante questo “confinamento” (lockdown ci hanno però detto di chiamarlo) ho avuto modo di leggerli, attentamente e con indubbia emozione.
E quest’anno, forse anche proprio per il blocco forzato, il giorno della nostra liberazione dal nazifascismo è stato particolarmente e giustamente vivacizzato (in RaiTV e sui cosiddetti “social”), laddove l’entrata in guerra del nostro Paese nel primo conflitto mondiale è stata, a mio avviso altrettanto giustamente, meno enfatizzata e celebrata.
Sono due libri diversi, due libri che raccontano in maniera diversificata momenti delicati, intensi, profondi della nostra storia, soprattutto a me, a noi che quelle due guerre, con le resistenze e le resilienze affiancate ed intimamente connesse, l’abbiamo conosciuta soltanto sui libri e dai libri, dai documentari e dalle pellicole cinematografiche, con i canti e dai canti che raccontarono e raccontano quelle esperienze tragiche.
A ritroso, la prima di queste due opere letterarie (veramente imponenti, da un punto di vista umano) è chiaramente riferita alla seconda guerra mondiale e soprattutto alla “resistenza”, mentre la seconda fa riferimento ad alcuni aspetti assai poco noti relativi alla prima guerra mondiale.
Nella quarta di copertina, “L’Italia liberata” viene così presentata: «La guerra di Liberazione dalla dittatura nazifascista e dall’occupazione tedesca viene raccontata attraverso le tante storie di Resistenza che hanno fatto l’Italia e cambiato il corso della Storia. Una grande narrazione popolare e collettiva che ripercorre i luoghi dove ancora vivo è il ricordo delle migliaia di persone che hanno pagato a caro prezzo gli ideali di democrazia e libertà. L’Italia liberata è anche un progetto multimediale in Dvd sulla Resistenza, una storia corale e necessaria che Daniele Biacchessi con l’Associazione “Ponti di memoria”, spinti dall’urgenza di non disperdere il ricordo, hanno riversato in un racconto frutto di un intenso studio basato su documenti storici d’archivio, testimonianze, atti giudiziari, ma soprattutto storie partigiane inedite…». E quanti soggetti femminili, quante donne, bambine, ragazze, adulte, anziane ne sono le protagoniste (e spessissimo vittime anche del tutto innocenti).

Nella prima aletta del romanzo della scrittrice friulana si legge: «Con “Fiore di roccia” Ilaria Tuti celebra il coraggio e la resilienza delle donne, la capacità di abnegazione di contadine umili ma forti nel desiderio di pace e pronte a sacrificarsi per aiutare i militari al fronte durante la Prima guerra mondiale. La Storia si è dimenticata delle Portatrici per molto tempo. Questo romanzo le restituisce per ciò che erano e sono: indimenticabili».

È così con la figura femminile che, in un certo qual modo, io vedo un nesso, il nesso tra queste due opere, esemplari, belle, forti, coinvolgenti, fondamentali… Per sapere, conoscere, ricordare…
Invitando tutti a leggere ed immedesimarsi nella storia di queste storie, desidero offrire agli interessati un paio di stralci, relativi ai due libri, il primo relativo alla Seconda guerra mondiale (ma principalmente alla Resistenza e alla Liberazione), il secondo relativo alla, da sempre definita, Grande Guerra.

Per quanto riguarda “L’Italia liberata” propongo parte dell’intervista che l’Autore, nel 2006, fece a Tina Anselmi, una partigiana (va da sé che non serve ricordarne la partecipazione attiva alla Resistenza):
«Il valore più importante della Resistenza resta la partecipazione. Battersi perché questa libertà permanesse nel tempo, per le generazioni a venire, a futura memoria. Ognuno di noi scopriva che aveva qualcosa da dare e da portare lungo il cammino della Liberazione. Perché non si dovesse mai tornare indietro verso lo scempio della vita umana. Volevamo la libertà per poterla vivere fino in fondo, per consolidarla, per consegnarla come garanzia ai giovani. Ai ragazzi dobbiamo raccontare la storia della Resistenza. E partiamo dalle lettere dei condannati a morte. Io dico sempre che davanti alla morte c’è la verità e la verità è che noi facevamo la guerra per ottenere la pace. Cito sempre quella scritta da Giacomo Ulivi: “non pensate a me come un eroe, ci vuole meno a morire per un’idea che non vivere ogni giorno per quella idea”. Questa frase vale ancora oggi».
È RESISTENZA, ed è resilienza…

In merito a “Fiore di roccia”, ecco quanto racconta una “portatrice”:
«Quelli che riecheggiano lassù, fra le cime, non sono tuoni. Il fragore delle bombe austriache scuote anche i villaggi, mille metri più giù. Restiamo soltanto noi donne, ed è a noi che il comando militare italiano chiede aiuto: alle nostre schiene, alle nostre gambe, alla nostra conoscenza di quelle vette e dei segreti per risalirle. Dobbiamo andare, altrimenti quei poveri ragazzi moriranno anche di fame. Questa guerra mi ha tolto tutto, lasciandomi solo la paura. Mi ha tolto il tempo di prendermi cura di mio padre malato, il tempo di leggere i libri che riempiono la mia casa. Mi ha tolto il futuro, soffocandomi in un presente di povertà e terrore. Ma lassù hanno bisogno di me, di noi, e noi rispondiamo alla chiamata. Alcune sono ancora bambine, altre già anziane, ma insieme, ogni mattina, corriamo ai agazzini militari a valle. Riempiamo le nostre gerle fino a farle traboccare di viveri, medicinali, munizioni, e ci avviamo lungo gli antichi sentieri della fienagione. Risaliamo per ore, nella neve fino alle ginocchia, per raggiungere il fronte. I cecchini nemici – diavoli bianchi, li chiamiamo – ci tengono sotto tiro. Ma noi cantiamo e preghiamo, mentre saliamo con gli “scarpertz” ai piedi. Ci aggrappiamo agli speroni con tutte le nostre forze, proprio come fanno le stelle alpine, i “fiori di roccia”. Ho visto il coraggio di un capitano costretto a prendere le decisioni più difficili. Ho conosciuto l’eroismo di un medico che, senza sosta, fa quel che può per salvare vite. I soldati ci hanno dato un nome, come se fossimo un vero corpo militare: siamo Portatrici, ma ciò che trasportiamo non è soltanto vita. Dall’inferno del fronte alpino noi scendiamo con le gerle svuotate e le mani strette alle barelle che ospitano i feriti da curare, o i morti che noi stesse dovremo seppellire. Ma oggi ho incontrato il nemico. Per la prima volta, ho visto la guerra attraverso gli occhi di un diavolo bianco. E ora so che niente può più essere come prima».
È RESILIENZA, ed è resistenza…





Daniele Crotti

Inserito martedì 21 luglio 2020


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