11/08/2022
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Monteluce: chi lo sa che fine farà?
Viene spontaneo chiedersi a che cosa sia valso avere demolito indiscriminatamente un prezioso e utile patrimonio, testimonianza del razionalismo architettonico italiano. Con un economico e appropriato restauro, questi edifici, invece di essere rasi al suolo, avrebbero potuto assolvere importanti attività specialistiche


La famosa operazione di demolizione dell’ex Policlinico per sostituirlo con la fantomatica “Nuova Monteluce” si è rivelata fallimentare sotto ogni punto di vista, sia sul piano socio urbanistico, sia sul piano economico-finanziario.
I tanti nostri soldi spesi non sono bastati, perché non si è voluto farli bastare.
Chissà chi lo sa quanti ancora ne serviranno? È stata innescata una vera e propria “sindrome del pozzo di San Patrizio”. Perché, dopo l’evidente fallimento l’intera collettività è ancora una volta costretta a sborsare fior di quattrini per un ennesimo piano di rilancio? Che rilancio? Su quale base, su quale idea?
Sarebbe stato preferibile fare un parco, ma hanno voluto fare… il pacco.
Si, proprio un pacco, una vera bidonata a danno di tutti noi, nessuno escluso.
A questo punto, dopo l’inopportuna trasformazione, è lecito chiedersi quali saranno le nuove idee che faranno da linee guida per il rilancio della nuova Monteluce.
A quale misteriosa “centrale operativa” ci si deve rivolgere per conoscere con quale metodo si intenderà procedere?
Chi ci capisce è bravo!
Ci ricordiamo bene di come, secondo gli altisonanti proclami dei promotori, la “Nuova Monteluce” avrebbe dovuto essere collegata a una propaggine del celebratissimo “San Minimetrò”. Ma chissà chi lo sa dove mai avrebbero fatto passare il tracciato, a suon di sventramenti vari?
 
Ci accorgiamo solo oggi a nostre spese, dell’assenza totale di qualsiasi progetto che avrebbe potuto garantire buoni livelli di vivibilità nell’intero quartiere.
 
Che cos’è attualmente la “Nuova Monteluce”, tanto decantata dai suoi fautori? Un non plus ultra? Un secondo Corso Vannucci? No. Già varcando la soglia dell’ampio portale in arenaria dell’ex monastero delle Clarisse, ci troviamo bruscamente al cospetto di una prospettiva angosciante, per metà presunta area archeologica, e per l’altra metà presunta piazza. Il tutto è un palese malinteso: l’antico chiostro avrebbe meritato un restauro evocativo, così come la piazza avrebbe meritato un mercato con relative botteghe, e non già un supermercato con sotterraneo parcheggio, diffusore di mefitici effluvi che rendono malsana l’aria e improponibile qualsiasi sosta.
Magari potesse tornare “Semino, il semaro”, in un posto d’onore a lui riservato. Sarebbe già sufficiente a dare una parvenza d’anima, un’impronta umana a questa malcapitata porzione di città.
Sono stati superficialmente disattesi e ignorati i canoni di lettura di un insieme ambientale, fatto di tanti elementi eterogenei, visibili solo a chi li sa riconoscere.
Spicca, salta all’occhio un ammasso incongruente che incombe in malo modo sulla duecentesca chiesa, sconfinando addirittura sulla via del Giochetto. Che delusione: agglomerati appena fatti eppure già “spisciarellati”!
Chi voglia, può verificare di persona e fare un raffronto, recandosi in cima a via Cialdini, meglio se munito di una foto d’epoca, per constatare il cambiamento.
Viene spontaneo chiedersi a che cosa sia valso avere demolito indiscriminatamente un prezioso e utile patrimonio, testimonianza del razionalismo architettonico italiano: i Padiglioni di Oculistica, Pediatria, Malattie Polmonari e perfino il teatrino di Anatomia patologica.
Con un economico e appropriato restauro, questi edifici, invece di essere rasi al suolo, avrebbero potuto assolvere importanti attività specialistiche.
E la cappella degli Infermi? Abbattendo il corridoio-porticato, è stato distrutto un percorso panoramico unico, con veduta sugli Appennini.
È forse meglio il soffocante, occlusivo fabbricato, di impronta anonima, che assedia ora la cappella?
E l’idea del verde, dove sta? Che fine hanno fatto i poveri alberi, alcuni anche di pregio, veri monumenti cittadini, roba da giardino dell’Eden, che campeggiavano solenni regalando fresca e terapeutica ombra?
Circolano da un po’ di tempo voci di una nuova, successiva, subentrante “riqualificazione”, coi soliti, pregnanti aggettivi: “sociale”, “sperimentale”, “salubre”, e gli immancabili “smart” e “sostenibile”.
Visti gli evidenti risultati, non ci resta che suggerire che il prossimo progetto sia disegnato su carta musicale, intingendo il pennino su inchiostro verde basilico, a patto che tutti i protagonisti di allora e di adesso, (consulenti, Ordini professionali e rappresentanti delle istituzioni) vengano convocati a convegno, onde evitare il ripetersi dei numerosi, sciagurati errori già commessi.
Come è possibile che non sia stata contemplata l’autentica, tradizionale vocazione del luogo, da “bosco sacro” a “orto della salute” per giungere al Policlinico? Sono state ignorate a piè pari le interrelazioni tra botanica e urbanistica, tra architettura e medicina, tra farmacopea e cucina, tra politica e educazione. Un intreccio strutturale e irrinunciabile di cognizioni e  saperi.

Un’economia d’avanguardia tesa verso un modello ecologico sarebbe coerente e qualificante.
Non era difficile intuirlo, eppure a nessuno è venuto in mente di tutelare gli elementi tradizionali e caratteristici del posto.
Invece di scialbi condomini, non sarebbe stata preferibile un’architettura a cubatura zero comprensiva di variegate e terapeutiche attività proficue, tra le quali avrebbe potuto occupare un posto speciale il tradizionale, monastico basilico?
Mille ricette, mille possibilità, e da un unico semplice ingrediente!
La Monteluce che auspichiamo non è la “Nuova Monteluce”, ispida, banale, monotona, ma piuttosto un insieme che sia in grado di favorire e valorizzare la miniera di potenziali risorse identitarie.
La nostra Monteluce è sempre stata un quartiere vivo, accogliente e attivo, per cui meriterebbe, fosse solo per decoro e dignità, molto di più. Ha le carte in regola per riappropriarsi della sua  identità smarrita, ma non solo, non gli manca nulla per divenire fucina creativa e laboratorio culturale sia per la comunità di quartiere sia per l’intera città.
È auspicabile, anzi urgente e necessario, un impegno serio, disinteressato e lungimirante da parte della classe dirigente per far sì che la Cultura, finalmente, faccia da garante non solo per “curare Monteluce”, ma anche  per incoraggiare nuovi stili di vita.



Mauro Monella

Inserito martedì 8 marzo 2022


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