03/12/2020
direttore Renzo Zuccherini

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In quel “finale” c’è tutto l’inghippo
Superare l’attuale incongruità normativa, pedagogica e valutativa è possibile se i collegi dei docenti deliberano come periodo scolastico l’intero anno, appellandosi all’autonomia didattica prevista dal DPR 275/99

Il Movimento di Cooperazione Educativa a maggio 2020 ha accolto con fiducia, dopo anni di Campagna voti a perdere, di documenti interassociativi, di convegni l’approvazione ad opera del Senato della Repubblica di un emendamento alla legge di conversione del Decreto Legge 22/2020 che – all’art. 1 comma 2bis, anche se solo per la scuola primaria – ha abolito i voti in decimi nella scuola primaria e introdotto i giudizi descrittivi. Pur segnalandone le dissonanze e i limiti.

“2-bis. In deroga all’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62, dall’anno scolastico 20202021, la valutazione finale degli apprendimenti degli alunni delle classi della scuola primaria, per ciascuna delle discipline di studio previste dalle Indicazioni Nazionali per il curricolo è espressa attraverso un giudizio descrittivo riportato nel documento di valutazione e riferito a differenti livelli di apprendimento secondo termini e modalità definiti con ordinanza del Ministro dell’istruzione”. leggi qui

Se l’eliminazione del voto, infatti, risponde alla necessità di superare una valutazione intesa come misurazione e classificazione per concepirla unicamente come funzionale al controllo del lavoro, dei progressi, della difficoltà del soggetto, e mai come un giudizio sulla sua persona, allora perché non estenderla a tutto il primo ciclo se non alla scuola dell’obbligo?

Inoltre, segnalavamo la difficoltà che avrebbero incontrato gli Istituti comprensivi e i Collegi unitari composti da insegnanti della primaria e della secondaria di primo grado che avrebbero dovuto lavorare insieme ad un curricolo unitario, verticale rispettoso delle Indicazioni Nazionali e all’interno del percorso del primo ciclo di istruzione con modalità valutative così diverse: il giudizio da un lato, il voto dall’altro.

Da qui il futuro impegno che allora ci siamo dati:

- liberare la scuola secondaria, almeno di primo grado, dai voti, come da noi proposto nella campagna “Voti a perdere” lanciata nel 2015 e riproposta a settembre 2019;
- sollecitare il Ministero dell’istruzione all’attivazione di idonee misure formative, di accompagnamento degli insegnanti per ripensare la didattica, la progettazione curricolare e la valutazione formativa come momento strettamente interdipendente con la progettazione e con l’organizzazione della classe. 

Non ci aspettavamo invece di iniziare l’anno scolastico 2020/2021 con un obiettivo diverso:

- liberare dai voti… il primo quadrimestre della scuola primaria.

Si, perché secondo la nota MI del 1 settembre a firma Bruschi, salvo successive modifiche che potranno intervenire in sede legislativa e di cui il Ministero darà prontamente conto, nella valutazione intermedia della scuola primaria restano i voti in decimi.

Questo perché la legge 41 del 6 giugno 2020 ha previsto che solo la valutazione finale degli apprendimenti della scuola primaria sia espressa attraverso un giudizio descrittivo. 

E in quel finale c’è tutto l’inghippo. Refuso, intenzionalità?

Non è chiaro se si è voluto in qualche modo rendere zoppo il processo innovativo che associazioni di insegnanti e dirigenti, docenti delle università, organizzazioni sindacali, parlamentari sollecitano da anni, non potendolo del tutto bloccare, oppure è un refuso, un errore di scrittura attribuibile al pressappochismo, già espresso in passato dalla politica e dai governi, con il quale si scrive la storia della scuola.

Una storia caratterizzata da un continuo trasformismo in assenza di una visione politica e cultura condivisa sul compito della scuola e sul suo mandato costituzionale. Assenza, che a distanza di più di 70 anni dalla Costituzione, tiene la scuola ancora ostaggio dei politici di turno.

Partiti da una grande conquista con la legge 517/77 che abolì i voti e introdusse la valutazione narrativa siamo arrivati al 1992 con una valutazione con le lettere; nel 1996 tornarono i giudizi sintetici e gli aggettivi poi soppiantati nel 2008 con il ritorno ai voti; abbiamo sperato nella loro abolizione nel 2016 ma sono stati confermati nel 2017 con la Buona Scuola. Ma il vero salto è quello di quest’anno 2020 dove è prevista per la primaria una valutazione nel primo quadrimestre con i voti e nel secondo quadrimestre con il giudizio descrittivo.  Si direbbe paradossalmente una scelta “bipartisan” che però tradisce un grave errore di tipo metodologico: un sistema di valutazione non omogeneo scaturito da un errore normativo più o meno intenzionale rischia di creare un’inutile e colpevole confusione anche nella comunicazione con le famiglie.

C’è poi da chiedersi come riuscirà il gruppo di lavoro istituito presso il Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione del MI a formulare proposte tecniche per la predisposizione dell’Ordinanza ministeriale sulla valutazione di quest’anno con un impianto normativo a doppia modalità. Come farà questo gruppo a rispettare i criteri indicati dallo stesso decreto del Capo dipartimento MI per la formulazione delle proposte: applicabilità, essenzialità e completezza degli strumenti e dei processi ad essi collegati; fruibilità da parte degli alunni e delle loro famiglie, correlazione degli istituti giuridici alla normativa vigente?

Ancora una volta dovranno essere gli insegnanti, i dirigenti e le scuole autonome a fare la differenza. A dover sottolineare con scelte concrete che i voti o il giudizio non sono semplici dispositivi che possono essere usati indifferentemente per la valutazione, ma strumenti che presuppongono un diverso modo di porsi dell’insegnante, della scuola di fronte al compito del valutare.

Se dare un valore formativo alla valutazione sommativa (che si fa compilando le schede ufficiali) interpretandola come momento per l’autoregolazione dei processi di apprendimento e quindi orientata a mantenere un dialogo aperto con il bambino e la sua famiglia oppure interpretare il valutare unicamente in termini di misurazione e classificazione, con comunicazioni chiuse e fortemente lesive del sentimento di auto-efficacia di chi le riceve.

Superare l’attuale incongruità normativa, pedagogica e valutativa è possibile se i collegi dei docenti deliberano come periodo scolastico l’intero anno, appellandosi all’autonomia didattica prevista dal DPR 275/99; rivendicando la coerenza pedagogica che nessun legislatore può sottrarre alla professionalità di una maestra e di un maestro, esercitando la responsabilità individuale e collettiva delle scelte che le stesse norme permettono.

Decidere di compilare la scheda di valutazione solo a fine di anno scolastico non preclude la possibilità di prevedere una divisione interna all’anno (come in alcune scuole si è già fatto in passato dividendo ad esempio il quadrimestre in bimestri) e adottare documenti informativi  per le bambine e i bambini e le loro famiglie.

Comunicazioni che di fatto non sostituirebbero lo strumento ufficiale, la scheda, che sarebbe però consegnata solo a fine anno.

Oggi gli insegnanti, i collegi dei docenti sono chiamati ancora di più a farsi soggetto istituente là dove l’istituito (le norme, i regolamenti…) fa danni.  Danni a cui i politici favorevoli ad una valutazione senza voti dovranno porre rimedio prevedendo un correttivo urgente all’art. 1 comma 2bis della L. 41/2020.



Anna D'Auria


Inserito sabato 5 settembre 2020


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