26/06/2024
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Romeo Mancini, partigiano
Il bassorilievo a Primo Ciabatti di Romeo Mancini abbiamo saputo ritornerà al suo posto alla Elementare Ciabatti. In questo scritto Mancini racconta il suo arrivo con il pittore Enzo Rossi alla Brigata partigiana Innamorati, la stessa di Primo Ciabatti

(nella foto: Romeo Mancini, Monumento al partigiano, Rocca Paolina, foto di Cesare Barbanera)

Ho gentilmente ricevuto da Anna Lisa Vergarolo dello "Studio e Archivio Romeo Mancini" il testo della lettera che hanno inviato al Sindaco di Perugia riguardo il bassorilievo a Primo Ciabatti di Romeo Mancini (qui assieme alla scultura ai perseguitati dal fascismo di Mancini alla Rocca Paolina nella collocazione originaria) che abbiamo saputo ritornerà al suo posto alla Elementare Ciabatti.
Accompagnandola con questo scritto di "Meo" Mancini nel quale racconta il suo arrivo con il pittore Enzo Rossi alla Brigata partigiana Innamorati, la stessa di Primo Ciabatti, un testo che testimonia nella sua semplici tà la passione che animava i giovani che decisero di fare i Partigiani:

“Non era stato facile convincere mia madre che sarei dovuto partire.
Tito [1], dette a Enzo[2] cinquecento lire e partimmo.
A Foligno ci attendeva Gabriele[3] nella sua grande casa patrizia colma di oggetti d'arte, mobili e quadri, accatastati nei lunghi corridoi.
In cucina preparò in fretta per noi delle uova, della pasta; chiamò il suo stalliere, un giovane dalle enormi mani; era la guida che doveva condurci nelle montagne di Colfiorito dove operava la banda F. Innamorati. [4]
Gabriele voleva liberarsi di noi al più presto; giustamente pensava che la nostra presenza nella sua casa al centro della città sarebbe stata sicuramente notata.
Io avevo le scarpe da soldato per la campagna di Russia, Enzo quelle delle truppe del deserto; avevamo una valigia di fibra e uno zaino.
La marcia per raggiungere la montagna fu massacrante. La nostra guida, con la quale avevamo fatto amicizia, dopo averci indicato un casolare sperduto, ci salutò e prese la strada del ritorno.
Un partigiano armato si fece avanti; ci chiese la parola d'ordine e ci guidò all'interno della casa dove erano gli altri compagni.
Stringemmo la mano a Riccardo[5], a Balilla[6] e a “Toro seduto”[7] che attendeva il nostro arrivo.
Facemmo subito amicizia con Bruno[8] l'operaio, con i fratelli Bandiera e tutti gli altri.
La casa era abitata  da un mezzadro con la moglie e la figlia di dodici anni; erano gli unici rimasti nel casolare sperduto, i tedeschi gli avevano razziato tutto il bestiame.
Vedendoci, ci maltrattò dicendoci che l'indomani tutti avremmo dovuto fare fagotto. Le sue provviste erano finite, dei soldi non sapeva che farsene perché nello spaccio non c'era più niente da comperare.
Era quasi notte, ci sdraiammo sui pagliericci in una lunga stanza una volta granaio; in un angolo vi erano poche patate che dovevano servire per la nostra cena, ed alcune spighe di grano turco.
Accanto ai sacchi, agli zaini vi erano decine di fucili modello 91, delle bombe, munizioni e dinamite; ci dissero che queste armi erano state prese alle guardie fuggite insieme ai prigionieri del campo di concentramento di Colfiorito.
Io mostrai loro la 6,35 e la Mauser 7,65 che ci avevano dato motivo di preoccupazione sin dalla nostra partenza dalla stazione di Perugia dove spesso i repubblichini operavano perquisizioni.
Riccardo, commissario politico della formazione, ci informò che il nostro compito era quello di contattare i numerosi slavi, circa 3000, che fuggiti dai campi di concentramento, giravano per le montagne braccati dai fascisti e dai tedeschi.
Comandante di questi partigiani era Milan, figura leggendaria.
Al mattino “Toro seduto” mi chiese la Mauser e partì per incontrare i capi partigiani.
Attendemmo il suo ritorno tutto il giorno; il contadino bestemmiava perché non eravamo partiti e mandava continuamente sua figlia a dirci che ce ne dovevamo andare perché non voleva essere fucilato dai tedeschi insieme alla famiglia.
“Toro seduto” tornò, aveva parlato con i capi jugoslavi, ma non era riuscito a convincerli a unirsi a noi e non trovammo più tracce di loro nonostante le nostre ricerche nei giorni seguenti.
Partimmo, con grande felicità del contadino.
Io credo che, fallito questo compito, nemmeno Riccardo sapesse dove andare e cosa fare.
Nei casolari e nei piccoli paesi di montagna che incontravamo egli parlava con i contadini e improvvisava comizi.
Ci spostavamo continuamente al fianco delle montagne o nei canaloni, durante il giorno, per trovare un rifugio sicuro dove trascorrere la notte.
Dall'alto delle montagne vedevamo transitare nelle strade della Val Topina motociclette, automobili, carri armati dei tedeschi e treni a volte carichi di armamenti.
Dovevamo sparare, minare la ferrovia, quindi provocare rappresaglie?
Non sapevamo cosa fare; aspettavamo sempre ordini dal CLN di Perugia che non arrivavano.
Vedemmo avvicinarsi una camionetta; pensammo che fossero venuti come avanguardia per attaccare la nostra formazione, ma scesero solo due giovani repubblichini.
Forse erano tornati alla loro casa per una breve licenza; le nostre armi puntate non spararono.
Arrivò Marian, era un jugoslavo volontario nell'esercito americano, anche lui fuggito da campo di Colfiorito. Rimase nella nostra formazione solo per pochi giorni; avemmo ugualmente modo di conoscerlo; non voleva sentire la parola “mio” e noi lo chiamammo “il Leninista”.
Incontrammo due inglesi. Ci chiesero delle sigarette; non volevano unirsi a noi; volevano raggiungere le loro truppe a Cassino, demmo loro una scatoletta.
Enzo fu richiamato a Perugia. Nella sua casa si era insidiato il comando comunista.
Anch'io dovetti tornare, avevo la febbre.
Per non incontrare i tedeschi ed i fascisti che percorrevano continuamente le strade, valicai anche il Subasio e guadai fiumi e fossati.
Il tifo, che era allora una malattia grave, mi costrinse a letto per lungo tempo. Seppi che anche Enzo era malato di tifo e per non farlo morire, Tito lo fece portare all' ospedale.
Marian era stato imprigionato nelle carceri di Perugia; fu fucilato dai fascisti di Rocchi in fuga.
Milan raggiunse la nostra formazione e la impegnò in violenti combattimenti, coi fascisti prima, coi tedeschi poi.
Morì poco tempo dopo di tubercolosi all'ospedale di Perugia.
[1] Emidio Comparozzi
[2] Enzo Rossi
[3] Gabriele Massenzi
[4] Francesco Innamorati di Foligno
[5] Riccardo Schicchi
[6] Balilla Bordoni
[7] Persiano Ridolfi
[8] Operai antifascista di Foligno.
Romeo Mancini, La Banda, in Antifascismo e resistenza nella provincia di Perugia, a cura di L. Cappuccelli, Perugia, 1975








Vanni Capoccia

Inserito domenica 1 ottobre 2023


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