04/03/2021
direttore Renzo Zuccherini

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E sia poesia


A cura di GIO2 (Giorgio Bolletta e Giorgio Filippi)

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Alphaville di Mauro Macario

Alphaville, l’ultima raccolta poetica di Mauro Macario, ha un titolo premonitore: annuncia al lettore che lo attende un mondo distopico – a somiglianza di quello raccontato da J. L. Godard nell’omonimo film del 1965 –  incombente e minaccioso ma forse non ineluttabile, a patto che non si consenta alla “notte dei cristalli liquidi” di devastare definitivamente il mondo come un’ altra notte fece, quando cristalli diversi furono infranti.
Per ogni lettore, il fascino della scrittura poetica è rappresentato dall’elasticità del codice comunicativo che la caratterizza e che consente l’appropriazione di contenuti magari diversi rispetto a quelli intenzionalmente offerti dall’autore ma comunque compatibili con quanto della sua poetica si conosce.
Muniti del salvacondotto di questa premessa, si può affrontare quasi ogni tipo di raccolta e utilizzare un tema, una suggestione che si siano accampati nell’attenzione del lettore come chiave interpretativa, sperando di non superare il livello accettabile della distorsione dell’intenzione comunicativa di chi scrive.
Quando i testi sono di Mauro Macario, il rischio di scivolare nel fraintendimento miracolosamente si riduce, perché la sua è poesia logica e penetrabile anche quando giocata sulle allusioni o evocativa del suo non comune spessore culturale.
Anche nei casi in cui il dettato poetico genera iperboli, i contesti reali di riferimento sono facilmente ricostruibili, perché hanno lo stigma della vita e dei suoi dolori, attraversati o soltanto contemplati da lontano, ma sempre, comunque, compresi e meditati.
Così intensa e coinvolgente risulta questa raccolta, che il rischio in agguato è invece quello di esprimere il proprio apprezzamento con un repertorio logorato soprattutto dall’uso/abuso che tutti ne facciamo sui social. Nemmeno una volta, pertanto, scriverò che è “bellissima”.
Cercherò, piuttosto, di rendere conto dell’attrazione che questo libro davvero prezioso esercita con la sua duplice natura: da un lato è fustigatore del mondo contemporaneo e di chi, con una poesia “genuflessa”, cerca di raccontarlo edulcorandone la rappresentazione; dall’altro, dona la delicata, struggente coinvolgente confessione di un modo di essere e di agire.
Si incontrano, così, l’emozionante carnalità del sesso, esplicito e delicato insieme, anche quando il registro è quello del sarcasmo; la fine della comunicazione autentica a vantaggio di una sclerotizzata; il pericolo dell’approdo all’«essere unico», esito spaventoso di un “regresso antropologico irreversibile” a cui conduce “l’amnesia, arma di distruzione di massa” capace di polverizzare la Storia di una Nazione.
E ancora attanaglia la gola la denuncia della pena di morte, condannata senza uno scontato moralismo ma fustigata con il cinismo che solo un soggiorno in Alphaville, destinata a sorgere “sulle rovine neurologiche di massa”, potrebbe inoculare in un osservatore.
E poi la fine degli orizzonti di senso (“filosofie/ religioni/opere d’arte”) infilzati “allo spiedo” dal “cosmico barbecue”, e di ogni scambio verbale che vada oltre la comunicazione del “codice commerciale” ad una cassiera.
Se si volesse ricondurre ad unità la molteplicità dei temi, si potrebbe individuare come centro irradiatore della ricerca di Mauro Macario sul presente la denuncia dell’impossibilità del fare poesia – “un’invenzione di gente senza palle” – o, forse, di ottenerne l’ascolto, di renderla capace di produrre effetti.
Solo che, se così fosse, Mauro Macario avrebbe realizzato il paradosso di una raccolta densissima di temi di attualità trattati, però, con tale sapienza da sottrarli al contingente della cronaca per consegnarli all’eternità della Poesia.

Mauro Macario, Alphaville. Prefazione di Paolo Gera, Puntoacapo Editrice, 2020
 
Rita Imperatori

(dalla rivista l'altrapagina, febbraio 2021)

Alphaville

Con le sue ventose prensili è uscita dal display
si è introdotta nelle cavità cerebrali
ha fatto il nido nella fossa ipofisaria
ha preso vita ad ogni digitazione
si è attorcigliata ad ogni allegato
ha risucchiato il tempo dedicato alle foglie
ha reciso il vento dall’aquilone
ha sfidato il Tao all’ultimo sangue
ha diviso i padri dai figli
in un vangelo senza dottrina
ha realizzato l’uguaglianza sociale
con stampi genetici di gravidanza televisiva
ha reso la fantascienza un’opera di realismo sociale
e il realismo sociale un’opera di fantascienza
ora i libri dell’umanesimo sconfitto
giacciono sulla piazza pubblica del Web
pronti per la notte dei cristalli liquidi
basta impostare il soft-war
là dove si demolisce con gioia sintetica
in un tripudio di sterminio informatico
basta cliccare cestino
e sarà peggio di Hiroshima
i passatisti avversati dalla casta distopica
salteranno in aria con uno strike virtuale
che li annullerà dalla memoria storica o preistorica
ma la procedura impone un salva con nome
perché una firma ci vuole
sulle rovine neurologiche di massa
sulle quali sorgerà la città di Alphaville


Il Circo dei morti con il suo triste imbonitore
l’amore senza corde vocali in un corpo senza sussulti
l’encefalogramma inerte che sventola come una bandiera
l’ovaia unica per la moltiplicazione del consenso
il prodotto biologico vietato perché troppo simile
al sentimento
il sentimento pandemia antropologica morte sicura
la cultura avversata perché sviluppa le facoltà critiche
la setta degli ecologisti nel mirino dell’antiterrorismo
la luna oscurata per non sciogliere trecce ai  balconi
gli angeli sostituiti dagli ologrammi in cima ai grattacieli
e su tutta la nazione una nuvola letargica per la pace sociale.


P.S.
Il marchio Alphaville è disponibile per tutte le altre
metropoli con problemi di cieca obbedienza e insuf-
ficiente livello di produzione.

(Sarzana, 6-12-2019)


Mauro Macario (Santa Margherita Ligure 1947) ha pubblicato i volumi di poesia: Le ali della jena (Lubrina, Bergamo 1990); Crimini naturali (Book, Ro Ferrarese 1992); Cantico della resa mortale (ivi 1994); Il destino di essere altrove (Campanotto, Pasian di Prato 2003); Silenzio a occidente (Liberodiscrivere, Genova 2007); La screanza (ivi 2012 Premio E. Montale Fuori di Casa  2012); Metà di niente (puntoacapo Editrice, Pasturana 2014, Premio Lerici Pea 2015, II posto ai Premi S. Domenichino 2015 e Alda Merini 2016). Del 2017 è l’antologia Le trame del disincanto. Tutte le poesie 1990-2017 (puntoacapo).
In traduzione francese ha pubblicato La Débâcle des bonnes intentions (La rumeur libre, Varelis 2016).
Ha scritto la biografia del padre, Macario un comico caduto dalla luna (Baldini&Castoldi, Miano 1998) e Macario mio padre (Campanotto, Pasian di Prato 2007). Del 2004 è il romanzo Ballerina di fila (Aliberti, Reggio Emilia).
È curatore di varie antologie e figura in numerosi lavori collettanei (tra cui L’invenzione del mare, puntoacapo 2015).

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Gli amici poeti di Walter Cremonte

Dopo cosa resta (Aguaplano, Perugia 2018), in cui sono raccolte liriche tratte da sillogi composte tra il 2001 e il 2016, Walter Cremonte torna a farci dono del suo canto con la raccolta dieci poesie per gli amici (Morlacchi, Perugia), un breve e intenso percorso di scrittura, in uno stile piano e colloquiale, in cui ancora una volta, secondo una sua peculiare cifra stilistica, tessuta in una leggera trama di rimandi, inserisce la poesia di “amici-poeti”, cosicché fare poesia diviene una sorta di vibrazione corale, al di là del tempo e delle contingenze, chiamando accanto a sé chi ha già cantato drammi, emozioni, sentimenti, chi ha già detto dei sentieri tortuosi del nostro esistere. Ma se in altre liriche di precedenti raccolte la citazione trovava un suo fondamento nel nitore rappresentativo di versi o espressioni, in dieci poesie per gli amici Cremonte sembra rimodulare i versi di poeti, come nella prima lirica (Cuore di luna) che rimanda al Canto notturno di un pastore errante di Leopardi, complice la mediazione dell’amico e poeta Paolo Ottaviani che in un bellissimo haiku, posto in esergo, ha capovolto la prospettiva leopardiana. E così anche il pastore-poeta Cremonte non pone domande, ma ascolta la luna, che si rammarica di non poter acquietare la sua ansia e lo invita a contemplarla e a perdersi in lei nelle sere in cui è più bella.
Anche  la lirica A un’anguilla è scritta nel ricordo di due poeti, Eugenio Montale e Fabio Pusterla, ma non per confermarne l’istinto vitale  o per riprendere problemi di carattere ambientale, quanto per cogliere l’attaccamento commovente alla vita dell’anguilla, quello che l’ha fatta attorcigliare quando è finita, senza che ne cogliesse il senso. L’anguilla di Cremonte non è sorella, come in Montale e Pusterla, ma sorellina, ponendo con estrema umiltà la propria poesia accanto a quella di altri, in una sottile riflessione metapoetica che è anche nella lirica La nuova umanità in cui la citazione da Fortini è trascritta solo in parte, con puntini di sospensione (e la poesia non muta nulla…), mentre Fortini concludeva con queste parole: Nulla è sicuro, ma scrivi. E sento che questo pensiero è in fondo sotteso non solo alla breve silloge dieci poesie per gli amici, ma a tutta la poesia di Cremonte che oscilla tra la percezione dei limiti del canto e la certezza della sua insopprimibile necessità.

Ombretta Ciurnelli

Breve nota biobliografica

Walter Cremonte, nato a Novi Ligure, vive a Perugia, dove è stato insegnante di Materie Letterarie nei Licei. A partire dagli anni Settanta ha pubblicato numerose sillogi poetiche, i cui testi sono in parte confluiti nella raccolte Contro la dispersione (Guerra Edizioni, Perugia 1999) e cosa resta (Aguaplano, Perugia 2018). Impegnato in un’intensa e pregevole attività critica e saggistica, ha pubblicato A margine (Crace, Perugia 2005), che contiene riflessioni sulla poesia apparse in “micropolis”, il supplemento umbro del quotidiano “il manifesto”, Poeti a Perugia (Morlacchi, Perugia 2013), con note sulla poesia di Aldo Capitini, Sandro Penna, Ilde Arcelli, Paolo Ottaviani, Michelangelo Pascale. È inoltre presente nel volume Poetica e poesia nella Ginestra di Giacomo Leopardi, a cura di L. e M. Binni (Morlacci, 2012), con un testo intitolato Il Leopardi di Binni, Il Binni di Leopardi.
Nel 2020 è uscita la sua ultima raccolta poetica, dieci poesie per gli amici (Morlacchi, Perugia).

3 testi


Cuore di luna

                        Sorgi la sera
                        e di un vago pastore
                        poi t’innamori?

                       (Paolo Ottaviani)

Sei così caro
al mio cuore di luna
e ti somiglio:
semplice sono anch’io
che sono un sasso
pur così bella.
Mi fai domande
e io non so rispondere:
vorrei tanto sapere
non per me, ma per te
che non t’acquieti.
Ma guardami le sere
che sono bella
e in questo perditi.


A un’anguilla

Anguilla nel piatto
del ristorante al Trasimeno
non sei più la sorella
di Montale e Pusterla
non sei più quella
che va dal Baltico
ai nostri fossi
a portare, forse, un senso alla vita

e non sei quella ancora più sorella,
nel Reno a imputridire imputridita
del nostro putridume globale

tu niente di tutto questo, soltanto
l’attaccamento commovente alla vita
che t’ha fatta attorcigliare
quand’è finita
e non hai chiesto il senso
forse è mancato il tempo
non hai capito perché

(un po’ come me
e m’è rimasta in bocca una spina,
sorellina).

La nuova umanità

Sotto il filo
spinato strisciare
mordere l’aria mordere i sassi
questa la nuova
umanità

noi li dovremo
incontrare, ascoltare
insieme faremo
di nuovo libertà

(ma tanta è la stanchezza
non so se ci vedremo, se
ci riconosceremo

e la poesia non muta nulla…)

(dalla rivista l'altrapagina, gennaio 2021)


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