11/08/2022
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Occhi e paraocchi tanti, ma coraggio... poco
Il caso delle ex carceri di piazza Partigiani a Perugia. Decentrare un tribunale? Equivarrebbe a imprigionarlo: pieno di giorno e vuoto di notte


Nell’ambito dell’attuale emergenza collettiva causata dal nuovo coronavirus Sars-CoV-2, c’è un’altra epidemia, quella dell’onnipresente, subdolo bacillo che atrofizza la città pregiudicando ogni forma di partecipazione propositiva.
Prendiamo la questione del riuso delle aree delle ex Carceri, femminile e maschile, di Perugia. Quello femminile è un ex complesso monastico riadattato, mentre quello maschile è un edificio costruito nel 1863, dopo l’Unità d’Italia, su progetto del piemontese Giuseppe Polani in collaborazione con il perugino Guglielmo Calderini.
Questa opera dà occasione ai progettisti di sperimentare le teorie del filosofo, giurista, economista londinese Jeremy Bentham sul “panottico”, un sistema di sorveglianza che permette al sorvegliante di non essere visto, ottimizzando allo stesso tempo la visione complessiva del carcere.
Anche Perugia ebbe così il suo gigante architettonico dai cento occhi.
Un mondo parallelo benché coercitivo, distribuito su una superficie di 11.000 metri quadri nel cuore della città, all’interno dello squisitamente autentico e popolare rione di Porta Eburnea. Una porzione cittadina di grande interesse per la sua storia e per le funzioni che ha svolto: la collocazione e la dimensione dell’area suggeriscono l’opportunità di un degno riutilizzo. Il tutto, invece è in completo disuso da ormai troppo tempo.
Si impone il quesito: “Che farne?”.
Si delineano due alternative.

Prima opzione: trasformazione in “Cittadella giudiziaria”, cioè un luogo circoscritto, delimitato e separato dal resto della città, quella vera. Una specie di zona rossa con accessibilità esclusiva agli addetti all’amministrazione della giustizia e a coloro che, per vari motivi, si trovano incappati nelle beghe civili e penali. Una possibilità, questa, apparentemente soddisfacente ma, a ben vedere, assai poco consona. Vi immaginate di amministrare la giustizia all’interno di un ex Carcere? Che cosa rimarrebbe della storica struttura, se sottoposta a massicce opere di adeguamento/trasformazione?
Qualcuno asserì, non a torto, che inserire un tribunale in un ex centro di detenzione equivale a costruire un ospedale in una ex area cimiteriale. Paragone più che mai azzeccato.
Non tutte le destinazioni sono rispettose dei luoghi e dei contenitori architettonici in essi inseriti. Sappiamo bene che ogni destinazione azzardata comporta, come inevitabile risultato, lo snaturamento irreparabile di valori e potenzialità. A Perugia gli esempi non mancano, la rassegna dei fallimenti è tristemente nota. Ci sarebbe da mordersi i gomiti.

Seconda opzione: sviluppo di un progetto creativo in cui si attivino destinazioni d’uso rispettose e consone ai luoghi e ai loro valori, e conservino le tracce, ancora presenti e visibili, della compagine edilizia. In tal senso esistono molti esempi di progetti di riuso, soprattutto internazionali, a cui far riferimento, che hanno riscosso notevole successo, tutti indirizzati allo sviluppo sulla linea “residenzialità - cultura – creatività – ricettività”.
Questa opzione sarebbe la più auspicabile e idonea.
Sarebbe giusto parlarne, ma si sa che le opere dello Stato sono celate dal cosiddetto “patto del silenzio”. Ed è ora il silenzio a dominare sovrano.
È vano aspettarsi partecipazione o comunicazione.
Purtroppo, bisogna ammettere che l’urbanistica non appartiene più ai cittadini, ma ad una finta democrazia fatta per dirla con le parole di Balzac, di un “gigantesco macchinario azionato dai pigmei” che munito di idoneo paraocchi, senza guardare in faccia nessuno, procede con assoluto disinteresse verso i valori collettivi e rifiuta di puntare il binocolo verso il futuro.
Viene in mente Giulio Andreotti con la sua famosa massima: “A pensar male… si commette peccato, ma spesso si indovina “. Infatti, quelli della sala dei bottoni hanno letteralmente fatto sparire la norma che vietava la risagomatura degli edifici del centro storico.
C’è da prevedere che, in molti obietteranno: “i soldi si fanno con il presente, altro che… il futuro!”.
Ci troviamo ancora una volta a dover assistere ad un intervento imposto dall’alto, da uno Stato che non è composto, come dovrebbe, da cittadini protagonisti, ma da una burocrazia dominante e oppressiva formata da boiardi che non agevolano ma soffocano, disgregano e vanificano qualsiasi intento di costruire un ambito di relazioni collettive.
Tutti, e soprattutto noi perugini, abbiamo bisogno di idee nuove, di proposte e di progetti creativi, adeguati, corroboranti e appassionanti.
In questo periodo di isolamento molti di noi hanno sperimentato quello che significa “lavoro a distanza” che prima era prerogativa solo di pochi.
Svolgere il proprio lavoro a casa significa avere più tempo a disposizione da sfruttare al meglio.
E allora, cerchiamo di sfruttare l’occasione per togliere dal corredo quotidiano certi strumenti come il paraocchi, il morso, le sferza che ci ottenebrano e distolgono.
La città storica non ha bisogno di recinti, ma di opportunità per ripristinare il collaudato e redditizio concetto di “casa e bottega”.
Il Palazzo di Giustizia deve affacciarsi sulla piazza, perché parte viva e integrante della comunità. Decentrare un tribunale? Equivarrebbe a imprigionarlo: pieno di giorno e vuoto di notte. Il palazzo delle Poste si presterebbe bene, con la sua collocazione adeguata, ad assolvere i compiti della Giustizia.
Che fare, allora? Quid facere?
Continuiamo a collezionare i soliti fallimenti urbanistici e a dissipare i valori oppure invertiamo la rotta riappropriandoci della natura e della cultura dei luoghi su cui i nostri antenati hanno fondato Perugia?



Mauro Monella


Inserito sabato 5 febbraio 2022


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