17/04/2021
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VIA LIBERA AL NUCLEARE IN ITALIA
di Vincenzo De Blasi
Il Senato ha dato il via libera al ritorno del nucleare in Italia.
Il 12 maggio 2009 l'Assemblea di Palazzo Madama ha approvato gli articoli 14, 15 e 16 del disegno di legge "Sviluppo ed energia" che danno al governo la delega per adottare entro sei mesi, e dopo una delibera del Cipe, più decreti per il ripristino dell'intera filiera di produzione dell'energia atomica.
Nei prossimi mesi dovranno essere stabiliti i parametri in base ai quali decidere dove collocare le future centrali, ma, come spiega Maurizio Ricci nell’articolo pubblicato su “La Repubblica” il 13 maggio 2009, la scelta è limitata a pochi siti (alcune zone della Sardegna, della Puglia e lungo il corso del Po), soprattutto a causa della particolare conformazione geologica e costiera italiana.
Le centrali nucleari hanno bisogno di molta acqua per raffreddare i reattori e per questo vengono generalmente costruite vicino ai fiumi o ai mari.
Nel caso in cui si decida di sfruttare l’acqua del Po, e in generale dei fiumi, bisogna valutare due tipi di rischi: quello delle piene e quello della siccità. Nel primo caso, in realtà, si tratta di un pericolo relativo. Nel secondo caso, invece, c’è il dubbio che in estate la portata del Po non sia sufficiente per il raffreddamento delle centrali. Contemporaneamente, si acuirebbe il problema della salvaguardia delle falde acquifere, per esempio in una zona di risaie come il vercellese.
L’alternativa è costituita dalla costruzione delle centrali nelle zone costiere per sfruttare l’acqua del mare. Ma questa soluzione si scontra con le previsioni di un innalzamento progressivo, nei prossimi decenni, del livello dei nostri mari a causa del riscaldamento globale. Ciò determinerebbe un rischio allagamento per le centrali che sono costruite per durare, in media, una cinquantina d’anni.
L’ultima soluzione sarebbe quella di costruire le centrali nelle zone dell’entroterra, ma, come è noto, gran parte del territorio italiano è costituito da zone ad alto rischio sismico. In questo caso, il problema non è tanto l’eventualità di uno scuotimento catastrofico, che spacchi il reattore e riversi all’esterno la radioattività. Il problema sono quei fenomeni che possono compromettere il funzionamento del reattore.
L’Associazione Le Vie Della Salute è contraria al nucleare civile e militare. Questo mese pubblichiamo un articolo di Alfonso Navarra, giornalista, membro del direttivo “Rete nazionale Disarmo nucleare-atomico” e responsabile del Coordinamento “Fermiamo chi scherza col fuoco atomico”, nel quale egli denuncia una situazione internazionale dominata dalla logica della potenza che porterebbe un numero crescente di Stati a dotarsi dell’arma atomica, con un conseguente aumento esponenziale del rischio catastrofe per l’intera specie umana. Nella parte finale dell’articolo, l’autore esprime la sua contrarietà anche rispetto al nucleare civile, poiché, al di là dei rischi che esso stesso comporta, costituisce la via per arrivare all’arsenale atomico militare (“…con l’attuale nostro livello di civiltà tecnologica, non abbiamo la base tecnica, materiale per distinguere l’atomo civile da quello materiale”).
In questa sede si vuole portare una riflessione su quali possano essere le motivazioni che giustifichino l’assunzione di una posizione contraria rispetto all’utilizzo della tecnologia nucleare per scopi civili, quand’anche si riuscisse ad impedire l’utilizzo della stessa per scopi militari.
Sempre il Navarra, in una intervista alla Radio Iraniana IRIB – andata in onda il 17 maggio 2009 – sul tema del possibile attacco israeliano contro gli impianti nucleari iraniani, dichiara la sua opposizione al nucleare civile e militare e, rivolgendosi in quell’occasione ai cittadini iraniani, afferma: “Non possiamo inondare la Terra di plutonio - la scoria più ambita della reazione atomica - per decine di migliaia di anni quando solo un grammo di questo elemento artificiale, ottimalmente distribuito, basta a provocare 18 milioni di cancri al polmone (…) Questa tecnologia è ecocida ed antiumana”.
Non sappiamo se le cifre del rapporto quantità di plutonio/cancri al polmone espresse dal Navarra siano corrette. Conosciamo la pericolosità del plutonio, o dell’uranio, che sono elementi essenziali nel ciclo del nucleare; e anche se i cancri al polmone che un grammo di plutonio può provocare fossero “soltanto”(!) 1 milione, resta il fatto che si tratta di scorie con un potenziale altissimo di contaminazione ambientale. Dando seguito al ciclo del nucleare, anche al solo scopo di ricavarne energia, e realizzando nuove centrali, continueremo a produrre scorie radioattive che lasceremo (stiamo già lasciando) in dote all’ambiente, ai nostri figli e a molte generazioni future per decine di migliaia di anni.
C’è poi da tenere in conto anche il rischio incidenti. Non si vogliono mettere in dubbio gli alti standard di sicurezza delle centrali nucleari, ma che un incidente che causi, per esempio, una fuga radioattiva sia improbabile o altamente improbabile, significa pur sempre che non è impossibile. In pochi secondi si può provocare un danno grave per l’ambiente e, quindi, anche per la salute umana, con conseguenze nefaste non solo nell’immediato ma, ancora una volta, per molte generazioni future (Chernobyl docet).
Ne consegue che non possiamo condividere l’affermazione secondo cui in Italia conviene costruire le centrali perché a poca distanza dai nostri confini ce ne sono decine. Nuove centrali significa decine di tonnellate di scorie prodotte in più, all’anno, per ogni centrale nucleare funzionante, da mettere in sicurezza e, come detto, lasciare in dote al nostro pianeta. Quanto al rischio incidente, le probabilità che si verifichi, seppur bassissime, crescerebbero proporzionalmente al numero di nuove centrali costruite e messe in funzione.
Condividiamo, infine, quanto Alfonso Navarra afferma nel suo articolo, e cioè che “il nucleare civile, al di là di ogni buona intenzione, è di fatto la via per arrivare all'arsenale atomico militare, come dimostra la storia stessa della proliferazione”. È nota la preoccupazione della Comunità Internazionale per le vicende iraniane, ed è di questi giorni la notizia dei nuovi test atomici nordcoreani. Sono due vicende che costituiscono un chiaro esempio, forse più immediatamente percepibile rispetto alle considerazioni espresse in precedenza, del perché la parola “nucleare” debba essere associata necessariamente alla parola “rischio”. Concordiamo perciò con quanto auspicato da Alfonso Navarra: la chiusura di tutto il ciclo nucleare in quanto tale.
Un passo importante in tal senso lo ha compiuto la Germania: nel 2002 il governo Schroeder ha votato una legge in base alla quale i reattori presenti nelle centrali nucleari tedesche, man mano che giungeranno a fine vita, si spegneranno e non verranno mai più sostituiti. Forse un primo passo verso un cambiamento che riteniamo necessario e vantaggioso per il pianeta e, di conseguenza, per l’uomo. Riteniamo, altresì, che ciò non possa avvenire senza la definizione di un diverso modello di società che rimetta al centro il bene comune, che si preoccupi quantomeno di non destabilizzare troppo gli equilibri del pianeta. Se è necessario rallentiamo anziché puntare sempre alla crescita esponenziale – che significa anche crescente fabbisogno energetico – e diamo un forte impulso alla ricerca sull’energia prodotta da fonti rinnovabili.



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Inserito lunedì 1 giugno 2009


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