06/07/2022
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I canti popolari della tradizione orale
La riscoperta e la riproposizione dei canti popolari assume valenza non soltanto di memoria del passato ma anche di rivitalizzazione del nostro vissuto. Il canto tradizionale è uno strumento di comunicazione e di conoscenza della storia vissuta e sofferta

(nella foto, la Nuova Brigata Pretolana)

Nel 1975 Sergio Boldini scrisse per la “Editrice sindacale italiana” (della CGIL) un interessante e approfondito testo dal titolo “Il canto popolare strumento di comunicazione e di lotta”, suddiviso in capitoli che ben ne esprimono il contenuto: la canzone di consumo e i canti popolari di lotta nella strategia culturale della classe operaia; i canti della tradizione popolare e il loro valore storico-culturale; i canti tradizionale del movimento operaio e democratico (dell’antifascismo e della resistenza; dell’emigrazione e anti-militaristi, ovvero contro la guerra e le guerre); i canti di lotta della nuova creatività operaia; i canti di autori contemporanei, diventati popolari. Ogni capitolo è suddiviso in svariati paragrafi, che affrontano la ricca, complessa e talora contraddittoria problematica specifica. Particolarmente importante è la parte prima in cui dal tema della libertà e integrazione dei lavoratori rispetto ai grandi mezzi dell’informazione e della comunicazione di massa si arriva al tema essenziale che è quello, appunto, del canto popolare come strumento di comunicazione, di lotta e di cultura della classe lavoratrice, analizzandone la strategia per un loro recupero, il perché di un loro recupero, la necessità del loro recupero, oggi come oggi, non tanto per parafrasare Ivan Della Mea (tra i primi all’avanguardia di tale processo cultural - musicale) che affermava che “un passato addomesticato è un presente falsato e un futuro fottuto”, quanto per delineare il percorso da individuare e seguire per una riproposta del canto popolare e la sua diffusione coi mezzi moderni di riproduzione, e con la cultura dell’oggi, non venendo meno a quanto disse Bela Bartók (raffinato, per certi versi, musicista sinfonico, musicista “classico” che tanto trasse dalla cultura musicale tradizionale del suo popolo): “tutto ciò che è nuovo e significativo deve essere sempre connesso con le vecchie radici; le radici  veramente vitali che vengono scelte con gran cura tra quelle che invece si limitano a sopravvivere”.

Nel 1947, prim’ancora pertanto del Boldini, Emilio Sereni, nelle sue “Note sui canti tradizionali del popolo umbro”, a proposito de “Il canto e la poesia popolare”, scrive: «La poesia popolare come poesia del “popolo”, cioè di quella parte della società che, nella data situazione storica, non ha ancora enucleato dal suo seno un ceto di intellettuali “organici” … Le sue aspirazioni, i suoi sentimenti sono così espressi: a) da canti che sono immediata espressione (canti di lavoro, ecc), b) da canti detti “degradati”, c) da canti popolareschi. Il carattere comune è dato da una selezione, attraverso la quale il popolo, anche se non li crea lui, sceglie quei canti che, per ragioni di contenuti e di forma, sono adeguati all’espressione dei suoi sentimenti e aspirazioni. … La “popolarità” di un canto non va dunque ricercata in caratteri intrinseci (…), … va ricercata … in un rapporto di classe…».

«La vita del popolo – riporta G. Pitrè (1891), nella citazione alla prefazione del volume di Sereni,– si è confusa fin’oggi con quella de’ suoi dominatori, nella quale si è perduta; della sua storia si è voluto fare una cosa stessa con la storia de’ suoi governi, senza pensare che il popolo stesso ha memorie ben diverse da quelle che tanto spesso gli si attribuiscono sì dal lato delle sue istituzioni, e sì da quello degli sforzi prepotenti da esso durati a sostegno dei propri diritti». E continua: «Il tempo di ricercare queste memorie, di studiarle con pazienza, di fecondarle con amore è venuto anche per noi. Il filosofo, il legislatore, lo storico, che cercano di conoscere intiero questo popolo, sentono oggimai il bisogno di consultarlo ne’ suoi proverbi, nei suoi canti, nelle sue fiabe, non meno che nelle frasi, ne’ motti, nelle parole». E conclude, sempre il Pitré: «Accanto alla parola sta sempre il suo significato, dietro il senso letterale viene il senso misto e l’allegorico; sotto la strana e dimessa veste della fiaba si troverà adombrata la storia e la religione dei popoli e delle nazioni».

Se da un lato la riscoperta e la riproposizione dei canti popolari assume valenza non soltanto di memoria del passato ma anche di rivitalizzazione del nostro vissuto (“la memoria è il nostro futuro”, recita uno slogan forse pubblicitario, ma puntuale ed efficace), dall’altro non si può dimenticare che il canto tradizionale (termine più consono rispetto a popolare) è stato ed è uno strumento di comunicazione e di conoscenza importante, a mio avviso, della vita della gente, delle tradizioni, appunto, della quotidianità, ma pure della storia, sì, della storia, ma raccontata da un altro punto di vista, non quello ufficiale ed istituzionale, bensì quello di chi la storia l’ha vissuta e sofferta, in silenzio, ignorato, vilipeso, trascurato, ossia quello del popolo, o, in altri termini, più semplicemente della realtà contestuale tramandataci dai nostri antenati e da noi stessi più o meno, bene o male, assimilata.

Daniele Crotti

Giornate europee del patrimonio 2021
Patrimonio per tutti sulle rive del Tevere
Domenica 26 settembre
ore 10,00 Civitella d'Arna: La Nuova Brigata Pretolana e Canti e discanti
ore 15,00 Umbertide Passeggiata patrimoniale
ore 20,30 Pretola video-spettacolo "Ogni nome ha una storia"



Daniele Crotti

Inserito venerdì 17 settembre 2021


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Commenti

Nome: Walter Cremonte
Commento: Grazie, Daniele, per aver rivalutato con quella citazione azzeccata il grande Ivan Della Mea, recentemente insultato da un giornalista di Repubblica che ha parlato di "canzonacce".

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