23/09/2021
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Stagioni che passano…
La montagna di Montelabate e il sentiero di Leonardo

Paolo Piazza è un amico perugino, camminatore, amante del camminare in silenzio, persona sensibile e attenta. Autore di numerose poesie, eccone una tratta dal suo ultimo album poetico, “Nostalgia della carne” (ali&no, 2020):

Cuore d’inverno

Più dei campi spogli
dopo la raccolta,
più della maggese
pronta per i semi,

nella luce chiara,
sotto un vento freddo,
nuda questa terra
muta mi risponde.


È così che ho scelto di principiare questa mio periodico dialogare con voi, stante la situazione pandemica virale (da Sars Cov-2, come ben sappiamo), che impedisce momenti comuni di cammino, cammini e incontri.

Vado avanti.

Il lungo passo che vi apprestate a leggere (con calma ed attenzione, mi raccomando) è, ancora una volta, tratto da: “STAGIONI” di Mario Rigoni Stern (Einaudi, 2006), pagg. 25 – 29:

«… … …
   Sul finire dell’inverno, a marzo, quando invece di giorno la neve si ammolla e di notte gela, sì da fare corazza e portare il passo senza sprofondare, il bosco che preannuncia la primavera diventa odoroso, bello e favoloso. Cammini alla sommità degli alberi giovani e ti trovi a guardare gli apici all’altezza degli occhi, come un uccello o uno scoiattolo.
   Già le gemme si gonfiano; sotto gli alberi più alti e folti la neve già si è sciolta perché loro accolgono e trattengono il calore del sole. Puoi osservare i morsi dei caprioli sui mirtilli e le loro fatte non più secche e grigie ma morbide e scure; senti anche il richiamo delle cesene in volo verso i paesi del Nordeuropa. Pure i crocieri, Loxia curvirostra, sono particolarmente vivaci nel richiamarsi ondeggiando il volo da bosco a bosco.
  
   La cinciarella aveva trovato il suo cibo dentro una galla sul cespuglio di rosa canina. Il freddo era intenso, non volavano insetti, dal suolo non uscivano vermetti. Ma lei, per suo istinto, sapeva che dentro la galla qualcosa le avrebbe consentito di vivere ancora un giorno. Uova di insetto, larve…

   Ve la ricordate quella canzone scritta da Italo Calvino, Dove vola l’avvoltoio? Mentre componeva quei versi certamente pensava a quando era il ragazzo Pin nel Sentiero dei nidi di ragno. L’avvoltoio volava alto in cerca di carogne per cibarsi e, in quel tempo, verso la fine della seconda guerra mondiale, le carogne erano proprio tante su tutta la superficie della Terra. «Avvoltoio vola via, / vola via dalla terra mia / che è la terra dell’amor / …», ci faceva cantare Calvino; poi scrisse anche Ultimo viene il corvo, dove accanto a storie divertenti di animali accadono pure allucinanti avventure. Ma queste sono divagazioni letterarie che mi vengono alla memoria leggendo ora la notizia che non molto lontano da qui hanno avvistato un grifone e vedendo dalla mia finestra uno stormo di corvi volare portati dal vento tra turbinii di neve.
   Domenica scorsa in una contrada di Belluno, appollaiato alto sopra un larice un bel grifone adulto si era fermato per ore a osservare il paesaggio. Certamente veniva da lontano perché il suo areale, dicono gli ornitologi, è ora limitato all’Europa meridionale, Turchia, Africa nordorientale e Asia. Le sue abitudini sono stanziali ma anche erratiche, tanto che qualche volta si fa vedere nelle isole Britanniche, Danimarca e Finlandia. Una decina di anni fa un amico guardiacaccia mi raccontava della presenza di avvoltoi nelle montagne tra la Valle dell’Isarco e la Valle Pusteria, ai confini con l’Austria.

   Il Gypaetus barbatus è dell’ordine dei Falconiformi, famiglia degli Accipitridi. Più che rapaci o veri predatori, questi grandi uccelli sono consumatori di resti di animali che trovano morti. L’avvoltoio degli agnelli ha anche l’uso di alzarsi in volo con nel becco le ossa lunghe delle carogne per poi farle cadere dall’alto sulle rocce al fine di romperle e cibarsi così delle midolla. Il loro becco è molto robusto e adunco, colore del corno; mentre le zampe non hanno artigli come le aquile; questo non consente loro di afferrare una preda ma di bene camminare sul terreno. Per queste ragioni preferiscono i terreni aperti e le montagne dove è più facile vedere il cibo con la loro acutissima vista. Lunghi più di un metro, hanno il capo e il collo ricoperti da piccole morbide e setose piume bianche, e dove il collo si unisce al corpo hanno un collare leggero e vaporoso di lunghe piume colore isabellino: questa è la parte più graziosa del loro vestito che per il resto è di colore fulvo, con la corta e larga coda e le remiganti delle ali più scure. Depongono un solo uovo nel pieno dell’inverno che covano per più di cinquanta giorni (è con lo scioglimento delle nevi che è più facile per loro trovare il cibo per il nidiaceo).

   È veramente maestoso il volo del grifone; le sue ampie e lunghe ali, che superano i due metri di apertura, gli consentono di veleggiare per molto tempo senza muovere penna. Le ore calde del giorno con le correnti ascensionali lo fanno salire a grandi altezze e da lassù scrutare un ampio territorio alla ricerca di un possibile pasto. Alcuni asseriscono anche che il grifone possiede pure un olfatto finissimo e che questo unito alla vista gli fa trovare le carogne degli animali selvatici.

   Favole e leggende raccontano di grossi animali e persino di bambini portati via in volo da avvoltoi grifoni e aquile. Sono belle fantasie: solo le aquile riescono a predare un piccolo di capriolo, di camoscio, un agnello, una marmotta; una poiana può predare un tetraonide o un lepre.

   Sulle Alpi orientali, oltre alla miasi che colpisce il capriolo (mediamente si manifesta verso la fine della primavera e la causa è un dittero che si sviluppa da uovo a larva nell’apparato respiratorio), da un paio d’anni si è anche riscontrata la ben più grave rogna sarcoptica che contamina il camoscio; tanto che i veterinari sono dell’idea di far uccidere e bruciare tutti gli animali colpiti da questa malattia. Saranno le carogne di caprioli e camosci ad attirare i grifoni? Potrebbe ben darsi questa ipotesi: in natura le cose avvengono in conseguenza di altre.

   Il grifone dell’altro giorno sarà venuto in esplorazione. Uno solo non è però indicativo, più di tanto non ha possibilità di sopravvivenza perché dei naturalisti molto esperti assicurano che la ricerca del cibo richiede l’opera di più individui i quali si tengono d’occhio l’uno con l’altro. È per questo che sono costretti a vivere in gruppi, e la loro presenza assolve anche il prezioso compito di spazzini dell’ambiente perché eliminano pericolose fonti di infezioni.
 … … … … ».

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MIASI: un breve cenno per te amico camminatore…

Le miasi sono parassitosi causate da ditteri (brachiceri) allo stadio larvale.
Tali miasi possono essere cutanee, foruncolose, intestinali, cavitarie, profonde.

Nei mammiferi, le miasi cutanee superficiali interessano il mantello dermoepidermico (solitamente le larve vengono depositate su preesistenti lesioni, ferite, tessuti superficiali già degenerati).
Nelle miasi foruncolose (o sottocutanee) le larve penetrano la cute e si sviluppano nello spessore del derma e/o nel sottocutaneo provocando un granuloma reattivo
Nelle miasi intestinali le larve, introdottesi per via orale, passano gran parte del loro ciclo in tratti del tubo digerente.
Nelle miasi cavitarie le larve si introducono in cavità naturali del corpo aperte all’esterno (soprattutto nelle fosse nasali, nell’orecchio esterno, nella faringe, nei fornici congiuntivali).
Nelle miasi profonde (o con migrazioni interne) le larve, introdottesi per via orale o per cutanea, compiono migrazioni obbligate all’interno dell’ospite prima di emergere a livello cutaneo.

Nell’uomo sono usualmente segnalate, o comunque maggiormente note, le miasi causate da larve di mosche che attaccano la cute e/o il sottocutaneo, e le cavità naturali del volto, in particolar modo la congiuntiva.
Le miasi superficiali sono causate da larve di mosche appartenenti ai generi Calliphora, Lucilia, Cochlyomyia, Phormia, Crysomyia, Sarcophaga, Wohlfahrtia, Auchmeromyia. A parte Crysomyia (in Africa, Asia e Australia) e Cochlyomyia (in America), tutte le altre sono presenti in Italia. La sede colpita è la cute, più raramente il sottocute o alcune mucose.
Nelle miasi foruncolose, le larve penetrate attraverso la cute, si sviluppano nello spessore del derma o nel sottocutaneo vero e proprio provocando la formazione di un nodulo reattivo. Sono causate da due generi: Dermatobia (americana) e Cordylobia (africana).
Nelle miasi congiuntivali (e nasali, faringee, auricolari) le larve appartengono a mosche della famiglia Oestridae e sono solitamente rappresentate da Oestrus ovis (la “mosca della pecora”). Sono cosmopolite e quindi presenti anche in Italia, in particolare là dove c’è pastorizia. Queste larve penetrano accidentalmente nelle cavità (di cui sopra) dell’uomo qualora la mosca, non trovando un individuo del gregge su cui espellere le proprie larve (e nel quale verrà completato il ciclo biologico), le schizza durante il volo sul volto del soggetto umano lì presente. Il disturbo, a volte di fastidio intenso o dolore, è essenzialmente quello di un corpo estraneo (a volte “che si muove”).
Le miasi umane con migrazioni interne sono invece molto più rare e sono causate essenzialmente da Hypoderma spp.

Daniele Crotti

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Mi sono permesso di allegare un riquadro in cui spiego sinteticamente cosa sono le “miasi” (vedi lo scritto di Rigoni Stern, che le cita), di cui mi ero un po’ occupato professionalmente. Ed invero a me è successo, quando lavoravo, di avere a che fare con alcuni casi, curiosi (ma non poi tanto) ed emblematici (da vari punti di vista). Le forme nasali, per esempio, interessano in particolar modo sia la medicina umana che quella veterinaria. E strette sono le correlazioni. Anche “pittoresche”. Sto parlando, nello specifico, della “mosca della pecora”, Oestrus ovis. Al di là dell’etimologia, già di per sé suggestiva (Oestrus deriva dal greco ó?st???, óistros, che significa assillo, passione ardente!), questa è una mosca (se non un “moscone”) di colorito grigio-grigio scuro, con macchie più scure sul dorso del torace e dell’addome, coperta di fine peluria bruno chiara, lunga circa 10-12 mm, cosmopolita. È presente così anche in Italia, ed assai anche in Umbria. Orbene, che succede? Questo. La femmina di Oe. ovis è a vita breve, non si alimenta, è larvipara. Così, quando fecondata (dal maschietto), nei periodi caldi, deposita le larve durante il volo, di fatto schizzandole sui musi delle pecore. Quando entrano nelle narici, le larve, da qui, strisciando attivamente, raggiungono la profondità delle cavità nasali e quindi i seni frontali (ed etmoidali nonché mascellari). Qui vi soggiornano alcuni mesi, pensate un po’. Va da sé che i disturbi alla povera pecora li provocano, e come: da intensa irritazione della mucosa con tosse e scolo nasale, anche muco-purulento se non ematico, a cosiddetto falso “capostorno”, una sorta di “meningite” (la pecora, dicono i pastori è come se “impazzisse”; lo hanno raccontato anche a me, anni fa, sui nostri Monti Sibillini), in quanto penetrate nel cranio. Attenti adesso. Le larve (va detto che ognuna di queste “moscacce” ti “spara” fuori sino a ben 600 larve, in più volte), raggiunta la maturità, ridiscendono nelle cavità nasali per venire espulse all’esterno; si affondano nell’ambiente esterno, soprattutto nei terreni ove c’è letame, e si tramutano in pupe nel giro di 24 ore. La pupa, dopo un mesetto, diventa insetto adulto (un dittero vero e proprio, perciò), che, come detto hanno vita breve, mai superiore alle 2 settimane.
Orbene, le larve di questa mosca sono parassite obbligate delle cavità naso-frontali degli ovini (e caprini). Così, quando la femminuccia di questa “simpatica” mosca è pronta a deporre le larve, se non trova l’ospite naturale, cosa fa? Beh, le schizza (accidentalmente) su chi si trova in zona: cane (soprattutto ed evidentemente), o altri animali che lì gironzolano, oppure l’uomo (sia esso uomo maschio o uomo femmina), più sovente il pastore o il “camminatore” che da quelle parti sta passando. Già! E così a me nel corso della mia carriera è capitato di avere a che fare con un paio di soggetti, camminatori (proprio così, “nostri colleghi”), che avevano bazzicato, nella loro escursione, in zone con greggi al pascolo nelle vicinanze dei loro passi. Bello, no? Nei miei casi la miasi era peraltro congiuntivale (un dolore e poi fastidio all’occhio. Ma non voglio entrare in aspetti più specifici di parassitologia clinica).
Pensate che originali, che fantastiche e fantasiose, che incredibili queste mosche (altro che quell’idiota di coronavirus che sta facendo il prim’attore in questi lunghi mesi, c….!).
Un’ultima annotazione al riguardo di queste miasi [a proposito le miasi, che sono parassitosi determinate da determinati ditteri allo stato larvale, si chiamano così perché múia, µ??a, in greco significa, appunto, mosca] è questa: diversi, ormai, anni fa, ero sui Sibillini, era estate, interpellai un paio di pastori su tale argomento. Mi dissero che ben conoscevano questa patologia: sia per i danni causati alle pecore, sia a casi tra loro riscontrati. Non tanto però d’estate, a monticazione finita, alle alte quote, quanto prima o durante la transumanza. A quote sopra i 1500 m tale mosca non c’è, tra i 1000 e i 1500 m tale mosca è assai rara. Vola e rompe le palle soltanto a quote basse: infatti i casi che questi “miei” pastori conoscevano erano tutti avvenuti nelle pianure laziali e nelle maremme.

Excursus finito.
Torniamo a noi.
Prima di “ri-camminare” vi delizio (spero) con una poesia del camminatore (e tanto altro) irpino Franco Arminio.

Guarda.
Sei in un posto qualsiasi
e ti raggiunge un albero,
un muro, un viso.
Il centro del mondo è poco lontano da te,
è nelle vie secondarie, ti aspetta
dove non ti aspetti niente.
Prendi una forchetta in mano
come se fosse un momento solenne,
porta il bicchiere alla bocca
come se fosse un gesto sacro,
sorridi perché ogni sorriso apre
una crepa nel muro della vecchiaia.
Fai cose coraggiose,
ti fa ringiovanire.
E poi torna, pensa che sei contento,
fallo sapere ai tuoi errori
che li vedi, li riconosci
e li guardi con clemenza.
Guarda dentro e guarda fuori,
guardare è una culla.

La stagione escursionistica or dunque sta per riprendere (???). Non credo proprio.
Ma, però, eppure…
In queste ultime settimane ho fatto solo piccole camminate in zona, sempre nel Comune di Perugia (ove risiedo). Di fatto da solo. Le regole vanno rispettate (non vi spiego un’altra volta perché).
Dicevo, la stagione escursionistica sta per riprendere? Perché è arrivato il caldo? Non ancora, purtroppo. La situazione resta “colorata” in maniera più o meno accesa o rinforzata, come si dice: più che giallo, arancione o rosso. E chissà per quanto ancora. Se le vogliamo fare allora queste escursioni, facciamole. Ma come? Così: rispettando l’attuale situazione “arancione” della nostra Regione, ripeto. E quindi: sempre da soli o in gruppo di non più di 4 persone, nelle zone consentite, rispettando le indicazioni (che poi sono obbligazioni) fornite (ormai da tempo).

Detto ciò mi permetto di descrivervi un itinerario fattibile, a tali (vincolanti) condizioni. È questo:

La montagna di Montelabate e il sentiero di Leonardo”.


Lunghezza del percorso: 9 km (più o meno)
Tempo di percorrenza: 3 ore (meno o più)
Dislivello complessivo: provate voi a calcolarlo. Io non ho strumenti idonei. In ogni caso direi sui 300 -350 metri

Sarò succinto, lasciando alle immagini e alla fantasia la conoscenza, la compresnione dell’itinerario.


Partiamo dal parcheggio sotto l’abbazia, di fronte ai locali del molino dell’Azienda (350 m).
Saliamo verso l’abbazia (390 m) e la superiamo. Prendiamo, sopra la sala didattica, un sentiero in dir N definito percorso didattico. Questo ci porta in cima ad un cocuzzolo a quota 465 m. Seguiamo il tracciato sempre in dir N per immetterci nella vecchia strada che univa (ed unisce, ma oggi è privata) Montelabate a Casacce. Seguiamo la carrareccia per arrivare a C. Col di marzo (casa Mameli). Siamo a 580 m. Saliamo adesso in cima al castelliere Col di Marzo a 645 m: è un antico castelliere che racconta tante storie cui rimandiamo in altro contesto. Da qui scendiamo e, in dir S, seguiamo uno dei tanti sentieri che scendono verso il Rio delle Casacce laddove si unisce al Rio Colle di Marzo per diventare Rio Santa Maria.

Qua, è ben segnalato, prendiamo e percorriamo il suggestivo “sentiero (di) Leonardo”. Una sorpresa.
Da qui, finitolo, risaliamo alla chiesa di Montelabate e quindi al punto partenza il passo è breve.
La camminata odierna ha escluso, come vedete, la visita all’Abbazia (già fatta numerose volte nel passato) e ai ruderi dell’antico castello (di cui ho già parlato in un precedente resoconto).
Oggi è tutta “natura”: macchie, boschetti, radure, fossi, ruscelli, rii, cascatelle, pozze d’acqua…

 
La chiesa in Montelabate: pare sia dedicata anch’essa a S. Maria

Rientriamo.
Ed ora è tempo di letture.
Giallo, arancione, rosso o chissà che altro colore, siamo sempre in confinamento. L’attenzione e la prudenza sono sorelle della responsabilità e della coscienza civile, oltreché personale.
Letture. Già le letture. In tempi come questi sono un palliativo importante.
L’amico Vanni mi scriveva che voleva rileggere vecchi libri, da tempo fermi e seminascosti nella sua libreria. Vecchi libri che gli piacquero ma che non ricordava. Ecco allora, la sua decisione di riprendere in mano proprio Rigoni Stern, il Mario “nostro amico”, narratore di storie di vita oltreché di montagna, di natura, e di guerre. In fondo quella che stiamo vivendo adesso è una forma diversa di “guerra”, contro un nemico noto ma invisibile, forse altrettanto maligno e devastante come le guerre che Mario Rigoni Stern visse sulla propria pelle e che così potentemente descrisse.

Riporto una sua foto tratta dall’ultima edizione di un libro a lui dedicato. La riporto perché l’immagine, una meravigliosa foto che lo ritrae in un atteggiamento di intensa e delicata riflessione (così a me pare), della copertina del volume è emblematica: è l’immagine di una persona “bella”, profonda, un’immagine fortemente espressiva. In tal modo io ebbi la fortuna di conoscerlo.
Il libro che l’amico Vanni scelse di rileggere è “Storia di Tönle”. Vincitrice del Premio Campiello 1979, è forse l’unico romanzo vero dello scrittore. Ad esso Mario era particolarmente legato, era tra i suoi preferiti, diceva. Lo scrittore si è sempre definito non un romanziere, bensì un narratore. Ed in fondo questo libro altro non è che un lungo racconto. Come per “Stagioni”, di cui all’inizio di questa mia comunicazione, che spero abbiate avuto la possibilità di leggerlo (come vi invitai nella precedente del mese di febbraio), vi suggerisco di leggere anche voi questo bel libro. Io lo farò, molto presto.
Ma leggete cosa ha scritto Vanni dopo averlo letto, con gli occhi, col sentimento, senza fretta.

LA “PICCOLA PATRIA” DI TÖNLE E MARIO RIGONI STERN

Elio Vittorini nel pubblicare per Einuadi “Il sergente nella neve” pensava che sarebbe stato il primo e unico libro di Mario Rigoni Stern non considerandolo “scrittore di vocazione”. Non aveva percepito che quel libro era molto di più d’una testimonianza, ma lo scritto d’un uomo che voleva conservare la propria umanità della quale alimento era l’Altipiano di Asiago. E che La “piccola patria” dove le montagne sono "le nostre montagne”, le stagioni passano e ritornano con ritmi che hanno sempre cose nuove da mostrare sarebbe stata origine di quasi tutti i suoi futuri racconti tra i quali uno dei più belli è “Storia di Tönle”.
Tönle vive sull’Altipiano, contrabbandiere per bisogno un giorno viene sorpreso con un carico in spalla, impaurito colpisce con il bastone una guardia e da allora si nasconde nella sua terra andando in cerca di lavoro nell’Austro-ungarico. Un impero con lingue e culture diverse dove Tönle vende stampe, scozzona cavalli, scava in miniere per tornare in inverno nella sua piccola casa con un ciliegio sul tetto carico di conoscenze ed esperienze e di nostalgia verso la “piccola patria” dove lo scorrere delle stagioni è intrinseco allo scorrere del tempo degli uomini e mezzogiorno è "nell'ora di polenta".
In Rigoni Stern natura e sentimenti umani vanno di pari passo. La natura non assiste indifferente ai drammi degli uomini ma li accompagna. L’Altipiano, quindi, non può con la guerra che si avvicina e gli aerei che volano sopra il paese "come poiane sopra la chioccia" rimanere indifferente e non incupirsi come fa Tönle che nell’allontanarsi o avvicinarsi a casa alza sempre lo sguardo al ciliegio e incomincia a pensare alla morte "come a un riposo".
Guerra che bussa a ogni casa e lascia sul posto cannoni, muli e soldati mettendo in fuga donne e uomini tranne il vecchio Tönle che si eclisserà e porterà avanti la sua esemplare testimonianza per la sopravvivenza e la libertà sua e della sua terra. Aggirandosi con il suo gregge e il cane tra i boschi e gli anfratti del suo Altipiano si sentiva il custode del luogo "e la sua presenza era come un segno, un simbolo, di vita pacifica contro la violenza della guerra". Finché, imprigionato avrà in testa un solo pensiero: il ritorno.
Quando avverrà gli mostrerà al posto della vita macerie e morte compresa quella del vecchio ciliegio che prima salutava la primavera con i suoi fiori che si staccavano dai rami ancora nudi e "sul tetto era come un vezzo sui capelli di una fanciulla, o una nuvola fiorita". Morte che Tönle dopo aver visto da lontano il ciliegio senza più vita sopra la casa distrutta andrà ad attendere cercando l'ultimo abbraccio della sua terra al quale non possiamo che abbandonarci anche noi leggendo la sua storia.

Vanni Capoccia

Ecco, ho finito questa mia comunicazione.
Non vi posso augurare buona lettura perché se leggete queste ultime parole lo avrete già fatto. E allora: grazie per avere letto. Mi auguro una vostra risposta, anche breve, sintetica, telegrafica, che può e mi può servire per “arricchirmi” e “arricchirci”. Una formula di compartecipazione, in questi tempi bui e di chiusura attiva.
Vi ringrazio. Ci risentiamo in aprile.



Daniele Crotti

Inserito domenica 7 marzo 2021


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