15/06/2021
direttore Renzo Zuccherini

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E sia poesia


A cura di GIO2 (Giorgio Bolletta e Giorgio Filippi)

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La poesia di Sandro Penna: una storia senza nome

Per Sandro Penna gli avvenimenti della vita degni d'essere ricordati sono quelli della sua esistenza amorosa, l'intero arco del suo lavoro è un canzoniere d’amore nel quale interagiscono incantesimi, inquietudini, dolori, solitudini, dolcezze diseguali che dominato da un presente eterno e apparentemente immobile sembra d'una sola poesia più le sue innumerevoli varianti che instancabili ripetono i motivi della sua ispirazione. Il filo conduttore dell’esistenza di Penna è quest'ininterrotta lirica, episodica ed eterna, con due figure centrali: il poeta e il fanciullo da desiderare che ha in sé tutto quello che serve per vivere la vita. lo scorrere del tempo è avvertibile raramente e con difficoltà, nonostante ciò il rapporto che si crea tra Penna e le figure del suo canzoniere è più articolato di quanto faccia pensare la ripetitività dei temi che, per di più, non procedono secondo scansioni lineari. Saranno questi passaggi tra sofferenza trattenuta e gioia esplosiva, attese e improvvise apparizioni, queste schegge di storie personali “senza nome” ripetute in una circoscritta varietà di situazioni ma con una vastissima serie di modulazioni e sfumature che scandiranno l’alternarsi dei giorni e delle notti, delle primavere e delle estati penniane: “...Nude campane che la vostra storia / non raccontate mai con precisione. / In me si fabbricò tutto il meriggio / intorno ad una storia senza nome”.

Una poesia volutamente inattuale, distante dalle correnti e imposizioni letterarie del tempo si offre con facilità al “culto”, ma per approfondire l'opera di Sandro Penna si deve sfuggire alla trappola di creare il mito del poeta solitario e irregolare, perché lo stile di vita che ha perseguito è infido, induce a leggende, deforma la sostanza della sua produzione, non fa arrivare nel profondo delle cose. La sua poesia anche se canta a piena gola l’amore per i ragazzi non va incasellata in quella di genere omosessuale, va considerata l’opera d'un grande poeta, meno semplice di quanto sembra, più importante dei suoi tormenti e delle sue “anomalie”. Una poesia irriducibile a ogni definizione, sfuggente per quanto la si cerchi d'esplorare, che pur priva di riferimenti di tempo e di storia riesce a raccontare in anticipo sul neorealismo l'Italia popolare al tempo di Penna: delle lattaie, dei cinema fumosi, delle sale d'aspetto, dei tram, delle ragazze in biciclette, degli operai con la tuta, dei marinai in divisa.

Sandro Penna ha bisogno d'un approccio libero dal ricatto della sua vita randagia, di persone che lo amino di meno, non si abbandonino alla grazia della povertà e lo approfondiscano di più. Analizzino la complessa semplicità del suo lavoro senza pregiudizi e con il giusto distacco che un compito del genere esige accettando il fatto che il suo percorso non va per tappe successive, ma è un alternarsi di movimenti all’indietro e in avanti con istanti di immobilità. Individuino i suoi debiti letterari e svelino la sua capacità di rielaborare e celare letture fatte tirandone fuori una poesia tutta sua nella quale il piacere “fuori norma” ha potuto manifestarsi senza grandi rinunce nell’ambiente puritano, conformista e repressivo dell’Italia del suo tempo.

Come un fanciullo, Penna osserva da poste appartate e precarie ogni cosa con partecipe disarmante ingenuità. Il suo è un guardare appoggiato ai sensi, lo sguardo che getta sui fanciulli, i luoghi e la natura non vede, ascolta. Una capacità che richiede estese meditazioni e una giusta distanza per poter riaffiorare con versi dalla materia antica e abbacinante non a caso il primo volume di Penna (Poesie) inizia con La vita… è ricordarsi di un risveglio e l'ultimo (Stranezze) termina con Ricordati di me / dio dell’amore. È una poesia evocativa dell’istante che si fa ricordo. Ricordo, lontananza, rimpianto sono tutti elementi della nostalgia e sebbene con la nostalgia sia faticoso vivere il presente aiuta ad alimentare il desiderio.

Un desiderio, quello del poeta perugino, che s'accontenta d'essere mutevole e inafferrabile. Per capirlo bisogna essere un po' come lui, inoltrarsi tra le sue poesie da un punto qualsiasi del suo canzoniere accontentandosi di farsi prendere dalla finezza e orecchiabilità dei versi, dalla trasparenza dei sentimenti e dal dolore mai sbandierato, dai cocenti turbamenti e dall’innocente candore presente perfino nei versi più spericolati. Farlo può sembrare semplice, invece è difficile e affascinante perché Penna pur essendo il protagonista incontrastato dei suoi versi non vi si mostra vi si nasconde facendo di tutto per rimanere un mistero da penetrare. Solo con un lavoro successivo che ficchi il naso nell’apprendistato e nell’officina letteraria di Penna, confronti la sua stagione con il clima letterario del suo tempo si supera l’equivoco della facilità della sua poesia ed emerge con forza la sua personalità artistica. Risulterà a quel punto chiaro che la sua opera, tuttora di una modernità indiscutibile, non è marginale come la sua esistenza isolata e irripetibile, ma centrale nella vicenda letteraria italiana e fa di Sandro Penna un classico del nostro '900.

di Vanni Capoccia

Ero solo e seduto. La mia storia
appoggiavo a una chiesa senza nome.
Qualche figura entrò senza rumore,
senz’ombra sotto il cielo del meriggio.

Nude campane che la vostra storia
non raccontate mai con precisione.
In me si fabbricò tutto il meriggio
intorno ad una storia senza nome.

***

Come è bello seguirti
o giovine che ondeggi
calmo nella città notturna.
Se ti fermi in un angolo, lontano
io resterò, lontano
dalla tua pace, – o ardente
solitudine mia.

***

«Lasciami andare se già spunta l’alba.»
Ed io mi ritrovai solo fra i vuoti
capanni interminabili sul mare.
Fra gli anonimi e muti cubi anch’io
cercavo una dimora? Il mare, il chiaro
mare non mi voltò con la sua luce? Salva
era soltanto la malinconia?
L’alba mi riportò, stanca, una via.

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gí e ní
di Ombretta Ciurnelli

Nessun libro è lo stesso libro per tutti i lettori, soprattutto se è un libro bello, della bellezza multiforme che possono avere i libri, perché ciascuno, leggendolo, privilegia il profilo in cui più si riconosce.
Un libro è bello quando sorprende, emoziona, insegna; quando conduce di soprassalto in mezzo a ricordi che si credevano custoditi in un fondo inaccessibile; quando scardina pregiudizi coltivati come convinzioni.
gí e níla quinta raccolta di Ombretta Ciurnelli, ha prodotto in me tutto questo e perciò lo considero un libro bello. Di più: un libro esemplare, per l’equilibrio raggiunto tra l’eleganza formale e l’intensità del vissuto raccontato, per la cura con cui è perseguita la perfetta specularità tra il testo in dialetto e quello in lingua e per la raffinata semplicità del dire poetico che non umilia il lettore frustrando i suoi tentativi di interpretazione.
Condivido con l’Autrice il luogo di nascita e la conoscenza del ruvido dialetto che vi si parla e che io ho relegato, però, in un angolo come lingua dei pensieri segreti  e repertorio di coloriture  incisive, negandone di fatto la dignità di strumento per la produzione letteraria.
Ombretta Ciurnelli, declinando in ciascuno dei ventiquattro testi della raccolta la ricchezza di significati che un’espressione ricorrente nel nostro dialetto – appunto gí e ní – può avere, mi ha mostrato l’errore: le parole in dialetto che per prime abbiamo imparato, raccogliendole sulle labbra di chi altre non ne possedeva, sono la forma originaria del nostro essere al mondo e tentarne la rimozione sostituendole con quelle mutuate dai libri e da parlanti di altra estrazione sociale rispetto alla nostra è una violenza inflitta all’identità che abbiamo.
Questo insegna – mi insegna – la coltissima studiosa umbra di letteratura dialettale, e lo fa senza pedanteria, anzi, con la dolcezza di chi sa che se una forma dev’essere duttile per rendere pienamente percettibile il suo contenuto, nessuna può esserlo di più di quella da cui la nostra appropriazione della realtà è cominciata.

di Rita Imperatori

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Latte nero. La pedagogia interiore di Patrizia Gioia

«E quanto più il vuoto è un crepaccio d’ombre privato del fondo, tanto più questo stesso vuoto ci punge e feconda».
Sopra Tita, una bambina di otto anni, si addensano nuvole scure finché la morte del padre per tumore diventa una enorme dolorosa goccia di china nera che cade sulla sua vita, sconvolgendola. Quella stessa Tita su una gamba sola – così s’intitola il primo libro – la ritroveremo sempre protagonista, in età adulta, anche nel secondo e ultimo libro-capitolo, Il rovescio di Maria. Tra questi due tempi narrativi c’è un intervallo di almeno trent’anni, rimasto quasi imperscrutabile, al pari degli ‘anni perduti’ di Gesù. Scomodo il misterioso vuoto narrativo evangelico che intercorre tra il Gesù dodicenne e quello trentenne per due ragioni: la prima risiede nel fatto che nei due libri della Gioia si compie, simbolicamente, una trasformazione cristica dell’io di Tita; la seconda ragione sta nel perché quegli ‘anni oscuri’ rappresentano, non nel contenuto ma per il loro essere esistenza inesistente, la sostanziale materia a cui le parole della Gioia intendono restituire senso.
Questi due libri in gran parte ‘autobiografici’ ci mostrano, in effetti, quanto sia vitale stare sempre anche nelle nostre ombre. Tita è sempre tesa a snidare le nostre parti più oscure, col fine di integrarle e tenerle in equilibrio con quelle esposte alla luce del sole. Per Gioia l’inquietante, il perturbante, il mostruoso, il negativo hanno dignità vanno considerate quanto la serenità, la catarsi, la bellezza, la positività. Per amare fino in fondo Maria, madre di Gesù, bisogna compiere un viaggio anche nel suo rovescio, nelle sue più inaccettabili e ripugnanti ombre, altrimenti di lei avremo solo un’immaginetta idealizzata, per nulla veritiera, da tenere nel portafoglio o da pregare incorniciata sul comodino.
Il tempo di vita perduto nel caso della storia di Tita è figlio del non avere mai avuto una madre, pur avendola avuta costantemente al suo fianco.
Vale a dire che l’amore, in questo caso l’amore materno mai ricevuto, che dovrebbe nutrire e sostenere ogni creatura, non solo per Tita è rimasto inespresso, ma anzi, in quanto ‘amor mai’, esige nutrimento e sostegno. Eppure, proprio a causa di questo ‘vuoto d’amore’ accade in Tita, per suo merito, qualcosa di inaspettato, taumaturgico: il dolore si tramuta in amore. Da quel vuoto oscuro nato dalla perdita del padre amorevole e dalla presenza-assente della ‘madre mai’, quella bambina scova in sé una forza prodigiosa che ricolora di bianco il latte materno mai ricevuto. Tita trasforma quell’infanzia rubata, che nemmeno il perdono potrà più restituirle o farle vivere come avrebbe dovuto essere, nella sua resurrezione.
Non troverete mai poesie in cui ci si piange addosso ma anzi, di Tita bambina vi innamorerete, per quanto è simpatica e disarmante, pur nella sua rigorosa educazione. Con la Tita adulta de Il rovescio di Maria, invece, stabilirete un’amicizia sodale, di quelle che durano per sempre.
In entrambi i libri troverete un io poetico in continuo ascolto e ricerca di sé e dell’altro da sé. La moltiplicazioni delle madri e dei padri letterari, dalla Lamarque alla Bachmann, da Hesse a Rilke, per citarne alcuni fra quelli più facilmente rintracciabili, hanno certamente colmato quel vuoto di confronto e dialogo, essenziale, per poter diventare ‘grandi’ non solo d’età. Tuttavia anche i maestri nascondono un ‘rovescio’ da cui la Gioia si preserva. L’autrice sa che per trovare una propria voce non deve restare nel cono di luce dei propri maestri; sa bene che ad un certo punto bisogna camminare nelle proprie zone d’ombra senza più farsi influenzare da nessuno.
Altrimenti non diventeremo mai la nostra voce; le nostre parole non incarneranno mai la nostra poesia.
Trovare la propria poesia significa per Patrizia Gioia trovare la propria liturgia, il proprio ritmo all’interno di un ritmo più vasto e universale; significa accordare il respiro del proprio silenzio con il respiro silenzioso dell’universo “tanto che intendo / quel che tu canti / e s’accende la meraviglia”.
Nei versi di Tita troverete “l’emozione, che quasi ci sgomenta, / di quando una cosa felice cade” (Rilke), perché il perduto resterà, almeno in quella forma, perduto per sempre, e allora capirete quanto è maledettamente importante vivere nel presente; scoprirete “come è difficile il perdono / decreare il male fatto”, sentirete la disperazione struggente che forse quel vuoto d’amore non si riuscirà mai a colmarlo, ma sentirete anche che “la parola / ci è data / per amare”, che si può partorire la propria madre, che anche Cristo può tenere in braccio Maria e che, alla fine, siamo tutti poveri diavoli, comprese le madri che si strozzano con il proprio cordone ombelicale; sentirete che per sanare il male occorre “una pedagogia interiore” e che in questo “continuo inizio / di misteriosa mancanza” in cui siamo perennemente immersi, quando il seno non divora più, il latte cessa di essere nero.

di Dome Bulfaro


NOTA BIBLIOGRAFICA
Patrizia Gioia, designer e poeta, è responsabile del settore culturale e artistico di Fondazione Arbor, che ha avuto come primo presidente Raimon Panikkar.
Co-fondatrice di MilleGru, casa editrice e Associazione di Poetry Therapy, cura la Collana Tita (il bambino è padre dell’uomo) e la Collana “I semi”, che raccoglie pensieri di ricercatori d’oggi.
Pubblica Tita, su una gamba sola, Edizione MilleGru. L’ultimo suo libro è Il rovescio di Maria per i tipi di Moretti e Vitali edizioni. Nel 2000 fonda SpazioStudio13, luogo di incontro.

 
Mi chiamo Tita

da Tita, su una gamba sola

ho nove anni
un mese fa è morto il mio papà
un mese prima anche la mia nonna
tutti e due li ho visti morti
con i miei occhi
forse è per questo che adesso
sento negli occhi qualcosa che non va
è l’estate del 60 non tanto calda
sono sul treno torno da Spotorno
ho una valigetta con i vestiti della colonia
un cappellino di cotone bianco
con scritto Motta in rosso
degli occhiali che fanno anche da cerchietto
hanno le lenti rosa come la vita
di quella canzone che cantava il mio papà
io però non ho voglia di cantare
ma solo di guardare fuori dal finestrino
tutte le altre cantano una canzone che non mi va
abbasso la colonia viva la libertà
un papà e una mamma che alla stazione aspettano
chissà invece dov’è adesso il mio papà
anche gli alberi fuori mi sembrano tanto soli
e il sole che li accarezza un po’
è come il mare che mi ha fatto compagnia
col suo rumore sotto la finestra
mentre la mia compagna
quella del letto a destra
mi rubava lo zucchero dentro il comodino
meno male che il libro delle mie preghiere
l’ho messo ogni notte sotto il cuscino
una sera di qualche giorno fa
tutti dicevano che alle nove in punto
ci sarebbe stata la fine del mondo
era scritto in grande anche sui giornali
tutti ridevano e chiacchieravano
come se fosse una sera uguale alle altre sere
io mangiavo la minestra e stavo zitta
poi alla fine ho preso la mia sedia
e mi sono seduta davanti alla finestra
pareva che il mare fosse dentro la mia pancia
tutto si muoveva il cuore i miei pensieri
e anche la minestra
e pensavo che se finiva il mondo finivo anch’ io
e forse anche il male che sentivo
poi quella cattiva
quella che mi aveva preso lo zucchero dentro al
comodino
mi prende anche il posto davanti alla finestra
e dice che si doveva rompere il grembiule
e buttarlo in alto per fare grande festa
rompere il grembiule?
perché rompere una cosa che mi ha tenuta stretta
una cosa che mi ricorda la bellezza
non spacco proprio niente
le ho detto tirando su gli occhiali
e vedo che sono le nove e dieci
e che la fine del mondo
come il dolore erano andati via
e c’ era qualcosa dentro di me
che era diverso
non è facile dirlo ma come una fiducia
come una specie di profondità
dove il dolore va e smette di far male
forse pensa ancora la mia testa
mentre s’appoggia piano al finestrino
forse le persone dicono le cose
ma non le dicono come sono dentro al cuore
io la fine del mondo invece l’ho provata


Labirinto

da Il rovescio di Maria

quella voce
gli angeli in tempesta
e tra i mortali
stupefatti
una luce dimessa
tocco il vento
l’anima che vola
tocco il tuo seno
che più non divora
non ignoro il nome
ora lo sento lo ascolto
era la stella
che proteggeva la navigazione
le pagine del mondo
non sono più straniere
oltre l’anello di congiunzione
s’apre il mistero
una circonferenza
che non precipita
un centro un antico telo
tessuto di lino
che stringe madre e bambino
nuova la mangiatoia
di noi tutti animali da cortile
di noi tutti apportatori di gloria
senza armi senza confini
la condotta celeste
di un esercito
che invitava alla venerazione
un pennello che dipingeva
la mela rossa il serpente
il nuovo verbo che disfaceva
quante tribù quanti popoli
quante armi e miseria
per raccontare una storia
che è sempre qui
capovolta
e ci attende
dottori senza legge
uomini nuovi
archeologia del rovescio
che custodisce il segreto
di una mano che s’alza
muta
incantata
a dire non so
a dire come farò
a dire saprò amare
come amata
questa è l’ora di accogliere
l’attesa è finita
un contatto diretto di preghiera
è la vita
continuo inizio
di misteriosa mancanza
nulla è ancora accaduto
si nasce nell’incontro
punti dal vuoto

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La lingua fraterna della poesia: un ricordo di Franco Loi

“Un vento / d’urto – un’aria / quasi silicea agghiaccia / ora la stanza …”: ritornano alla mente i versi di Caproni alla notizia, in questo inverno freddo e desolato, della morte di Franco Loi, nella sua Milano, proprio agli inizi di questo nuovo drammatico anno. E si affollano in testa i pensieri, i versi letti e riletti, i ricordi: come quello di un suo lungo, caldo, fraterno abbraccio di tanto tempo fa, per il quale non potrò ora mai più dirgli grazie.

Franco Loi, l’ultimo dei nostri grandi poeti del secolo scorso, almeno stando alla sua collocazione nell’imprescindibile Meridiano Mondadori di Mengaldo Poeti italiani del Novecento, che gli dedica (a lui, un poeta dialettale) proprio l’ultimo capitolo: punto conclusivo, e dunque rilevantissimo, di una vicenda poetica secolare. Ma, come si sa, l’Antologia di Mengaldo è del 1978, e quindi c’era ancora spazio per altre grandi voci, che infatti sarebbero venute: anche nella poesia dialettale, o per meglio dire neodialettale, di cui Loi è stato certamente maestro e punto di riferimento fondamentale, e la cui affermazione come qualcosa di sicuramente grande e nuovo risale proprio agli anni settanta, gli stessi che vedono la pubblicazione dei primi libri di Loi.

E’ a partire da lì che si comincia a scoprire, assai più e più consapevolmente che nel passato, una poesia dialettale esposta alla sperimentazione e alla reinvenzione soggettiva, in modi sempre più liberi e distanti da un dialetto inteso come residuo di una lingua d’uso. E’ il momento che Ferdinando Bandini riassumerà in una sua formula felicissima come passaggio dalla “lingua della realtà” alla “lingua della poesia”. Non che tutto questo avvenga all’improvviso e del tutto inatteso: anche nella nostra tradizione dialettale ci sono prodromi straordinari di questa tendenza (si pensi solo a grandissimi come Giotti, Tessa, Marin, Noventa, e poi Pasolini, Zanzotto …), e un grande merito dei neodialettali è stato anche quello di farci riaccostare a questa tradizione sotto una luce nuova, e con rinnovato entusiasmo. (Per un approfondimento chiarificatore del tema consiglio la lettura dell’Introduzione a Dialetto lingua della poesia, ed. Cofine, di Ombretta Ciurnelli).

E Loi, di padre sardo e madre emiliana, nato a Genova dove ha vissuto i suoi primi anni, si approprierà del dialetto milanese come sua “lingua della poesia” da immigrato. E potrà dire: “mi sono sempre sentito libero nell’uso e nell’invenzione linguistica”. Il milanese, questo milanese con varianti e contaminazioni impreviste, non è dunque la sua lingua madre, è piuttosto la lingua dei fratelli, dei fratelli proletari incontrati (e amati) nelle periferie di Milano. Sempre nel segno di un senso tragico (ma capace anche di allegria) della storia, dai partigiani massacrati a Piazzale Loreto (“in due par morta la cità”) alla dura militanza nei cosiddetti anni di piombo, e oltre …

Ci mancherà, Franco Loi, ma (come diciamo sempre) per fortuna abbiamo i suoi libri, per sentirlo ancora e ancora, così fraterno come pochi. Come fraterna è stata la lingua limpidissima e la poesia di Franco Scataglini, l’altro grande poeta dialettale che, come Loi, abbiamo potuto incontrare e ascoltare anche qui a Perugia, in anni lontani, grazie al meritorio lavoro di divulgazione della poesia fatto da Ilde Arcelli e dal suo Merendacolo. Di Scataglini, poeta in un dialetto anconetano “ntra campi e cità” , aristocratico e popolare, abbiamo una spiegazione semplice e definitiva della sua scelta linguistica, come opposizione e liberazione rispetto a una lingua letteraria codificata dalla convenzione (dal Bembo in poi), che aveva definito “frigida”: cioè, se ho ben compreso, non solo e non tanto fredda, esornativa, lontana eccetera, ma propriamente incapace di corrispondere a un gesto d’amore. Un gesto d’amore, come è la poesia.

Walter Cremonte         
da Micropolis, gennaio 2021

piassa Luret, serva del Titanus 

 ...piassa Luret, serva del Titanus
ti', verta,
me na man da la Pell morta
i gent che passa par j a vör tuccà,
e là, a la steccada che se sterla,
sota la colla di manifest strasciâ,
l'è là che riden, là, che la gent surda
la streng i gamb, e la vurìss sigà.
Genta punciva che la se smangia 'doss,
che la ravìscia ai pè, cume quj trémul
che, 'rent al giüss, se sviccen vers el ciar
e sott la rùsca passa la furmiga
che l'è terrur e rabbia e sbalurdur.
E lì, bej 'nsavunâ, dal pel rasà,
senta süj cass de legn, o, 'm'i ganassa,
ranfiâ, ch'i sten par téndcr caressà,

o che, tra n' rid e un dìss üsmen  cress j ödi
de la camisa nera i carimà,
vün füma, n òlter pissa, un ters saracca,
e 'n crìbben, cui sò fà de pien de merda,
man rosa ai fianch el cerca j öcc nia...

Oh genti milanes,
vü, gent martana,
tra 'n mezza nün 'na gianna la dà 'n piang,
e l'è 'na féver che trema per la piassa
c la smagriss i facc che morden bass.
   Ehi, tu...!... si tu!... che vuoi?
   Manca qualcosa?
     Mì...?
   Si, tu.
e 'na magatel cul mitra sguang
el ranfa per un brasc quèla che piang.
Mi, sciur...?
Tira su la testa !
e lentarnent,
'm rìd una püciànna, i òcc gaggin
sbiàven int j òcc ch'amur je fa murì,
pö, carmu, 'na saracca sliffa secca
tra i pé de pulver, e sfrisa 'me 'na lama
l'uggiada storta tra quj òmn scalfa, [....]

piazza Loreto, dominata dal Titanus

 ...piazza Loreto, dominata dal Titanus
tu, aperta,
come una mano dalla pelle morta
sembri voler toccare la gente che passa,
e là, presso la staccionata sconnessa 
sotto la colla dei manifesti stracciati,
è là che ridono, là, che la gente sorda
stringe le gambe e vorrebbe gridare.
Gente che pensa in silenzio che si smangia dentro,
che mette le radici ai piedi, come quei tremolii
che, presso al letame, si diramano verso la luce
e sotto la corteccia passa la formica
che è il terrore e la rabbia e lo sbalordimento.
E li, ben lavati, con la barba rasata,
seduti sulle casse di legno, o, come i più impudenti,
attaccati alla staccionata, che sembrano accarezzare
   teneramente gli sten,
o che tra il ridere e il parlare, annusano crescere gli odi
gli occhi lividi delle camicie nere
uno fuma, un altro piscia, un terzo sputa,
e un delinquente, col suo modo di fare pieno di merda
con le mani rosate sui fianchi cerca gli occhi che
   gli si negano...
O gente milanese,
voi, gente laboriosa,
in mezzo a noi una povera donna scoppia a piangere,
ed è una febbre che trema per la piazza
e fa smagrire le facce che stringono i denti a testa bassa.
   Ehi tu...!...si tu!... che vuoi?
   Manca qualcosa?
     Io...?
   Si, tu,
e un teppista col mitra puttana
afferra per un braccio quella che piange.
Io signore...?.
Tira su la testa!
e lentamente,
come ride una baldracca, gli occhi bianchicci
sbavano negli occhi che l'amore fa morire
poi, calmo, tira secco uno sputo
tra i piedi nella polvere, e graffia come una lama
l'occhiata storta tra quegli uomini scorticati, [....]


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Alphaville di Mauro Macario

Alphaville, l’ultima raccolta poetica di Mauro Macario, ha un titolo premonitore: annuncia al lettore che lo attende un mondo distopico – a somiglianza di quello raccontato da J. L. Godard nell’omonimo film del 1965 –  incombente e minaccioso ma forse non ineluttabile, a patto che non si consenta alla “notte dei cristalli liquidi” di devastare definitivamente il mondo come un’ altra notte fece, quando cristalli diversi furono infranti.
Per ogni lettore, il fascino della scrittura poetica è rappresentato dall’elasticità del codice comunicativo che la caratterizza e che consente l’appropriazione di contenuti magari diversi rispetto a quelli intenzionalmente offerti dall’autore ma comunque compatibili con quanto della sua poetica si conosce.
Muniti del salvacondotto di questa premessa, si può affrontare quasi ogni tipo di raccolta e utilizzare un tema, una suggestione che si siano accampati nell’attenzione del lettore come chiave interpretativa, sperando di non superare il livello accettabile della distorsione dell’intenzione comunicativa di chi scrive.
Quando i testi sono di Mauro Macario, il rischio di scivolare nel fraintendimento miracolosamente si riduce, perché la sua è poesia logica e penetrabile anche quando giocata sulle allusioni o evocativa del suo non comune spessore culturale.
Anche nei casi in cui il dettato poetico genera iperboli, i contesti reali di riferimento sono facilmente ricostruibili, perché hanno lo stigma della vita e dei suoi dolori, attraversati o soltanto contemplati da lontano, ma sempre, comunque, compresi e meditati.
Così intensa e coinvolgente risulta questa raccolta, che il rischio in agguato è invece quello di esprimere il proprio apprezzamento con un repertorio logorato soprattutto dall’uso/abuso che tutti ne facciamo sui social. Nemmeno una volta, pertanto, scriverò che è “bellissima”.
Cercherò, piuttosto, di rendere conto dell’attrazione che questo libro davvero prezioso esercita con la sua duplice natura: da un lato è fustigatore del mondo contemporaneo e di chi, con una poesia “genuflessa”, cerca di raccontarlo edulcorandone la rappresentazione; dall’altro, dona la delicata, struggente coinvolgente confessione di un modo di essere e di agire.
Si incontrano, così, l’emozionante carnalità del sesso, esplicito e delicato insieme, anche quando il registro è quello del sarcasmo; la fine della comunicazione autentica a vantaggio di una sclerotizzata; il pericolo dell’approdo all’«essere unico», esito spaventoso di un “regresso antropologico irreversibile” a cui conduce “l’amnesia, arma di distruzione di massa” capace di polverizzare la Storia di una Nazione.
E ancora attanaglia la gola la denuncia della pena di morte, condannata senza uno scontato moralismo ma fustigata con il cinismo che solo un soggiorno in Alphaville, destinata a sorgere “sulle rovine neurologiche di massa”, potrebbe inoculare in un osservatore.
E poi la fine degli orizzonti di senso (“filosofie/ religioni/opere d’arte”) infilzati “allo spiedo” dal “cosmico barbecue”, e di ogni scambio verbale che vada oltre la comunicazione del “codice commerciale” ad una cassiera.
Se si volesse ricondurre ad unità la molteplicità dei temi, si potrebbe individuare come centro irradiatore della ricerca di Mauro Macario sul presente la denuncia dell’impossibilità del fare poesia – “un’invenzione di gente senza palle” – o, forse, di ottenerne l’ascolto, di renderla capace di produrre effetti.
Solo che, se così fosse, Mauro Macario avrebbe realizzato il paradosso di una raccolta densissima di temi di attualità trattati, però, con tale sapienza da sottrarli al contingente della cronaca per consegnarli all’eternità della Poesia.

Mauro Macario, Alphaville. Prefazione di Paolo Gera, Puntoacapo Editrice, 2020
 
Rita Imperatori

(dalla rivista l'altrapagina, febbraio 2021)

Alphaville

Con le sue ventose prensili è uscita dal display
si è introdotta nelle cavità cerebrali
ha fatto il nido nella fossa ipofisaria
ha preso vita ad ogni digitazione
si è attorcigliata ad ogni allegato
ha risucchiato il tempo dedicato alle foglie
ha reciso il vento dall’aquilone
ha sfidato il Tao all’ultimo sangue
ha diviso i padri dai figli
in un vangelo senza dottrina
ha realizzato l’uguaglianza sociale
con stampi genetici di gravidanza televisiva
ha reso la fantascienza un’opera di realismo sociale
e il realismo sociale un’opera di fantascienza
ora i libri dell’umanesimo sconfitto
giacciono sulla piazza pubblica del Web
pronti per la notte dei cristalli liquidi
basta impostare il soft-war
là dove si demolisce con gioia sintetica
in un tripudio di sterminio informatico
basta cliccare cestino
e sarà peggio di Hiroshima
i passatisti avversati dalla casta distopica
salteranno in aria con uno strike virtuale
che li annullerà dalla memoria storica o preistorica
ma la procedura impone un salva con nome
perché una firma ci vuole
sulle rovine neurologiche di massa
sulle quali sorgerà la città di Alphaville


Il Circo dei morti con il suo triste imbonitore
l’amore senza corde vocali in un corpo senza sussulti
l’encefalogramma inerte che sventola come una bandiera
l’ovaia unica per la moltiplicazione del consenso
il prodotto biologico vietato perché troppo simile
al sentimento
il sentimento pandemia antropologica morte sicura
la cultura avversata perché sviluppa le facoltà critiche
la setta degli ecologisti nel mirino dell’antiterrorismo
la luna oscurata per non sciogliere trecce ai  balconi
gli angeli sostituiti dagli ologrammi in cima ai grattacieli
e su tutta la nazione una nuvola letargica per la pace sociale.


P.S.
Il marchio Alphaville è disponibile per tutte le altre
metropoli con problemi di cieca obbedienza e insuf-
ficiente livello di produzione.

(Sarzana, 6-12-2019)


Mauro Macario (Santa Margherita Ligure 1947) ha pubblicato i volumi di poesia: Le ali della jena (Lubrina, Bergamo 1990); Crimini naturali (Book, Ro Ferrarese 1992); Cantico della resa mortale (ivi 1994); Il destino di essere altrove (Campanotto, Pasian di Prato 2003); Silenzio a occidente (Liberodiscrivere, Genova 2007); La screanza (ivi 2012 Premio E. Montale Fuori di Casa  2012); Metà di niente (puntoacapo Editrice, Pasturana 2014, Premio Lerici Pea 2015, II posto ai Premi S. Domenichino 2015 e Alda Merini 2016). Del 2017 è l’antologia Le trame del disincanto. Tutte le poesie 1990-2017 (puntoacapo).
In traduzione francese ha pubblicato La Débâcle des bonnes intentions (La rumeur libre, Varelis 2016).
Ha scritto la biografia del padre, Macario un comico caduto dalla luna (Baldini&Castoldi, Miano 1998) e Macario mio padre (Campanotto, Pasian di Prato 2007). Del 2004 è il romanzo Ballerina di fila (Aliberti, Reggio Emilia).
È curatore di varie antologie e figura in numerosi lavori collettanei (tra cui L’invenzione del mare, puntoacapo 2015).

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Gli amici poeti di Walter Cremonte

Dopo cosa resta (Aguaplano, Perugia 2018), in cui sono raccolte liriche tratte da sillogi composte tra il 2001 e il 2016, Walter Cremonte torna a farci dono del suo canto con la raccolta dieci poesie per gli amici (Morlacchi, Perugia), un breve e intenso percorso di scrittura, in uno stile piano e colloquiale, in cui ancora una volta, secondo una sua peculiare cifra stilistica, tessuta in una leggera trama di rimandi, inserisce la poesia di “amici-poeti”, cosicché fare poesia diviene una sorta di vibrazione corale, al di là del tempo e delle contingenze, chiamando accanto a sé chi ha già cantato drammi, emozioni, sentimenti, chi ha già detto dei sentieri tortuosi del nostro esistere. Ma se in altre liriche di precedenti raccolte la citazione trovava un suo fondamento nel nitore rappresentativo di versi o espressioni, in dieci poesie per gli amici Cremonte sembra rimodulare i versi di poeti, come nella prima lirica (Cuore di luna) che rimanda al Canto notturno di un pastore errante di Leopardi, complice la mediazione dell’amico e poeta Paolo Ottaviani che in un bellissimo haiku, posto in esergo, ha capovolto la prospettiva leopardiana. E così anche il pastore-poeta Cremonte non pone domande, ma ascolta la luna, che si rammarica di non poter acquietare la sua ansia e lo invita a contemplarla e a perdersi in lei nelle sere in cui è più bella.
Anche  la lirica A un’anguilla è scritta nel ricordo di due poeti, Eugenio Montale e Fabio Pusterla, ma non per confermarne l’istinto vitale  o per riprendere problemi di carattere ambientale, quanto per cogliere l’attaccamento commovente alla vita dell’anguilla, quello che l’ha fatta attorcigliare quando è finita, senza che ne cogliesse il senso. L’anguilla di Cremonte non è sorella, come in Montale e Pusterla, ma sorellina, ponendo con estrema umiltà la propria poesia accanto a quella di altri, in una sottile riflessione metapoetica che è anche nella lirica La nuova umanità in cui la citazione da Fortini è trascritta solo in parte, con puntini di sospensione (e la poesia non muta nulla…), mentre Fortini concludeva con queste parole: Nulla è sicuro, ma scrivi. E sento che questo pensiero è in fondo sotteso non solo alla breve silloge dieci poesie per gli amici, ma a tutta la poesia di Cremonte che oscilla tra la percezione dei limiti del canto e la certezza della sua insopprimibile necessità.

Ombretta Ciurnelli

Breve nota biobliografica

Walter Cremonte, nato a Novi Ligure, vive a Perugia, dove è stato insegnante di Materie Letterarie nei Licei. A partire dagli anni Settanta ha pubblicato numerose sillogi poetiche, i cui testi sono in parte confluiti nella raccolte Contro la dispersione (Guerra Edizioni, Perugia 1999) e cosa resta (Aguaplano, Perugia 2018). Impegnato in un’intensa e pregevole attività critica e saggistica, ha pubblicato A margine (Crace, Perugia 2005), che contiene riflessioni sulla poesia apparse in “micropolis”, il supplemento umbro del quotidiano “il manifesto”, Poeti a Perugia (Morlacchi, Perugia 2013), con note sulla poesia di Aldo Capitini, Sandro Penna, Ilde Arcelli, Paolo Ottaviani, Michelangelo Pascale. È inoltre presente nel volume Poetica e poesia nella Ginestra di Giacomo Leopardi, a cura di L. e M. Binni (Morlacci, 2012), con un testo intitolato Il Leopardi di Binni, Il Binni di Leopardi.
Nel 2020 è uscita la sua ultima raccolta poetica, dieci poesie per gli amici (Morlacchi, Perugia).

3 testi


Cuore di luna

                        Sorgi la sera
                        e di un vago pastore
                        poi t’innamori?

                       (Paolo Ottaviani)

Sei così caro
al mio cuore di luna
e ti somiglio:
semplice sono anch’io
che sono un sasso
pur così bella.
Mi fai domande
e io non so rispondere:
vorrei tanto sapere
non per me, ma per te
che non t’acquieti.
Ma guardami le sere
che sono bella
e in questo perditi.


A un’anguilla

Anguilla nel piatto
del ristorante al Trasimeno
non sei più la sorella
di Montale e Pusterla
non sei più quella
che va dal Baltico
ai nostri fossi
a portare, forse, un senso alla vita

e non sei quella ancora più sorella,
nel Reno a imputridire imputridita
del nostro putridume globale

tu niente di tutto questo, soltanto
l’attaccamento commovente alla vita
che t’ha fatta attorcigliare
quand’è finita
e non hai chiesto il senso
forse è mancato il tempo
non hai capito perché

(un po’ come me
e m’è rimasta in bocca una spina,
sorellina).

La nuova umanità

Sotto il filo
spinato strisciare
mordere l’aria mordere i sassi
questa la nuova
umanità

noi li dovremo
incontrare, ascoltare
insieme faremo
di nuovo libertà

(ma tanta è la stanchezza
non so se ci vedremo, se
ci riconosceremo

e la poesia non muta nulla…)

(dalla rivista l'altrapagina, gennaio 2021)


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