25/06/2024
direttore Renzo Zuccherini

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Fontivegge: c'era un centro a misura d'uovo
La città si è andata deformando, assumendo una conformazione priva di identità. Purtroppo, ad oggi la misura d’uomo viene ignorata e completamente dimenticata.



La natura insegna: a un Piero della Francesca, a un Leonardo Da Vinci, come a un Cristoforo  Colombo, acuti, inossidabili osservatori, non sfuggì la perfezione di certe figure geometriche e matematiche, quale, nella fattispecie, la figura ovale, cioè di uovo.
Così come l’uovo nasce, esordisce e viene normalmente fecondato, anche la città, qualsiasi città, è sempre stata fondata sulle necessità dell’uomo, e normalmente concepita dalla comunità dei cittadini.
Mentre l’uovo è da sempre “a misura d’uovo”, la città si è invece andata progressivamente deformando, assumendo una conformazione priva di identità. Purtroppo, ad oggi la misura d’uomo viene ignorata e addirittura completamente dimenticata.
Se la città storica ha un nome, un cognome, connotati salienti e segni particolari, altrettanto dovrebbe valere per la cosiddetta periferia, tutt’altro che priva di storia, di identità o di memoria.
A Perugia c’è un caso emblematico che porta il nome  di Fontivegge, “ il luogo delle Fonti Vegge” dove l’acqua scorre generando vita, fin dall’epoca della cultura villanoviana. Lo dimostrano i reperti quivi rinvenuti, valga per tutti la famosa spada di bronzo ad antenne, risalente alla prima età del ferro (IX - VIII secolo a. C.), ora custodita al Museo archeologico dell’Umbria.
Ai giorni nostri, c’è qualcuno che si domandi di quanta e quale storia sia stata testimone Fontivegge?
Tra la via Pievaiola e la via Cortonese c’era il quartiere ben identificato dal toponimo “Bellocchio”, fatto di casette che gradualmente univano la città con l’adiacente campagna, ognuna delle quali con il proprio spazio di pertinenza, in cui non mancano l’orto e il “serraglietto” per le galline.
Un modello di organizzazione urbanistica che offriva un duplice vantaggio: conciliare agi e comodità della vita cittadina con gli aspetti sani e genuini della vita di campagna. Il tutto ad appena un quarto d’ora, a piedi, dalla centralissima Fontana Maggiore.
Tutto questo non c’è più. Oggi incombe un ammasso monotono e deprimente di condomini gravitanti attorno a un luogo chiamato “via del Macello”: un nome che ben si addice all’attuale situazione. Non c’è più neanche quell’unità di vicinato che da robusto collante rinvigoriva la solidarietà tra persone.
La stessa sorte della città-giardino del Bellocchio è stata riservata alle numerose  testimonianze di architettura industriale presenti nel quartiere. Nel raggio di poche decine di metri scopriamo che degli edifici caratteristici e costitutivi del quartiere, un insieme di caratteri pregnanti concentrati nel raggio di poche decine di metri, ben distinguibili e assortiti, ora non resistono che scarsi residui. Sono state spazzate via in toto tramite demolizione indiscriminata le testimonianze di architetture industriali che, se salvaguardate e tutelate, sarebbero assurte a racconto vivente della città a cavallo tra Ottocento e Novecento; e non erano poche, a cominciare dalla grandiosa, esemplare fabbrica del cioccolato “Perugina”. Intorno sorgevano diversi stabilimenti, quali il poligrafico Buitoni, il Consorzio Agrario e il Tabacchificio. Tutti insediamenti la cui vocazione ad ospitare attività artigianali, creative, produttive si sarebbe mantenuta e perpetuata.
C’era, e meno male che ancora c’è, l’antica abbazia di San Chierico (o San Quirico) in via del Fosso, ora ridotta a rimessa di ferraglie, che resta eroicamente in piedi a testimoniare un’epoca. Poi c’è la stazione ferroviaria, porta d’entrata e d’uscita da e per la città, e, non ultimo, c’è il secolare viale di platani intitolato al patriota Mario Angeloni.
Come è possibile che un luogo così ricco di tali valori sia stato declassato a periferia nella quale ci ostiniamo a sfornare brutti casermoni, abominevoli e immorali?
Perugia possiede una incredibile quantità di luoghi, memorie e identità, profondamente diverse tra di loro, in termini sia di spazio sia di tempo.
Ovunque c’è qualcosa che fa da tratto ricorrente, da unione tra paesaggi anche molto differenti.  
È un insieme prezioso di opportunità che potrebbe validamente contribuire a una Perugia differente, plurale, cucita insieme da un ideale filo rosso che unisca tutte le varie memorie.
Se patrimonio storico e patrimonio moderno fossero occasione di recupero dell’identità originaria dei territori, funzionerebbero come potenziale incentivo per rinvigorire i connotati storici e tradizionali di quella che oggi è volgarmente definita “periferia”.
Qui c’è qualcosa che non quadra. Fontivegge periferia?!  A pensarci bene, è uno sproloquio chiamarla “periferia”, con tutti i gloriosi trascorsi di cui è stata teatro.
Per la “rigenerazione” di Fontivegge, sono stati stanziati ben sedici milioni di euro, nell’ambito del cosiddetto  “Piano nazionale per le periferie”.
Come si stanno spendendo questi fondi, e quali risultati produrranno? A quando è dato constatare il tanto decantato “laboratorio di rigenerazione urbana che riguarda non solo gli spazi ma anche le persone nell’ottica della nuova vivibilità del quartiere” come potrà mai concretizzarsi?
Su che cosa puntano le progettate “nuove prospettive”?
Ci sarà mai dato di rivedere nella piazza della Stazione, cioè piazza Vittorio Veneto, il teatro di vita quotidiana che sempre è stato? Come sarà risolto il problema dell’opprimente e inquinante traffico automobilistico? Continuerà l’incessante girotondo motorizzato intorno alla malcapitata fontana? Se così sarà, se il traffico automobilistico continua a dominare incontrastato, a essere rigenerati saranno la circolazione congestionata e la produzione di gas tossici.
A tal proposito, che fine ha fatto l’opportuna centralina fissa per la misurazione della qualità dell’aria?
Valorizzare il quartiere di Fontivegge significa sì rigenerarlo creando ambiti in cui vivere in maniera sicura, salubre, comoda e gradevole: ma ciò non basta.
È imprescindibile creare una degna cornice entro cui avviare un dialogo costruttivo tra le varie componenti della città.
Non ci risulta che questo dialogo sia stato avviato. Se fosse stato instaurato a tempo debito, ora se ne potrebbero constatare i buoni effetti, che non sarebbero pochi, nemmeno nell’occasione di una festa importante come quella del Capodanno.
Invece di restare immerso nel buio, nella desolazione, nell’insicurezza, come adesso è, il quartiere di Fontivegge si sarebbe potuto magicamente illuminare, animare, popolare in una festa di Capodanno allegra, colorita, vivace, di richiamo per l’intera città.
Ciò avrebbe scongiurato l’atto di violenza perpetrato contro l’antica piazza IV Novembre e la duecentesca Fontana Maggiore: un mastodontico palco incombente e improprio; ridondanza all’eccesso di fari accecanti e di esasperati amplificatori assordanti: tutti elementi pericolosi per l’incolumità di un monumento fragile e delicato quale è appunto la Fontana Maggiore. Nonostante ciò, e nonostante qualificate perizie in merito, non c’è stato niente da fare si è optato per la messa in onda da piazza IV Novembre  della chiassosa e invasiva chermesse televisiva di fine anno, una chermesse che costa ben cara a noi cittadini contribuenti: si legge di settecentomila euro! Soldi nostri, scialacquati dagli egregi signori pseudoamministratori. Tra i tanti, sedicenti Assessori alla Cultura, non ce n’è stato uno capace di battere il pugno sul tavolo e rispondere: - NO, non si può fare –.
Molto più dignitoso sarebbe stato organizzare una festa nelle piazze di Fontivegge per salutare il solstizio, come per tradizione si è sempre fatto, in allegria e in piacevole intrattenimento, con il suggello di un sano cin cin… senza esagerare.



Mauro Monella

Inserito lunedì 9 gennaio 2023


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